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Costi politica, la truffa del millennio: SpA a capitale pubblico

Una prassi medievale: i nominati nelle società a capitale pubblico-privato evocano tempi bui, dove il re eleggeva i suoi fidi ministri.

Non rientra nelle statistiche dei giornali della Confindustria, né in quelli controllati dalle altre lobby politico-finanziarie. Si chiama furto di Stato, ed è stato perpetrato a mani giunte da tutti i partiti. È quello che quotidianamente viene erroneamente scambiato per un processo democratico di nomina: in Rai, ad esempio, i consigliere d’amministrazione sono scelti direttamente dai partiti. Ognuno incarica un proprio generale che tutela gli interessi della lobby di riferimento. Una lottizzazione bella e buona, non registrata a bilancio come costo della politica ed esclusa da ogni calcolo di revisione della spesa. Sono i veri ministri del potere, drammatico retaggio del passato che ci riporta al tempo delle baronie. Tronchetti Provera, Guarguaglini, Orsi, Moretti, Scaroni, hanno guidato aziende lottizzate, trasformate dal parlamento in stipendifici per i trombati alle elezioni. Le chiamano con un ossimoro: S.p.A. pubbliche, ma di pubblico non hanno nulla se non tutto o parte del capitale sociale. In realtà le S.p.A. sono enti di diritto privato, e in quanto tali si comportano come una qualsiasi impresa commerciale.

L’aspetto più interessante che differenzia un’azienda pubblica da una privata con capitale pubblico è quello, appunto, della nomina. Nella azienda pubblica (lo dice il nome) l’affidamento degli incarichi è subordinato al bando di un concorso pubblico, nonché al possedimento di determinati requisiti. Nessuna discriminazione vieta, a chiunque disponga dei requisiti, di parteciparvi: questa dinamica rappresenta un filtro di selezione dei migliori, o, se volete, un ostacolo per la lottizzazione. Anche se un lobbista cercasse di infiltrarsi dovrebbe comunque misurarsi con gli altri concorrenti. Certo esistono i concorsi truccati, ma per quelli ci si rivolge al Tar. Al contrario in una S.p.A. non esiste questa prassi, che lascia spazio ai potenti trust e alla loro influenza sulle nomine. Solo che questi soggetti gestiscono beni comuni e servizi sociali che non dovrebbero avere rilevanza economica, come è stato ribadito dal referendum sull’acqua pubblica lo scorso anno. Solo che, affidiamo in questo modo un monopolio, prima appannaggio escusivo dello Stato, a un privato. Che aspettarsi di più, che si inventino “Sanità S.p.A.” per vendere gli ospedali più periferici, e quindi “meno redditizi”, a qualche sceicco degli Emirati Arabi?!