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Trattativa Stato-mafia for dummies

Posted giugno 8th, 2014 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata, Cronaca e opinioni

Immagine da ilfattoquodidiano.it

Riporto il commento di tale Francesco Pirrone all’articolo “La ‘trattativa Stato-mafia’ tra ricerca storica, inchieste e dibattito pubblico” di Ciro Dovizio dell’Associazione Lapsus Milano, pubblicato il 3 giugno 2014: una linea cronologiaca dei fatti salienti sulla trattativa Stato-mafia, per gli imbecilli che hanno votato e votano partiti complici, quando non subalterni, alla mafia.

“Il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione conferma le condanne di primo grado del Maxiprocesso di Palermo.
A febbraio 1992 Calogero Mannino si confida con il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli: “Ora o uccidono me, o uccidono Lima”
12 marzo 1992: dei sicari uccidono a Mondello l’europarlamentare Salvo Lima.
16 marzo 1992: il capo della polizia Vincenzo Parisi scrive in una nota riservata che sono state rivolte minacce di morte al presidente del consiglio Giulio Andreotti e ai ministri Vizzini e Mannino. Per marzo-luglio prevista campagna terroristica contro esponenti DC, PSI, PDS, strategia comprendente anche episodi stragisti.
20 marzo 1992: il ministro dell’interno Vincenzo Scotti davanti alla commissione affari costituzionali del senato afferma “nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo”. Andreotti dice che l’allarme è “una patacca”
4 aprile 1992: il maresciallo Guazzelli viene assassinato a colpi di mitra
24 aprile 1992: cade il governo presieduto da Giulio Andreotti
Aprile-maggio 1992: Mannino incontra informalmente più volte il capo della polizia Vincenzo Parisi, il numero 3 del sisde Bruno Contrada e il capo del ros antonio subranni, per avviare il contatto con cosa nostra ed evitare gli assassini dei politici.
Maggio 1992: in una lettera anonima del “corvo due” si parla dell’incontro tra Mannino e Riina in una chiesa di San Giuseppe Jato. Brusca dice che in questo periodo un commando doveva uccidere Mannino a Sciacca (dove è nato) o a Palermo.

23 maggio 1992: strage di Capaci
28 giugno 1992: si insedia il governo di Giuliano Amato. Mancino sostituisce Scotti al Viminale, Mancino dice: “pregai scotti di rimanere agli interni”. Scotti dice: “non mi disse nulla del genere”. Gargani cerca di sotituire Martelli alla Giustizia senza riuscirci.
29 giugno 1992: all’aeroporto di Fiumicino la Ferrario informa Borsellino dei contatti tra Ciancimino e i boss. Borsellino dice: “ci penso io”
fine giugno 1992: Borsellino piangendo dice ai magistrati Massimo Russo e Alessandra Camassa: “un amico mi ha tradito”
1 luglio 1992: alla DIA di Roma Borsellino interroga Gaspare Mutolo, quando viene convocato con una telefonata al viminale dove si sta insediando Mancino. Mancino nega di aver incontrato Borsellino. Al ritorno Mutolo dice che Borsellino è nervoso e si fuma due sigarette insieme. Borsellino dice di aver incontrato nell’anticamera del ministro Bruno Contrada che gli fa una battuta sul pentimento di Mutolo che era segreto. La sera dice alla moglie: “ho respirato aria di morte”.
Prima settimana luglio 1992: il papello arriva a Ciancimino Sr. Lui giudica le 12 richieste “irricevibili”.
13 luglio: Ciancimino mostra il papello ai carabinieri che dicono che è inaccettabile. LA TRATTATIVA SI INTERROMPE?
15 luglio 1992: Borsellino vomita e dice alla moglie: “sto vedendo la mafia in diretta. mi hanno detto che Subranni è punciutu”
19 luglio 1992: strage di Via d’Amelio
13 febbraio 1993: Giovanni Conso subentra a Martelli come guardasigilli. Viene scelto personalmente da Scalfaro.
14 maggio 1993: in via Fauro a Roma esplode una bomba quando passa Maurizio Costanzo. A pochi metri è posteggiata la macchina di Lorenzo Narracci, lo 007 il cui numero di telefono era stato trovato su un foglietto sul luogo della strage di Capaci
27 maggio 1993: strage di via dei Georgofili
giugno 1993: Nicolò Amato, capo del DAP viene sostituito da Capriotti insieme a cui entra il giudice Di Maggio, dopo essere nominato consigliere di stato perchè non aveva i titoli necessari. Conso dice: “l’ho scelto perchè andava in tv”
29 giugno 1993: viene fondata Forza Italia
27 luglio 1993: bomba in via Palestro a Milano
10 agosto 1993: in una relazione la DIA ipotizza una trattativa e dice: “E’ chiaro che una eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”
Novembre 1993: vengono lasciati scadere 343 41bis. Conso dice: presi quella decisione in assoluta solitudine
27 febbraio 1994: arrestati a Milano i fratelli Graviano
28 marzo 1994: Berlusconi vince le elezioni. Per i pentiti Dell’Utri ha sancito un patto con Cosa nostra
31 ottobre 1995: l’infiltrato Luigi Ilardo, confidente del colonnello Michele Riccio, incontra Provenzano a Mezzojuso. I ros non lo arrestano: Mori e Obinu guardano da lontano senza intervenire.
10 maggio 1996: prima di diventare collaboratore di giustizia, Luigi Ilardo viene ucciso
1 agosto 1996: Cirami, Bruno Napoli, Nava e Tarolli propongono un disegno di legge per istituire il “pentito dissociato”. Basta dissociarsi per avere sconti di pena.
2010: le procure di palermo e caltanissetta sentono: Martelli, Conso, Ferraro, Violante, Scalfaro, Ciampi, Mancino, Nicolò Amato.
25 novembre 2011: Mancino inizia a sentire Loris D’Ambrosio, consulente giuridico di Napolitano
21 dicembre 2011: Sandra Amurri ascolta per caso Mannino e Gargani: “a palermo hanno capito tutto, stavolta ci fottono. Quel cretino di ciancimino ha detto tante cazzate, ma su di noi ci ha azzeccato”
Questo è il contesto in cui è avvenuta la strage di via D’Amelio e chiunque legga in seguenza non può che convincersi di quello che aveva affermato il ministro dell’interno Vincenzo Scotti davanti alla commissione affari costituzionali del senato: “nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo”. A Palermo non si svolge un processo per il reato di “trattativa”, ma per il reato di “violenza o minaccia ad un corpo politico”, art. 338 del Codice penale, che corrisponde alla perfezione a quanto affermato da Scotti (…)

Trattativa Stato-mafia, morte o esilio per renitenti: tre i caduti

Due i magistrati antimafia: Barillaro privato della scorta muore in uno strano incidente, Ingroia “esodato” vola in Guatemala. Uno il testimone scomodo: D’ambrosio, consigliere del Colle, scomparso a causa di un infarto. Tre indizi in odor di prova.

Un filo rosso unisce i vissuti di tre uomini diversi che hanno trovato nella ricerca della verità un fronte comune per contrastare la perenne collusione fra Stato e mafia. La fine di luglio ha segnato indelebilmente la storia di questo paese: mercoledì 25 muore il giudice Barillaro, uomo chiave della lotta contro la mafia. Attualmente ricopriva il ruolo di gip al tribunale di Firenze, dove ancora si sta indagando sulla famigerata quanto appurata trattativa fra Stato e mafia. Come consigliere applicato alla corte d’assise d’appello di Caltanisetta, ha redatto la sentenza nel processo Borsellino ter sulla strage di via D’Amelio e la sentenza nel processo a Totò Riina e altri per l’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone. Di recente si era occupato del traffico illecito di capitali fra Italia e Cina, un flusso di denaro di circa 4,5 miliardi che scorreva negli argini sicuri della criminalità organizzata. Barillaro parlava così di Borsellino: “Ora tutti lo osannano, ma a quei tempi era stato lasciato solo”. Il Viminale gli aveva da poco tolta la scorta, nonostante la succeduta lettera di minacce che inneggiava alla sua morte.

Il 25 luglio è anche il giorno in cui Antonio Ingroia lascia l’incarico di sostituto procuratore di Palermo per trasferirsi in Guatemala. Il magistrato titolare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia andrà a combattere il narcotraffico nella piccola repubblica centroamericana per conto delle Nazioni Unite. Una notizia surreale dato che si tratta di una delle indagini più importanti capitate fra le mani del pm palermitano. Tanto più che lo stesso Ingroia dice di andarsene con l’amaro in bocca: da qui si capisce tutto il dispiacere di un pm che non può restare a vedere l’esito di quanto ha costruito in istruttoria. Infine il 26 luglio muore d’infarto il magistrato Loris D’Ambrosio, consigliere del Quirinale ed ex collaboratore del giudice Giovanni Falcone. D’Ambrosio aveva recentemente rilasciato al Fatto Quotidiano un’intervista dove ammetteva di aver aiutato Mancino, per conto di Napolitano, a ottenere un trattamento favorevole coi giudici. Mancino è infatti indagato per falsa testimonianza nell’ambito del processo di Palermo sulla trattativa. Insomma, l’unico che al Colle era disposto a parlare ci ha improvvisamente lasciato. Se qualcosa non cambia, della trattativa non rimarrà che un ricordo.

Dal G8 alla Valsusa: breve reportage sulla repressione poliziesca (VIDEO)

Le stesse voci dei protagonisti rivelano la devianza di uno Stato che è avvezzo a silenziare il dissenso col discredito, colla forza e con qualsiasi altro mezzo utile mantenere lo status quo. I nuovi gerarchi come i vecchi, il popolo non ha potere: dissentire è un crimine.
Testo (guarda il filmato cliccando qui o sull’immagine sopra):
«Questo breve intervento, intitolato “Boicottaggi di Stato: la doppia morale dei nuovi conservatori”, si apre con un indovinello: chi è stato a pronunciare il seguente discorso?
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”
Ebbene, a dispensare questi nefasti consigli non è stato un criminale psicopatico, bensì un ex presidente emerito della repubblica, considerato dai pennivendoli di regime un esimio statista. Il suo nome è Francesco Cossiga, un moderato per definizione, con qualche nostalgia squadrista. Queste dichiarazioni risalgono al 2008 quando cresceva nel Paese l’onda di protesta studentesca, innescata dagli indiscriminati tagli alla scuola pubblica ad opera congiunta dei ministri Tremonti e Gelmini. I referenti messi in campo dal governo in quell’occasione per allestire un tavolo di confronto con gli studenti furono i poliziotti: scelta alquanto deprecabile, ma estremamente emblematica del perverso rapporto fra politica e cittadinanza. I politici oggigiorno si sentono dei piccoli principi rinascimentali e, talvolta, impiegano la polizia alla stregua di una propria milizia personale; Cossiga non ne ha fatto mistero, usandola per reprimere nel sangue il dissenso studentesco.
Le forze dell’ordine sono l’ultimo baluardo per la casta e presidiano assiduamente i palazzi del potere, siano essi luoghi istituzionali o mere espressioni dell’oligarchia finanziaria: nel mese di maggio di quest’anno a Francoforte si sono radunati giovani da tutta Europa per contestare pacificamente le politiche fiscali della Bce. Nonostante gli spostamenti del corteo fossero stati adeguatamente segnalati alle autorità competenti, la polizia con chiaro intento intimidatorio ha impedito la libera circolazione ai manifestanti bloccandone alcuni alle porte della città, altri a debita distanza dalla banca, altri ancora sono stati invece arrestati per presunti reati bagatellari. “Non disturbare il manovratore” sembra il monito che proviene dai colpi dei manganelli degli agenti che, a più riprese, non si limitano a difendere le plumbee sedi istituzionali, ma affondano persino attacchi scatenando tafferugli che per deontologia dovrebbero contribuire a evitare.
L’uso politico delle forze dell’ordine è di matrice autoritaria è serve a nascondere un problema: l’autismo e l’autoreferenzialità di una classe dirigente che non vuole e non può ascoltare le umane istanze di un popolo che chiede equità e giustizia. Serve a celare la grave crisi di rappresentanza che ammorba il Paese e ne rallenta il progresso. Non serve invece sciorinare la pomposa retorica delle distinzioni, dicendo che la componente buona della polizia è maggioritaria: se il partito dei poliziotti fedeli e ligi al dovere non alza la voce è come se non esistesse. La gente scende in piazza spinta dalle esigenze di una vita immiserita da anni di politiche truffaldine, ma ad accoglierla non ci sono più i partiti, bensì schiere di agenti in tenuta antisommossa.
Gli scenari fin qui evocati non possono che riportarci ai tragici fatti del G8 di Genova del 2001. Il tema è tornato recentemente d’attualità dopo l’uscita al cinema del film “Diaz”. Tralasciando che è un film di notevole valore storico, dato che si basa sulla ricostruzione probatoria del processo che ha portato alla condanna di diversi membri delle forze dell’ordine, la realtà che ha portato alla luce dovrebbe occupare la ribalta mediatica e politica: un plotone di esecuzione che irrompe in una scuola adibita a ostello, e, dopo la chiusura dei lavori al G8, pesta a sangue uomini e donne inermi. Non contenti i carnefici seviziano alcune vittime nel carcere di Bolzaneto, senza che nessun ministro l’indomani riferisse in parlamento. Non credo che questo sia un insabbiamento, ma che diversamente denoti la distanza tra politica e cittadini, che sono considerati tuttalpiù un’appendice scomoda della società utile solo in caso di elezioni. E la facilità con cui talvolta la magistratura dispone arresti nei confronti di manifestanti incensurati conferma questa tesi: nel settembre del 2011 ad esempio sono state arrestate in Val di Susa un’infermiera (madre di tre figli) e una studentessa di medicina che si trovavano in una baita nei pressi del cantiere di Chiomonte per garantire un minimo di assistenza medica ai Notav.
Nello zaino di una delle due donne sono stati rinvenuti lacci emostatici, disinfettanti e garze sterili: insomma il perfetto kit  da terrorista incallito. Risulta difficile comprendere le ragioni di tal provvedimento disposto dalla procura di Torino di cui Gian Carlo Caselli è il capo. Soprattutto se si considera che le due donne sono state trattenute in carcere per settimane per un ipotesi di reato alquanto bislacca: concorso morale in aggressione a pubblico ufficiale. Tradotto significa che siccome si trovavano dalla parte dei Notav e non da quella della polizia – ma va’? – sono state accusate di tifare per i valsusini. Sembra il teatro dell’assurdo, dove alla stregua della poetica orwelliana il solo trovarsi in un luogo bandito è causa di deportazione. Ma evidentemente per Caselli e colleghi tutto rientra nella normalità; tuttavia agli occhi dei più potrebbe apparire strano che il parlamento neghi l’arresto di Nicola Cosentino (concorso esterno in associazione camorrista) e di Alberto Tedesco (associazione a delinquere) per reati ben più gravi. Molti la vivono come un’ingiustizia che innesca una riflessione generale sull’uso che viene fatto delle carceri italiane: non un luogo dove ci finiscono tutti i delinquenti, ma solo alcuni, quelli sfigati, e spesso utilizzato anche come potente deterrente per chi si oppone al potere politico. Quanti mandanti a volto coperto di stragi e omicidi conta la storia italiana dal dopoguerra a oggi? Quanti i truffatori dello Stato? E infine quanti i capri espiatori?
Proviamo ora più nel concreto ad analizzare il comportamento e il funzionamento delle forze dell’ordine, per esempio considerando l’annosa questione dei permessi di soggiorno. I dibattiti che si celebrano attorno al tema immigrazione sono generalmente caratterizzati da argomenti funzionali alla retorica politica, e non alla risoluzione dei problemi. Quando si parla di determinazione della cittadinanza mediante il principio dello ius soli o dello ius sanguinis si pone l’accento su una questione marginale. Per rendersene conto basterebbe accompagnare in questura un immigrato che deve chiedere o rinnovare un permesso di soggiorno. Sorvolando sui paradossi legislativi secondo cui un extracomunitario dovrebbe mettere piede in Italia solo dopo aver già trovato un lavoro in regola (legge Bossi-Fini), chi approda nel nostro paese trova diversi ostacoli per regolarizzare la propria posizione. A dispetto della scarsità dei controlli sullo sfruttamento della manodopera clandestina imperante in tutta la Penisola, uno straniero deve cimentarsi con un iter burocratico snervante, composto per altro dalla richiesta di documenti superflui e tra loro equivalenti, come ad esempio il CUD, il Modello Unico e una dichiarazione del datore di lavoro che certifichi la presenza dell’immigrato sul posto di lavoro.
Tuttavia la critica non verte sulla legittimità di tale richiesta, quanto sull’inefficacia della stessa dovuta alla mancata predisposizione e/o implementazione di sportelli che accolgano e aiutino gli stranieri, regolari e non, a compilare cotanta risma mettendoli in pari con la legge. Ma la Bossi-Fini sappiamo che classifica gli irregolari come delinquenti e ne dispone l’arresto, congestionando le già precarie condizioni delle patrie galere. In barba al principio costituzionale di uguaglianza si può concludere che lo Stato italiano discrimina gli extracomunitari per il solo fatto di non essere nati all’interno del recinto dell’Unione Europea. Questo punto evidenzia una palese contraddizione che pesa come un macigno sulla credibilità della nostra politica estera: l’Italia ripudia l’immigrazione e al contempo ne beneficia, reclutando manovalanza clandestina che contribuisce ad abbassare i livelli medi dei salari.
Una doppia morale che si evince anche in altri ambiti istituzionali caratterizzando la storia della repubblica italiana fin dai suoi albori. Un doppio gioco che si staglia anche nell’ampio panorama delle opere pubbliche, non sempre ideate per rispondere alle esigenze della collettività. I comitati che si oppongono a infrastrutture inutili e dannose vengono spesso dipinti dalla stampa di regime come dei barbari retrogradi con probabili infiltrazioni terroristiche ed eversive. Eppure basterebbe recarsi in loco per rendersi conto che la realtà è un’altra: il più delle volte si tratta di cittadini ben informati sulla propria vertenza, che hanno tentato di comunicare con le istituzioni senza tuttavia ricevere alcuna risposta. Purtroppo questi gruppi non possiedono i mezzi per potersi difendere da attacchi strumentali, cadendo inesorabilmente sotto l’immane potenza di fuoco mediatica dispiegata dagli organi governativi. Così i Notav diventano blackbloc, i Nogronda Noglobal, gli studenti terroristi etc.
La mistificazione è un’arma bianca di distrazione di massa, la più diffusa nelle redazioni giornalistiche. La si usa soprattutto per nascondere delle verità scomode figlie di scelte scellerate di una politica degna del più bieco assolutismo. È il caso dell’omicidio Aldrovandi a cui non viene dato per nulla risalto da una stampa asservita alla casta, nonostante i poliziotti che parteciparono al massacro del ragazzo siano stati recentemente condannati in via definitiva. Un opportuno risalto mediatico della notizia avrebbe potuto quantomeno indurre il capo della Polizia a licenziare i responsabili del reato che invece sono stati semplicemente trasferiti. Una prassi molto simile a quella usata dal clero quando spedisce i sacerdoti pedofili ad annunciare la parola di Dio lontano dai luoghi dove hanno consumato le molestie. Un altro caso eclatante di mistificazione mediatica è rappresentato dalle notizie che circolano intorno a Nicola Mancino riguardo alla trattativa fra Stato e Mafia. Le sue incessanti pressioni sul Quirinale per poter ottenere un trattamento speciale dalla procura di Palermo sono passate in secondo piano in favore di una improbabile ipotesi di conflittualità fra le procure che si occupano della trattativa. Alcuni giornali per l’occasione si sono trasformati in dei veri e propri uffici stampa della Presidenza della Repubblica, sottolineando l’importanza di un coordinamento globale delle indagini tanto auspicato da Napolitano.
Sebbene la fiducia nell’attuale classe politica e nei suoi editori maggiordomi stia inesorabilmente crollando, occorre comunque equipaggiarsi al meglio contro le balle di regime. Nei periodi di declino infatti – o di basso impero – i governi e i loro cortigiani non risparmiano tiri mancini pur di rimanere attaccati allo scettro. Infine, ogni tanto, per evitare di abboccare a simili amenità, non guasterebbe farsi una capatina in quei luoghi tanto demonizzati dai mass media; magari nella selvaggia Val di Susa infestata dai sordidi pirati Notav o in qualche altro presidio contro le barbarie odierne. Ci si accorgerebbe toccando con mano di avere di fronte persone normali, e non pericolosi briganti».

Dal Colle omertà sulla trattativa: mafia e Stato si assomigliano

Napolitano si rifiuta di parlare della missiva spedita per redarguire le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia. Se questo è un presidente della repubblica…

Dall’unità d’Italia le istituzioni non hanno mai brillato per trasparenza, men che meno oggi. La notizia di ieri sulle raccomandazioni epistolari inviate dal Quirinale al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito è passata in sordina. Nella missiva si chiedevano informazioni riguardo alle indagini sulla trattativa Stato-mafia delle tre procure italiane più antipatiche alla casta: Palermo, Messina, Firenze. La lettera è dei primi mesi di quest’anno ed è stata sollecitata dalle continue pressioni di Nicola Mancino, ministro dell’interno all’epoca delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Mancino infatti, dopo essere stato sentito dai magistrati di Palermo, ha bombardato di messaggi la Presidenza della Repubblica lamentando di essere stato lasciato solo ad affrontare il processo; secondo le intercettazioni dell’inchiesta palermitana, avrebbe addirittura chiamato il procuratore del capoluogo siciliano Francesco Messineo per evitare un confronto in tribunale coll’ex guardasigilli Claudio Martelli.

Sconcerta il fatto che alla lettera del Quirinale abbia fatto seguito un controllo del pg Esposito sull’operato della procura di Messina, anch’essa scomoda per aver alzato il tiro delle indagini. Curiosamente, poco dopo, un’altra intercettazione immortala Mancino mentre ringrazia Esposito per la sua iniziativa considerata “un segnale forte in difesa dei politici”. L’intera vicenda non fa altro che gettare un’ulteriore onta sull’operato della giustizia italiana. E questo a dispetto degli odierni comunicati del Colle che parlano di legittimo esercizio delle funzioni di Napolitano in merito alla lettera inviata al pg Esposito. Normale amministrazione, vorrebbero farci credere, ma non sembra tanto normale che un ex parlamentare chiami il suo amico capo di Stato per togliersi dalle calcagna dei magistrati. Sono cose da basso impero, non certo da moderna democrazia. Oltretutto contribuiscono a svilire e a disincentivare il lavoro dei magistrati onesti che vogliono far luce sul periodo stragista dei primi anni novanta.

Giustizia, Grillo-Notav e Dell’Utri: due pesi e due misure

TORINO – Oggi inizia il processo che vede imputato Beppe Grillo insieme a una ventina di attivisti Notav. L’accusa è quella di aver violato i sigilli di un’area interdetta che peraltro erano già stati spazzati via dal vento, come riportato su un Ansa del 5 dicembre 2010. Come dice lo stesso Grillo si tratta di una questione ridicola che poteva essere risolta di fronte a un giudice di pace con una sanzione amministrativa. E invece si va a intasare ulteriormente un sistema giudiziario già colmo con una messa in scena che ha del kafkiano. Sconcerta vedere all’udienza Giorgio Rossetto, un’attivista Notav in attesa di giudizio trattato alla stregua di un boss mafioso tanto in aula quanto in carcere, dove passa le giornate in cella d’isolamento. Rossetto è detenuto in un penitenziario di massima sicurezza a Saluzzo, dove gli è stata imposta la censura per aver raccolto fra i detenuti delle firme in difesa della libertà d’espressione. Il trattamento riservato all’attivista risulta essere sproporzionato dato che stiamo parlando di una persona incensurata e in attesa di giudizio accusata di resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

NORIMBERGA – Interdizione della libertà individuale per Rossetto e altri Notav incensurati e Marcello Dell’Utri a piede libero? Come può accadere? Siamo ormai abituati a casi del genere, come quando la procura di Torino fece arrestare due donne, di cui una madre di tre figli, con un’accusa che rasentava l’assurdo: concorso ideologico per aver sostenuto moralmente alcuni manifestanti che in seguito vennero incarcerati. Ma ci rendiamo conto? Concorso ideologico! Inutile fare confronti con galantuomini del calibro di Cuffaro o Dell’Utri che di concorso sono stati condannati, ma per uno ben più grave, quello esterno in associazione mafiosa. La differenza tra questi ultimi e le due attiviste Notav non sta tanto nell’abissale distanza fra la gravità dei reati contestati, bensì nell’appartenenza di ceto. Le prime infatti sono cittadine rispettose della legge che fanno politica attiva difendendo il proprio territorio, i secondi sono due deputati (o ex) che si avvalgono di una serie di privilegi – fra cui l’immunità parlamentare – per non finire in prigione. A quando una nuova Norimberga?

Fonti:

Tribunale Torino, processo a Beppe Grillo

Dell’Utri salvato dalla Cassazione: festeggiamenti ad Arcore

ROMA – La cassazione annulla la sentenza d’appello che condannava il senatore Dell’Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, respingendo al contempo la richiesta di un inasprimento della pena avanzata dalla procura generale di Palermo. Suscita scalpore il fatto che la corte fosse presieduta da un certo Aldo Grassi, noto compagno di merende del giudice “ammazza-sentenze” Corrado Carnevale – quello che, per intenderci, ha cancellato svariati verdetti che condannavano mafiosi, per vizi di forma. Ironia della sorte, il ruolo di zelante difensore del senatore in coppola è stato interpretato dal procuratore generale della Corte suprema, che con una patetica sviolinata ai giudici – definiti di “grandissimo e indiscusso profilo professionale” – ha chiesto che venisse annullata la sentenza di secondo grado. Raccontata così sembrerebbe una farsa, eppure il pg Francesco Iacoviello ha vestito di fatto i panni dell’avvocato di Dell’Utri, facendo presagire una sentenza favorevole per l’imputato già in fase di udienza.

UN ONESTO MAFIOSO IN BORGHESE – Tuttavia la decisione della V sezione della Cassazione non può cancellare l’onta mafiosa che incombe sul più stretto collaboratore di Berlusconi. L’impianto probatorio dei processi di primo e secondo grado svela una serie di inquietanti elementi che attestano gli stretti rapporti che Dell’Utri intesseva con la mafia. Lo stesso (dis)onorevole non ha mai smentito tali circostanze, facendosene talvolta un vanto (come dimostra questo video al minuto 2:30); insomma, per Dell’Utri, intrattenersi con mafiosi di grande calibro era una consuetudine neanche tanto sconveniente. Ma veniamo al nocciolo della questione: serve davvero una sentenza per sapere se questa persona ha una credibilità e un’attitudine tali da poter rappresentare con dignità il popolo italiano in parlamento? Quest’uomo non rinnega affatto i suoi legami con criminali mafiosi e molto probabilmente non finirà mai in carcere grazie alla sospetta clemenza della Cassazione. A seguito della sua condanna in appello Dell’Utri dichiarò: “Mangano è stato un eroe, non ha mai risposto alle domande dei giudici che volevano sapere di me e di Berlusconi”. Secondo molti questo è stato un avvertimento lanciato proprio a Berlusconi, che tradotto suonerebbe così: “Caro Silvio se finisco in galera non starò zitto come Mangano, ma ti sputtanerò quanto basta per farti marcire nella più angusta delle prigioni”; da quel momento il cavaliere si dev’essere prodigato per far ottenere al suo amico Marcello un verdetto favorevole, come poi è avvenuto di fatto ieri al Palazzo di Giustizia. Forse, in queste ore, ad Arcore stanno stappando bottiglie di spumante a profusione…

Fonti:

La Pax Dell’Utri

Strage di via D’Amelio: la verità tra le righe

Posted ottobre 28th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata

PALERMO – Giovedì scorso la Corte d’appello di Catania ha dichiarato inammissibile l’istanza di revisione per il processo della strage di via D’Amelio. Il procuratore generale nisseno Roberto Scarpinto, è stato dunque invitato a procedere per calunnia nei confronti di Scarantino e Candura, autori di un vero e proprio depistaggio. I due manovali di Cosa nostra infatti si autoaccusarono di colpe gravissime, come il furto dell’auto usata per l’attentato, facendo condannare altri sicari della mafia, che però dopo i riscontri alle dichiarazioni di Spatuzza si sono rivelati estranei alla vicenda. Dopo quasi vent’anni dall’eccidio, ancora non si trovano i misteriosi pupari. Tutti sempre pronti a cercare d’individuare gli esecutori materiali dell’efferato crimine – eccetto uno sparuto numero di magistrati e uomini del mondo dell’informazione – e mai nessuno che tenta di scoprire chi ha ordito le trame. Forse non si arriverà mai a una sentenza di condanna per i reali mandanti, ma per rendere onore alla memoria di un magistrato, che per spirito di servizio ha sacrificato la sua vita, è opportuno divulgare quello che molti tacciono. E cioè che Paolo Borsellino era a conoscenza della trattativa fra Stato e mafia, e che fu ucciso perché l’avrebbe contrastata platealmente. Non si può biasimare a questo punto i giudici catanesi che hanno respinto la revisione del processo.

Il loro compito è stato quello di ravvisare se ci fossero gli estremi per celebrare un nuovo dibattimento. Siccome sarebbe stata necessaria una sentenza definitiva che incriminasse altri soggetti, hanno decretato nulla l’istanza, attenendosi così alle regole della giurisprudenza. Nodo cruciale della storia rimane però l’isolamento a cui Paolo Borsellino è stato sottoposto, una volta calata la sua popolarità dopo il Maxiprocesso. Se le istituzioni del tempo non sono state solidali con lui, allora sono quantomeno corresponsabili della sua morte, e se ancora i politici della Seconda Repubblica non hanno saputo prendere le distanze dai loro predecessori, be’ allora il sangue del probo magistrato macchia anche le loro mani. A Catania inoltre i giudici hanno sospeso l’esecuzione della pena a sei degli otto condannati all’ergastolo per l’eccidio del 19 luglio ’92. Magra consolazione per chi ha sete di giustizia, che comunque aggiunge un’altra tesserina al mosaico. Risulta tuttavia improbabile che due o tre sicari di basso rango abbiano potuto architettare un depistaggio così ben congegnato, senza l’aiuto di qualche membro delle istituzioni. Se non fosse stato infatti per le dichiarazioni di Spatuzza, nessuno avrebbe potuto contestare le menzogne di Scarantino e Candura, che adesso lamentano di essere stati costretti a mentire da un gruppo di investigatori della Polizia vicino a Falcone e Borsellino.

Fonti:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=WTGoNkNJE2I

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=4802:strage-di-via-damelio-pena-sospesa-per-sei-condannati&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Strage di via D’Amelio: revisione del processo

Posted ottobre 17th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata

Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta morirono in un attentato e ancora gli inquirenti sembrano brancolare nel buio. Sono quasi 20 anni che vanno a sbattere contro il muro di gomma costruito da politica e malavita, ma forse questa volta sta per aprirsi una breccia. Venerdì 14 il procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato ha avviato il procedimento di revisione per sette ergastolani e altri quattro condannati per la strage di via D’Amelio. L’iniziativa è nata sulla scia delle nuove indagini della Procura nissena, avviate dopo le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, ex braccio destro dei boss di Brancaccio. Le deposizioni rese dal superpentito sono state passate a setaccio per parecchi mesi e hanno trovato numerosi riscontri, inducendo così Scarpinato a trasmettere l’istanza di revisione alla Corte d’appello di Catania. Il magistrato che ha riaperto le indagini sulla strage ha definito un “clamoroso depistaggio” quello fornito dai due falsi pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, rei di essersi autoaccusati di fatti gravissimi che non avrebbero commesso, costretti da esponenti della polizia.

Candura sostenne infatti di aver rubato la 126 che esplose in via D’Amelio su ordine di Scarantino, uno strano personaggio con precedenti per droga che, a dire di ex boss di calibro, con Cosa nostra non ha mai avuto a che fare. In realtà le parole di Spatuzza non lasciano dubbi sul ruolo che ha giocato nell’eccidio, e annientano la marea di fandonie raccontate dai due infimi sgherri di cui sopra. Non ci sono elementi per definire tal depistaggio un complotto, ma appare evidente che sia stata attuata una strategia per occultare i fatti, in cui pezzi dello Stato e criminali si sono spalleggiati a vicenda. Ora si attende che la Corte di appello di Catania si dichiari competente e avvii il procedimento di revisione, in caso contrario dovrà trasmettere il fascicolo a Messina, dove ad occuparsi della questione potrebbe essere il Pg Franco Cassata, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa a Reggio Calabria. Se la loquacità del collaboratore di giustizia più vicino ai Graviano non accenna a diminuire, sarà sempre più difficile per gli alti ranghi della politica chiamarsi fuori dalla vicenda.

Fonti:

il Fatto Quotidiano del 15 ottobre, “Via D’Amelio, si ricomincia da zero” pagina 12
http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/424900/