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Napolitano terrorizzato dalla pubblicazione delle sue telefonate

Il Presidente della Repubblica blocca i lavori della procura di Palermo che stava per mettere agli atti dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia le sue telefonate con Mancino. Episodio che stride con la giornata di oggi in cui si celebra il ventennale della scomparsa del giudice Paolo Borsellino.

Cosa può spingere un vegliardo ottuagenario prossimo a ritirarsi a vita privata a scaldarsi tanto? L’anzianità dovrebb’essere l’età della serenità e della saggezza, e invece al sol pensier che la procura di Palermo renda noto il contenuto di un paio di sue telefonate Napolitano perde le staffe. Scompone il suo decoro istituzionale fatto di ridicoli moniti e assurdi tentativi di moralizzazione, insinuando il dubbio che i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia abbiano abusato del loro potere inficiando le prerogative dell’Inquilino del Quirinale. Lo fa impegnando inutilmente un’altra istituzione come l’Avvocatura dello Stato per accusare prepotentemente Messineo e Ingroia (apostrofato ieri come pazzo da Dell’Utri), che a detta di insigni giuristi hanno operato nel pieno rispetto della legge. Nel decreto con cui ha incaricato l’Avvocatura il “Presidentissimo” chiede addirittura che le succitate intercettazioni vengano distrutte, ma il procuratore di Palermo Messineo ribatte che ciò può essere fatto solo davanti al gip e non su iniziativa degli inquirenti.

Insomma una querelle degna della corte del Re Sole, dove Napolitano recita la parte del monarca che vuole a tutti i costi il potere assoluto per silenziare l’ordinario e onesto lavoro di una certa procura. Per di più qui si sta parlando di intercettazioni indirette, nel senso che il telefono sotto controllo non era quello del Capo di Stato, bensì quello di un comune cittadino – seppur molto influente – come Nicola Mancino. Se poi l’ex ministro dell’Interno telefona anche al Presidente della Repubblica è ovvio che nelle intercettazioni ci finiscono entrambi. La vicenda invero si staglia in un panorama più complesso in cui Mancino e Napolitano si affannerebbero per salvare le rispettive reputazioni: Mancino ai tempi della strage di via D’Amelio faceva parte dell’esecutivo e probabilmente era a conoscenza della trattativa (e chissà mai che non verrà asseverato che ne fosse un fautore). Quella stessa trattativa che Paolo Borsellino non avrebbe mai accettato, motivo per cui è stato ammazzato. Loro si affannano, e noi oggi nel giorno del ventennale della sua morte commemoriamo la figura di un giudice che si è immolato per servire noi tutti. 19 luglio 1992 – 19 luglio 2012, ancora nessun colpevole.

Terremoto e attentati, clima di paura: prove di regime in Italia

Posted maggio 20th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Spaventapasseri

Di fronte all’eccidio della scuola Morvillo Falcone di Brindisi non si può che unirsi idealmente al cordoglio dei famigliari delle vittime in un rispettoso silenzio. Sostenere concretamente gli inquirenti ed esortare chi sa a denunciare non sono solo dei doveri, ma i capi saldi di un Paese che vuole considerarsi democratico. Gli sciacalli delle facili speculazioni giornalistiche hanno già travalicato il diritto di cronaca lanciandosi in azzardate ipotesi sui mandanti e in pletoriche litanie post mortem, che servono solo a riempire pagine di vuote parole. Altri partecipano a questa inutile liturgia nichilista. Ora gli italiani si trovano a un bivio: la prima via è quella di credere al ritorno del terrorismo, sia esso di matrice mafiosa o insurrezionalista. E quindi tornare ad affidarsi nelle mani di chi promette di estirpare questo male con misure straordinarie e la prosopopea di un solone. La seconda invece, la più tortuosa, è quella di solidarizzare con la magistratura, specialmente quella inquirente, troppo spesso abbandonata dalla gente e contrastata nella ricerca della verità da logiche di potere occulte.

Tutto il resto è dietrologia. È approfittare di un possibile stato di paura dell’opinione pubblica per indirizzarla verso questo o quel partito. A dire il vero di partito n’è rimasto solo uno e chiamasi “casta”. Sì, perché dopo anni di sputtanamento globale a opera della stampa internazionale e di una minoranza – purtroppo! – di quella nostrana i giochi di potere che hanno ordito le trame dello Stivale sono stati scoperti. Bene o male tutti abbiamo sentito parlare di Gladio, P2, Ior, Opus Dei, trattative tra Stato e mafia, stragi senza mandanti, corpi di Stato e intelligence americana deviati, inchieste della magistratura finite in un cul-de-sac, etc. Questo è il viatico che ci accompagna sulla strada del cambiamento e con cui dobbiamo confrontarci se vogliamo un futuro più trasparente. Altro che debito pubblico! Adesso che i posti della politica sono vacanti la lunga mano della finanza sta cercando di appropriarsene rompendo l’unico argine che frenava le mire dispotiche del capitalismo. Nel 2013 saremo chiamati nuovamente a scegliere fra monarchia (Alfano Bersani Casini – Abc – i tre re magi che offriranno la corona a qualche finanziere) e repubblica (nessun pervenuto, se non l’eccentrico Movimento Cinque Stelle).

Strage di via D’Amelio: la verità tra le righe

Posted ottobre 28th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata

PALERMO – Giovedì scorso la Corte d’appello di Catania ha dichiarato inammissibile l’istanza di revisione per il processo della strage di via D’Amelio. Il procuratore generale nisseno Roberto Scarpinto, è stato dunque invitato a procedere per calunnia nei confronti di Scarantino e Candura, autori di un vero e proprio depistaggio. I due manovali di Cosa nostra infatti si autoaccusarono di colpe gravissime, come il furto dell’auto usata per l’attentato, facendo condannare altri sicari della mafia, che però dopo i riscontri alle dichiarazioni di Spatuzza si sono rivelati estranei alla vicenda. Dopo quasi vent’anni dall’eccidio, ancora non si trovano i misteriosi pupari. Tutti sempre pronti a cercare d’individuare gli esecutori materiali dell’efferato crimine – eccetto uno sparuto numero di magistrati e uomini del mondo dell’informazione – e mai nessuno che tenta di scoprire chi ha ordito le trame. Forse non si arriverà mai a una sentenza di condanna per i reali mandanti, ma per rendere onore alla memoria di un magistrato, che per spirito di servizio ha sacrificato la sua vita, è opportuno divulgare quello che molti tacciono. E cioè che Paolo Borsellino era a conoscenza della trattativa fra Stato e mafia, e che fu ucciso perché l’avrebbe contrastata platealmente. Non si può biasimare a questo punto i giudici catanesi che hanno respinto la revisione del processo.

Il loro compito è stato quello di ravvisare se ci fossero gli estremi per celebrare un nuovo dibattimento. Siccome sarebbe stata necessaria una sentenza definitiva che incriminasse altri soggetti, hanno decretato nulla l’istanza, attenendosi così alle regole della giurisprudenza. Nodo cruciale della storia rimane però l’isolamento a cui Paolo Borsellino è stato sottoposto, una volta calata la sua popolarità dopo il Maxiprocesso. Se le istituzioni del tempo non sono state solidali con lui, allora sono quantomeno corresponsabili della sua morte, e se ancora i politici della Seconda Repubblica non hanno saputo prendere le distanze dai loro predecessori, be’ allora il sangue del probo magistrato macchia anche le loro mani. A Catania inoltre i giudici hanno sospeso l’esecuzione della pena a sei degli otto condannati all’ergastolo per l’eccidio del 19 luglio ’92. Magra consolazione per chi ha sete di giustizia, che comunque aggiunge un’altra tesserina al mosaico. Risulta tuttavia improbabile che due o tre sicari di basso rango abbiano potuto architettare un depistaggio così ben congegnato, senza l’aiuto di qualche membro delle istituzioni. Se non fosse stato infatti per le dichiarazioni di Spatuzza, nessuno avrebbe potuto contestare le menzogne di Scarantino e Candura, che adesso lamentano di essere stati costretti a mentire da un gruppo di investigatori della Polizia vicino a Falcone e Borsellino.

Fonti:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=WTGoNkNJE2I

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=4802:strage-di-via-damelio-pena-sospesa-per-sei-condannati&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Strage di via D’Amelio: revisione del processo

Posted ottobre 17th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata

Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta morirono in un attentato e ancora gli inquirenti sembrano brancolare nel buio. Sono quasi 20 anni che vanno a sbattere contro il muro di gomma costruito da politica e malavita, ma forse questa volta sta per aprirsi una breccia. Venerdì 14 il procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato ha avviato il procedimento di revisione per sette ergastolani e altri quattro condannati per la strage di via D’Amelio. L’iniziativa è nata sulla scia delle nuove indagini della Procura nissena, avviate dopo le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, ex braccio destro dei boss di Brancaccio. Le deposizioni rese dal superpentito sono state passate a setaccio per parecchi mesi e hanno trovato numerosi riscontri, inducendo così Scarpinato a trasmettere l’istanza di revisione alla Corte d’appello di Catania. Il magistrato che ha riaperto le indagini sulla strage ha definito un “clamoroso depistaggio” quello fornito dai due falsi pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, rei di essersi autoaccusati di fatti gravissimi che non avrebbero commesso, costretti da esponenti della polizia.

Candura sostenne infatti di aver rubato la 126 che esplose in via D’Amelio su ordine di Scarantino, uno strano personaggio con precedenti per droga che, a dire di ex boss di calibro, con Cosa nostra non ha mai avuto a che fare. In realtà le parole di Spatuzza non lasciano dubbi sul ruolo che ha giocato nell’eccidio, e annientano la marea di fandonie raccontate dai due infimi sgherri di cui sopra. Non ci sono elementi per definire tal depistaggio un complotto, ma appare evidente che sia stata attuata una strategia per occultare i fatti, in cui pezzi dello Stato e criminali si sono spalleggiati a vicenda. Ora si attende che la Corte di appello di Catania si dichiari competente e avvii il procedimento di revisione, in caso contrario dovrà trasmettere il fascicolo a Messina, dove ad occuparsi della questione potrebbe essere il Pg Franco Cassata, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa a Reggio Calabria. Se la loquacità del collaboratore di giustizia più vicino ai Graviano non accenna a diminuire, sarà sempre più difficile per gli alti ranghi della politica chiamarsi fuori dalla vicenda.

Fonti:

il Fatto Quotidiano del 15 ottobre, “Via D’Amelio, si ricomincia da zero” pagina 12
http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/424900/