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Equitalia, fatturato in crescita fra pignoramenti e ingiunzioni

Posted dicembre 5th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Discriminazioni, Economia, Ingiustizia sociale

I dati parlano di un impennata dei crediti recuperati da Equitalia. Mano ferma e impassibile quella dell’agenzia privata a capitale pubblico, inflessibile anche coi meno abbienti: ecco i dati.

Equitalia S.p.A., ente di diritto privato a capitale pubblico – metà dell’Inps e metà dell’Agenzia delle Entrate –, riscuote successo. Non certo fra la plebe composta per lo più di contribuenti certosini – cittadini, piccole e medie imprese – che, se non pagano, è perché non ce la fanno; secondo il principio di un vecchio adagio infatti i ladri, o evasori, non possono mai superare il numero degli onesti, altrimenti lo Stato naufragherebbe dritto verso la bancarotta. Il successo di Equitalia S.p.A. viene accolto dunque da governo, che deve comunque remunerare l’agenzia per i suoi servigi, e salotti buoni dell’imprenditoria, verso cui non viene esercitata la stessa pressione esattoriale riservata agli ultimi. Una disparità di trattamento talvolta registrata nero su bianco, come dimostrato dalla puntata della trasmissione Report del 06-11-2011. In quell’occasione l’ex ministro Brunetta si era visto sospendere un’ingiunzione di Equitalia, mostratasi deferente nei confronti del politico. Ancor prima in verità, nell’aprile del 2010, Report pubblicava stralci di una direttiva Equitalia che ordinava di “non sollecitare i pagamenti” nei casi di “morosità rilevanti”, con particolare riferimento a partiti, imprese e Vip.

La notizia, ripresa nell’immediato anche dal Fatto Quotidiano, ci ha consegnato inevitabilmente un’immagine sporca dell’agenzia privata di riscossione, nata sotto il governo Berlusconi III. Alla luce di questo profilo, i dati del fatturato Equitalia suonano come una mannaia che si abbatte quasi esclusivamente sulle teste dei meno abbienti: 3 miliardi e 800 di recupero coattivo nel 2005, fino ad arrivare ai circa 9 miliardi incassati nel 2010 con un rialzo del 130% (*). Si segnala inoltre un aumento di pignoramenti presso terzi arrivati a circa 133 mila; i preavvisi di fermo (su auto e moto) raggiungono ormai quota 1 milione e 600 mila, mentre i fermi veri e propri ammontano a circa 600 mila. Ulteriore addendo è quello relativo alle iscrizioni di ipoteca su case, capannoni e terreni (anticamera della vendita all’asta), pari a circa 150.000, mentre i pignoramenti immobiliari azionati da Equitalia ammontano a circa 12.000, contro gli 8.700 del 2007(**). Insomma un bollettino di guerra che avrebbe potuto risparmiare qualche vittima se la riscossione fosse rimasta in mano agli enti territoriali. Comuni, province e regioni dispongono già infatti di uffici preposti e, vivendo a più stretto contatto con le realtà locali, potrebbero dispensare, oltre alle tanto odiate cartelle esattoriali, anche un po’ più di umanità.

* Dati elaborati da Cgia Mestre

** Fonte: Fiscal-focus.info

Banca Popolare di Milano, prestiti facili per i politici del Pdl

Alla Banca Popolare di Milano politici di spicco del Pdl ottenevano facili prestiti durante l’amministrazione di Ponzellini. Santanchè, Brambilla, La Russa, Romani sono solo alcuni dei fortunati destinatari delle ingenti somme: una storia di favori.

L’ex presidente Massimo Ponzellini finisce ai domiciliari nel maggio 2012, e da allora alla Banca Popolare di Milano (Bpm) tira aria di fuggi fuggi. Non per i normali correntisti, che per aprire un mutuo vengono radiografati da testa a piedi, ma per alcuni politici di destra abituati in passato a ricevere facili prestiti su intercessione di Ponzellini. Si tratta di ingenti somme ottenute con garanzie ridicole, roba che se le presentasse un normale cliente verrebbe quantomeno deriso; e non dal presidente, ovviamente, ma da un semplice direttore di filiale. Il caso più eclatante è quello di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier, che vanta un fido personale di un milione di euro e un altro di cinque per sua holding Pbf Srl, interamente utilizzati, il cui rientro è previsto a breve. La Bpm ha magnanimamente accettato come garanzie una fideiussione personale di Berlusconi junior e l’impegno, da parte della sua società, di cedere i proventi derivanti da una fantomatica operazione immobiliare. Ben altre cifre riguardano invece la Quintogest, una finanziaria a corto di fondi per la quale Ignazio La Russa si è prodigato non poco.

Come si evince dalle intercettazioni telefoniche del luglio 2011 l’ex ministro della difesa sollecitava Ponzellini ad aumentare il fido di Quintogest, cui Bpm aveva già prestato 44 milioni di euro. A Spingere La Russa fu probabilmente la partecipazione di sua moglieLaura De Cicco, nella finanziaria attraverso la società Idi Consulting. Altri trattamenti di riguardo sono toccati ai deputati Pdl Santanchè, Brambilla e Romani, evidentemente i clienti più bisognosi dell’intera banca – ma aiutare precari e piccole imprese no? Alla notizia ha fatto eco, domenica su Rai Tre, l’inchiesta del programma Report che ha portato alla luce i collegamenti fra Ponzellini Pdl e Lega. Immagini impietose hanno immortalato politici ammanicati col banchiere meneghino che scappavano di fronte alle domande del giornalista Sigfrido Ranucci. In particolare l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è distinto in quanto a inciviltà: dopo aver accuratamente evitato di rispondere a Ranucci, lo ha afferrato per un braccio spingendolo via come un bullo di periferia. Il giornalista aveva semplicemente chiesto lumi sulla nomina di Ponzellini a presidente di Pbm. Ma d’altronde si sa, le domande fuori copione non sono proprio gradite alla casta.

Industriali contro il falso in bilancio: Gabanelli svela i nomi

Il gotha dell’imprenditoria promotore della depenalizzazione del falso in bilancio: è quanto spiega la Gabanelli nella sua prima stagionale di Report, citando i sottoscrittori di una lettera del ’97 pubblicata su Il Sole 24 ORE.

Ci sono tutti! I più grandi, i più ricchi, i più snob. Quelli che pensano che il popolo sia sovrano solo quando non rompe le scatole ai monopolisti del mercato. Milena Gabanelli, con la solita pacatezza, irrompe come un cilcone nella dissolutezza del mondo politico, oggi. Oggi, appunto, come l’incipit della sua inchiesta che rimembra subito un’epistola apparsa 15 anni fa su Il Sole 24 ORE, dove 45 fra grandi manager e imprenditori si univano in un accorato appello affinché venisse allentata la pressione dei controlli sulle loro aziende. Il contesto era quello post tangentopoli: l’élite politico-finanziaria del Paese era stata falcidiata dalle inchieste del pool della Procura di Milano e necessitava quindi di una cura ricostituente per potersi ripresentare. I reati nel mirino del gotha capitalistico erano quelli contro la pubblica amministrazione (art. 314 e segg. c.p.), in particolare corruzione e affini. Così per dissimulare un contrasto palese di questi delitti, si sono dirottati su quello apparentemente più innocuo, ovvero il falso in bilancio. La pratica più consolidata per accumulare fondi neri da distribuire per “oliare” il crimine del malaffare.

Nell’articolo citato dalla conduttrice di Report si legge che lor signori auspicavano una certa indulgenza sulle somme indebitamente incassate, qualora rappresentassero piccole proporzioni dei ricavi totali dell’azienda. Traduzione: se un’impresa fattura 10 milioni e s’imbosca 500 mila euro, non stiamo a tartassarla con inchieste che sfociano nel penale. E poco importa se con quei denari corrompono pubblici funzionari o pagano lo smaltimento illegale dei rifiuti alla camorra, trattasi solo del 5% del fatturato, troppo poco per inficiare il loro buon nome. Un assurdo logico perorabile solo da chi ha la coda di paglia, ed infatti nel lungo elenco di nomi snocciolato amabilmente dalla giornalista figurano alcuni pregiudicati e/o indagati per reati finanziari o contro la pubblica amministrazione. Fra i personaggi più importanti troviamo l’immancabile Enrico Cuccia, Diego Dalla Valle, Ennio Doris, Letizia Moratti, Leonardo Mondadori, Sergio Pininfarina e altri che si strinsero anche nell’esprimere ufficialmente solidarità fraterna a Cesare Romiti, colpito all’epoca dalle condanne per frode fiscale, falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti.