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Industriali contro il falso in bilancio: Gabanelli svela i nomi

Il gotha dell’imprenditoria promotore della depenalizzazione del falso in bilancio: è quanto spiega la Gabanelli nella sua prima stagionale di Report, citando i sottoscrittori di una lettera del ’97 pubblicata su Il Sole 24 ORE.

Ci sono tutti! I più grandi, i più ricchi, i più snob. Quelli che pensano che il popolo sia sovrano solo quando non rompe le scatole ai monopolisti del mercato. Milena Gabanelli, con la solita pacatezza, irrompe come un cilcone nella dissolutezza del mondo politico, oggi. Oggi, appunto, come l’incipit della sua inchiesta che rimembra subito un’epistola apparsa 15 anni fa su Il Sole 24 ORE, dove 45 fra grandi manager e imprenditori si univano in un accorato appello affinché venisse allentata la pressione dei controlli sulle loro aziende. Il contesto era quello post tangentopoli: l’élite politico-finanziaria del Paese era stata falcidiata dalle inchieste del pool della Procura di Milano e necessitava quindi di una cura ricostituente per potersi ripresentare. I reati nel mirino del gotha capitalistico erano quelli contro la pubblica amministrazione (art. 314 e segg. c.p.), in particolare corruzione e affini. Così per dissimulare un contrasto palese di questi delitti, si sono dirottati su quello apparentemente più innocuo, ovvero il falso in bilancio. La pratica più consolidata per accumulare fondi neri da distribuire per “oliare” il crimine del malaffare.

Nell’articolo citato dalla conduttrice di Report si legge che lor signori auspicavano una certa indulgenza sulle somme indebitamente incassate, qualora rappresentassero piccole proporzioni dei ricavi totali dell’azienda. Traduzione: se un’impresa fattura 10 milioni e s’imbosca 500 mila euro, non stiamo a tartassarla con inchieste che sfociano nel penale. E poco importa se con quei denari corrompono pubblici funzionari o pagano lo smaltimento illegale dei rifiuti alla camorra, trattasi solo del 5% del fatturato, troppo poco per inficiare il loro buon nome. Un assurdo logico perorabile solo da chi ha la coda di paglia, ed infatti nel lungo elenco di nomi snocciolato amabilmente dalla giornalista figurano alcuni pregiudicati e/o indagati per reati finanziari o contro la pubblica amministrazione. Fra i personaggi più importanti troviamo l’immancabile Enrico Cuccia, Diego Dalla Valle, Ennio Doris, Letizia Moratti, Leonardo Mondadori, Sergio Pininfarina e altri che si strinsero anche nell’esprimere ufficialmente solidarità fraterna a Cesare Romiti, colpito all’epoca dalle condanne per frode fiscale, falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti.

Dal Colle omertà sulla trattativa: mafia e Stato si assomigliano

Napolitano si rifiuta di parlare della missiva spedita per redarguire le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia. Se questo è un presidente della repubblica…

Dall’unità d’Italia le istituzioni non hanno mai brillato per trasparenza, men che meno oggi. La notizia di ieri sulle raccomandazioni epistolari inviate dal Quirinale al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito è passata in sordina. Nella missiva si chiedevano informazioni riguardo alle indagini sulla trattativa Stato-mafia delle tre procure italiane più antipatiche alla casta: Palermo, Messina, Firenze. La lettera è dei primi mesi di quest’anno ed è stata sollecitata dalle continue pressioni di Nicola Mancino, ministro dell’interno all’epoca delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Mancino infatti, dopo essere stato sentito dai magistrati di Palermo, ha bombardato di messaggi la Presidenza della Repubblica lamentando di essere stato lasciato solo ad affrontare il processo; secondo le intercettazioni dell’inchiesta palermitana, avrebbe addirittura chiamato il procuratore del capoluogo siciliano Francesco Messineo per evitare un confronto in tribunale coll’ex guardasigilli Claudio Martelli.

Sconcerta il fatto che alla lettera del Quirinale abbia fatto seguito un controllo del pg Esposito sull’operato della procura di Messina, anch’essa scomoda per aver alzato il tiro delle indagini. Curiosamente, poco dopo, un’altra intercettazione immortala Mancino mentre ringrazia Esposito per la sua iniziativa considerata “un segnale forte in difesa dei politici”. L’intera vicenda non fa altro che gettare un’ulteriore onta sull’operato della giustizia italiana. E questo a dispetto degli odierni comunicati del Colle che parlano di legittimo esercizio delle funzioni di Napolitano in merito alla lettera inviata al pg Esposito. Normale amministrazione, vorrebbero farci credere, ma non sembra tanto normale che un ex parlamentare chiami il suo amico capo di Stato per togliersi dalle calcagna dei magistrati. Sono cose da basso impero, non certo da moderna democrazia. Oltretutto contribuiscono a svilire e a disincentivare il lavoro dei magistrati onesti che vogliono far luce sul periodo stragista dei primi anni novanta.