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L’anatema di Obama: repubblicano licenzia operai, Fitch e S&P KO

Posted novembre 12th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Economia, Giustizia, Politica

Gli effetti della vittoria di Obama non finiscono di stupire: il magnate del carbone Robert Murray, sfegatato fan di Romney, deluso dall’esito delle urne licenzia 163 operai. Intanto in Italia due agenzie di rating, dopo aver sfiduciato la politica del presidente democratico, vengono rinviate a giudizio.

La Procura della Repubblica di Trani ha disposto, dopo due anni d’indagini, il rinvio a giudizio di sette dirigenti delle più importanti agenzie di rating al mondo. Stiamo parlando di Fitch e di Standard & Poor’s (S&P), accusate dagli inquirenti di aver messo in piedi una macchina del fango per deprezzare le obbligazioni dello Stato italiano. L’inchiesta è nata in seguito agli esposti presentati dai legali rappresentanti delle associazioni di consumatori Adusbef e Federconsumatori, che hanno ravvisato nella condotta dei vertici delle agenzie un potenziale danno economico per l’erario italiano. In particolare si denunciava l’agenzia S&P per aver licenziato un dispaccio che dava un marcato giudizio negativo alla manovra finanziaria del nostro governo, prima della sua pubblicazione ufficiale. L’accusa mossa dagli inquirenti è quella di aver manipolato il mercato finanziario, peggiorando di fatto la quotazione dei titoli obbligazionari italiani. Un danno pagato dai contribuenti sotto forma di interessi sulle obbligazioni che hanno inevitabilmente subito un’impennata.

Prevedibile conseguenza è stata l’influenza esercitata dalle citate agenzie sull’operato del governo, che ha dovuto abdicare alla propria sovranità in termini di politica economica. Il caso ha voluto che le imputazioni venissero confermate dal gip poco dopo la vittoria di Obama, salutata improvvidamente da Fitch e Moody’s – altra indagata eccellente nell’inchiesta di Trani, poi prosciolta – con l’annuncio di un possibile declassamento dei titoli del tesoro americano. Ironia della sorte… Ma nei cda delle agenzie di rating qualcosa dovrà cambiare se non vorranno trovarsi sommersi dagli avvisi di garanzia. Magari proprio per mano di qualche omologa americana delle nostre associazioni di consumatori. Sembra il compimento di un taumaturgico anatema di Obama, che oggi tuttavia ha segnato negativamente la vita di numerosi lavoratori d’oltre oceano. Il magnate americano del carbone Robert Murray ha infatti licenziato 163 operai a causa della sconfitta del suo beniamino Mitt Romney alle elezioni presidenziali. “Se vince Obama – scriveva ai suoi dipendenti – l’industria del carbone verrà eliminata e la stessa fine farà il vostro lavoro”. Profezia o imperdonabile pretesto?

Trattativa, Dell’Utri: “Ingroia è pazzo” e il magistrato si dimette

Dell’Utri offende il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia. Il magistrato decide di dimettersi, fra i motivi c’è quello di non esporre la procura a pressioni e polemiche.

Le dichiarazioni di Dell’Utri alla vigilia della richiesta del suo rinvio a giudizio pesano come un macigno. “Se c’è un pazzo – alla procura di Palermo, nda – è proprio Ingroia” ha affermato il fondatore di Forza Italia fra gli ambulacri del tribunale siciliano. Già da tempo il sostituto procuratore Antonio Ingroia meditava di dimettersi, non appena però fosse riuscito a concludere definitivamente le indagini sulla trattativa Stato-mafia. L’offesa di Dell’Utri alla sua persona è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il magistrato infatti dopo aver ottenuto una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del senatore del Pdl è stato bersagliato dalla stampa asservita alla corte di Arcore. A nulla sono valsi i tentativi dei colleghi di convincere Ingroia a fare un passo indietro, che dal canto suo risponde: “Lascio la procura per rasserenare il clima”. Il magistrato ha voluto inoltre precisare che l’inchiesta rimarrà nelle mani di validi inquirenti che hanno collaborato con lui al difficile compito di ricostruire una verità scomoda.

Una verità che certamente i dodici indagati di questa inchiesta preferirebbero non rivelare. Escludendo mafiosi conclamati come Riina e Provenzano sulla cui riluttanza a collaborare non v’è dubbio, tra gli altri probabili imputati – alcuni dei quali ricoprono ancora cariche apicali – aleggia una spaventosa omertà. Insieme ai media corrotti anche la Presidenza della Repubblica ha cercato di mettere i bastoni fra le ruote alla procura palermitana, sollevando un conflitto di attribuzione dall’evidente sapore intimidatorio. Oltre che per Dell’Utri sono state ravvisate responsabilità nei confronti degli alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni e degli esponenti politici Calogero Mannino e Nicola Mancino. Solo a quest’ultimo viene contestato il reato di falsa testimonianza, mentre per gli altri si tratta di attentato a corpo politico dello Stato. Il fatto che le dimissioni di Ingroia siano state indotte anche da pressioni politiche o interne alla magistratura rimane tuttavia più che un dubbio.