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Elezioni: scoperta “fabbrica” di firme false. Coinvolta La Destra

Una lista di firme, un pubblico ufficiale che autenticasse, i timbri di alcuni tribunali: tutto falsificato. Sono le armi del delitto elettorale perfetto. Un’organizzazione che, secondo la Procura di Lodi, forniva firme false ai partiti per partecipare alle elezioni; fra i clienti ci sarebbe La Destra di Storace.

Potrebbe rivelarsi lo scoperchiamento di un vaso di Pandora. Una “fabbrica” di firme false che, come affermano gli inquirenti, funziona analogalmente a quegli uffici occulti che compilano false fatture per taroccare i bilanci di grandi aziende. L’indagine è partita da un elenco di 500 sottoscrizioni de La Destra – attuale partito di Francesco Storace – autenticate da un giudice di pace che in realtà non ne sapeva niente. Le firme sono relative alla presentazione delle liste per le candidature al parlamento (Camera, collegio Lombardia 3) e per quelle delle elezioni regionali lombarde. L’ex governatore del Lazio si dichiara “parte lesa” e dice di aver già sporto una denuncia (ma contro chi?).

C’è forse qualcuno che si divertirebbe a falsificare le firme per sostenere le candidature de La Destra? Storace, Storace… Forse è più plausibile che una formazione politica locale come la sua chieda aiutini per le sottoscrizioni in regioni distanti come la Lombardia. Parliamoci chiaro, chi firmerebbe a Sondrio o a Bergamo per mandare in parlamento o nella propria regione candidati di un movimento politico laziale? Storace, Storace… Nel frattempo la lista de La Destra è stata esclusa dalla corsa elettorale nella circoscrizione che comprende le province di Mantova, Lodi, Pavia e Cremona.

La procura lodigiana, titolare dell’inchiesta, fa sapere inoltre che anche le liste “Lega lombardo-veneta” e “Movimento Italia Giusta” sono coinvolte nella vicenda. In diversi appartamenti e in uno studio legale di Milano sono stati rinvenuti 83 timbri con i nomi di giudici di pace di diverse regioni (Lombardia, Liguria, Piemonte, Molise e Lazio), timbri dei Comuni di Monza e Pavia e del tribunale di Milano, elenchi di firme e moduli in bianco. Insomma, tutto l’occorrente per poter compilare i documenti necessari alla presentazione delle liste; alla faccia di chi si è fatto un mazzo tanto per produrre onestamente cotanta documentazione. Incombe infine una domanda: quanti e quali sono i clienti nell’agone politico italiano della fabbrica di firme false?

Trattativa Stato-mafia, “Distruggete le telefonate di Napolitano”

È questo l’agghiacciante dispositivo della Consulta. Le telefonate del Presidente della Repubblica non possono essere intercettate. Una sentenza anti-storica, anti-costituzionale e antidemocratica: vediamo perché.

Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, ha vissuto nell’ultimo anno attimi di vivido terrore. Fino a martedì, quando la Corte costituzionale ha disposto la distruzione delle sue intercettazioni con Nicola Mancino, imputato nel processo sulla trattativa fra Stato e mafia. In accordo con quanto espresso da giuristi indipendenti, e con un precedente storico che riguarda l’ex presidente Scalfaro, non esistono norme che impediscano di intercettare le telefonate del capo di Stato (*), soprattutto se costui non è sottoposto a indagine. Nel nostro caso Napolitano conversava al telefono con Mancino che presumibilmente gli chiedeva, da privato cittadino, un indebito intervento sugli organi di coordinamento della magistratura. Il fine sarebbe stato quello di evitare un confronto in aula con un teste – l’ex ministro Martelli – che avrebbe compromesso ulteriormente la sua posizione da imputato. Quest’ipotesi è stata in parte confermata dall’ex consigliere giuridico del Colle Loris D’Ambrosio, recentemente deceduto, in un’intervista al Fatto Quotidiano, dove ammetteva che Mancino subissava di telefonate il Quirinale per chiedere aiuto.

Ad allertare il Colle fu un’intervista del procuratore palermitano Di Matteo al quotidiano Repubblica, datata 22 giugno 2012, in cui veniva segnalata l’esistenza delle intercettazioni Napolitano-Mancino. Poco dopo l’avvocatura dello Stato venne incaricata di sollevare il conflitto di attribuzione, al fine di cancellare ogni possibile traccia delle conversazioni telefoniche. Questa settimana l’amaro verdetto della consulta: “Non spettava alla Procura di Palermo valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica” captate nell’ambito dell’inchiesta. I pm di Palermo, di conseguenza, dovevano “chiedere al giudice l’immediata distruzione” di tali intercettazioni, “ai sensi dell’articolo 271, terzo comma, cpp e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”. Due principi vengono qui perentoriamente affermati: il primo è che il presidente della Repubblica gode di privilegi di fronte alla legge, il secondo riguarda l’ennesimo tentativo istituzionale di ostacolare l’accertamento della verità in merito alle responsabilità della stagione stragista ’92-’93.

* Fonte: Zagrebelsky e Cordero affondano il ricorso di Napolitano contro i pm di Palermo.

 

Inceneritore Parma: procura chiede il sequestro, le lobby i danni

A Parma si attende il giudizio del gip sul possibile sequestro dell’inceneritore. Dalla procura trapelano i reati contestati: abuso d’ufficio ed edilizio. Ma a chiedere i danni è l’azienda sott’accusa.

PARMA – Esultano in città i comitati contro l’inceneritore, dopo che il procuratore capo Gerardo Laguardia ha depositato a fine luglio la richiesta di sequestro del cantiere. L’impianto avrebbe dovuto vedere la luce entro dicembre di quest’anno, ma l’ipotesi sembra ormai tramontata. Tra i parmigiani è difficile trovare sostenitori dell’opera, tant’è che l’ex sindaco Pietro Vignali, sospinto dai suoi concittadini, aveva emesso un’ordinanza per chiudere il cantiere già nel 2011; Il motivo era la mancanza di regolari permessi. Lo stesso Vignali tuttavia era tra i fautori dell’opera, ma non ha potuto respingere l’onda di protesta suscitata dall’inceneritore di Uguzzolo. Iren, ditta appaltatrice dell’opera, ha così pensato di trascinare davanti al tar il Comune di Parma, ottenendo la riapertura del cantiere. Non contenta aveva anche preteso una somma di 28 milioni di euro a titolo di risarcimento per lo stop ai lavori. La patata bollente è ora nelle mani del giudice Maria Cristina Sarli che dovrà esprimersi sulle misure richieste dalla procura e dal pm Roberta Licci. Sebbene non si conoscono ancora i nomi degli indagati, i sospetti ruotano attorno ai vertici di Iren, Comune di Parma e Provincia.

Secondo indiscrezioni i reati contestati sarebbero abuso edilizio e abuso d’ufficio, ma ce n’è uno ben più grave nemmeno classificabile come reato. Sì, perché solo recentemente è stato pubblicato il piano industriale e finanziario dell’inceneritore. Iren se l’era tenuto nascosto finché la nuova giunta non ha chiesto e ottenuto che venisse pubblicato. Era interesse dei parmigiani in primis sapere in che modo l’incenerimento dei rifiuti incidesse sulla loro bolletta. Eppure Iren S.p.A., evitando di pubblicarlo, ha agito in piena regola. Nessuna legge infatti obbliga una società privata a divulgare notizie sulle proprie strategie di mercato; neppure una holding il cui capitale sociale è detenuto in maggioranza da soggetti pubblici. Certo, nel caso in cui uno di questi soggetti chieda informazioni, come ha fatto il neo sindaco di Parma, l’amministrazione è tenuta a rilasciargliele. Ma se invece a presiedere il comune c’è un consiglio compiacente con la società, chi provvede a controllarne la condotta? E se il comune decidesse di vendere le proprie quote a investitori privati? Sta di fatto che il piano di Iren prevedeva tariffe salatissime per i parmigiani, che hanno eletto sindaco Pizzarotti anche grazie alla sua campagna contro l’inceneritore.

Trattativa, Dell’Utri: “Ingroia è pazzo” e il magistrato si dimette

Dell’Utri offende il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia. Il magistrato decide di dimettersi, fra i motivi c’è quello di non esporre la procura a pressioni e polemiche.

Le dichiarazioni di Dell’Utri alla vigilia della richiesta del suo rinvio a giudizio pesano come un macigno. “Se c’è un pazzo – alla procura di Palermo, nda – è proprio Ingroia” ha affermato il fondatore di Forza Italia fra gli ambulacri del tribunale siciliano. Già da tempo il sostituto procuratore Antonio Ingroia meditava di dimettersi, non appena però fosse riuscito a concludere definitivamente le indagini sulla trattativa Stato-mafia. L’offesa di Dell’Utri alla sua persona è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il magistrato infatti dopo aver ottenuto una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del senatore del Pdl è stato bersagliato dalla stampa asservita alla corte di Arcore. A nulla sono valsi i tentativi dei colleghi di convincere Ingroia a fare un passo indietro, che dal canto suo risponde: “Lascio la procura per rasserenare il clima”. Il magistrato ha voluto inoltre precisare che l’inchiesta rimarrà nelle mani di validi inquirenti che hanno collaborato con lui al difficile compito di ricostruire una verità scomoda.

Una verità che certamente i dodici indagati di questa inchiesta preferirebbero non rivelare. Escludendo mafiosi conclamati come Riina e Provenzano sulla cui riluttanza a collaborare non v’è dubbio, tra gli altri probabili imputati – alcuni dei quali ricoprono ancora cariche apicali – aleggia una spaventosa omertà. Insieme ai media corrotti anche la Presidenza della Repubblica ha cercato di mettere i bastoni fra le ruote alla procura palermitana, sollevando un conflitto di attribuzione dall’evidente sapore intimidatorio. Oltre che per Dell’Utri sono state ravvisate responsabilità nei confronti degli alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni e degli esponenti politici Calogero Mannino e Nicola Mancino. Solo a quest’ultimo viene contestato il reato di falsa testimonianza, mentre per gli altri si tratta di attentato a corpo politico dello Stato. Il fatto che le dimissioni di Ingroia siano state indotte anche da pressioni politiche o interne alla magistratura rimane tuttavia più che un dubbio.

Napolitano terrorizzato dalla pubblicazione delle sue telefonate

Il Presidente della Repubblica blocca i lavori della procura di Palermo che stava per mettere agli atti dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia le sue telefonate con Mancino. Episodio che stride con la giornata di oggi in cui si celebra il ventennale della scomparsa del giudice Paolo Borsellino.

Cosa può spingere un vegliardo ottuagenario prossimo a ritirarsi a vita privata a scaldarsi tanto? L’anzianità dovrebb’essere l’età della serenità e della saggezza, e invece al sol pensier che la procura di Palermo renda noto il contenuto di un paio di sue telefonate Napolitano perde le staffe. Scompone il suo decoro istituzionale fatto di ridicoli moniti e assurdi tentativi di moralizzazione, insinuando il dubbio che i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia abbiano abusato del loro potere inficiando le prerogative dell’Inquilino del Quirinale. Lo fa impegnando inutilmente un’altra istituzione come l’Avvocatura dello Stato per accusare prepotentemente Messineo e Ingroia (apostrofato ieri come pazzo da Dell’Utri), che a detta di insigni giuristi hanno operato nel pieno rispetto della legge. Nel decreto con cui ha incaricato l’Avvocatura il “Presidentissimo” chiede addirittura che le succitate intercettazioni vengano distrutte, ma il procuratore di Palermo Messineo ribatte che ciò può essere fatto solo davanti al gip e non su iniziativa degli inquirenti.

Insomma una querelle degna della corte del Re Sole, dove Napolitano recita la parte del monarca che vuole a tutti i costi il potere assoluto per silenziare l’ordinario e onesto lavoro di una certa procura. Per di più qui si sta parlando di intercettazioni indirette, nel senso che il telefono sotto controllo non era quello del Capo di Stato, bensì quello di un comune cittadino – seppur molto influente – come Nicola Mancino. Se poi l’ex ministro dell’Interno telefona anche al Presidente della Repubblica è ovvio che nelle intercettazioni ci finiscono entrambi. La vicenda invero si staglia in un panorama più complesso in cui Mancino e Napolitano si affannerebbero per salvare le rispettive reputazioni: Mancino ai tempi della strage di via D’Amelio faceva parte dell’esecutivo e probabilmente era a conoscenza della trattativa (e chissà mai che non verrà asseverato che ne fosse un fautore). Quella stessa trattativa che Paolo Borsellino non avrebbe mai accettato, motivo per cui è stato ammazzato. Loro si affannano, e noi oggi nel giorno del ventennale della sua morte commemoriamo la figura di un giudice che si è immolato per servire noi tutti. 19 luglio 1992 – 19 luglio 2012, ancora nessun colpevole.