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Trattativa Stato-mafia, morte o esilio per renitenti: tre i caduti

Due i magistrati antimafia: Barillaro privato della scorta muore in uno strano incidente, Ingroia “esodato” vola in Guatemala. Uno il testimone scomodo: D’ambrosio, consigliere del Colle, scomparso a causa di un infarto. Tre indizi in odor di prova.

Un filo rosso unisce i vissuti di tre uomini diversi che hanno trovato nella ricerca della verità un fronte comune per contrastare la perenne collusione fra Stato e mafia. La fine di luglio ha segnato indelebilmente la storia di questo paese: mercoledì 25 muore il giudice Barillaro, uomo chiave della lotta contro la mafia. Attualmente ricopriva il ruolo di gip al tribunale di Firenze, dove ancora si sta indagando sulla famigerata quanto appurata trattativa fra Stato e mafia. Come consigliere applicato alla corte d’assise d’appello di Caltanisetta, ha redatto la sentenza nel processo Borsellino ter sulla strage di via D’Amelio e la sentenza nel processo a Totò Riina e altri per l’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone. Di recente si era occupato del traffico illecito di capitali fra Italia e Cina, un flusso di denaro di circa 4,5 miliardi che scorreva negli argini sicuri della criminalità organizzata. Barillaro parlava così di Borsellino: “Ora tutti lo osannano, ma a quei tempi era stato lasciato solo”. Il Viminale gli aveva da poco tolta la scorta, nonostante la succeduta lettera di minacce che inneggiava alla sua morte.

Il 25 luglio è anche il giorno in cui Antonio Ingroia lascia l’incarico di sostituto procuratore di Palermo per trasferirsi in Guatemala. Il magistrato titolare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia andrà a combattere il narcotraffico nella piccola repubblica centroamericana per conto delle Nazioni Unite. Una notizia surreale dato che si tratta di una delle indagini più importanti capitate fra le mani del pm palermitano. Tanto più che lo stesso Ingroia dice di andarsene con l’amaro in bocca: da qui si capisce tutto il dispiacere di un pm che non può restare a vedere l’esito di quanto ha costruito in istruttoria. Infine il 26 luglio muore d’infarto il magistrato Loris D’Ambrosio, consigliere del Quirinale ed ex collaboratore del giudice Giovanni Falcone. D’Ambrosio aveva recentemente rilasciato al Fatto Quotidiano un’intervista dove ammetteva di aver aiutato Mancino, per conto di Napolitano, a ottenere un trattamento favorevole coi giudici. Mancino è infatti indagato per falsa testimonianza nell’ambito del processo di Palermo sulla trattativa. Insomma, l’unico che al Colle era disposto a parlare ci ha improvvisamente lasciato. Se qualcosa non cambia, della trattativa non rimarrà che un ricordo.

Trattativa, Dell’Utri: “Ingroia è pazzo” e il magistrato si dimette

Dell’Utri offende il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia. Il magistrato decide di dimettersi, fra i motivi c’è quello di non esporre la procura a pressioni e polemiche.

Le dichiarazioni di Dell’Utri alla vigilia della richiesta del suo rinvio a giudizio pesano come un macigno. “Se c’è un pazzo – alla procura di Palermo, nda – è proprio Ingroia” ha affermato il fondatore di Forza Italia fra gli ambulacri del tribunale siciliano. Già da tempo il sostituto procuratore Antonio Ingroia meditava di dimettersi, non appena però fosse riuscito a concludere definitivamente le indagini sulla trattativa Stato-mafia. L’offesa di Dell’Utri alla sua persona è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il magistrato infatti dopo aver ottenuto una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del senatore del Pdl è stato bersagliato dalla stampa asservita alla corte di Arcore. A nulla sono valsi i tentativi dei colleghi di convincere Ingroia a fare un passo indietro, che dal canto suo risponde: “Lascio la procura per rasserenare il clima”. Il magistrato ha voluto inoltre precisare che l’inchiesta rimarrà nelle mani di validi inquirenti che hanno collaborato con lui al difficile compito di ricostruire una verità scomoda.

Una verità che certamente i dodici indagati di questa inchiesta preferirebbero non rivelare. Escludendo mafiosi conclamati come Riina e Provenzano sulla cui riluttanza a collaborare non v’è dubbio, tra gli altri probabili imputati – alcuni dei quali ricoprono ancora cariche apicali – aleggia una spaventosa omertà. Insieme ai media corrotti anche la Presidenza della Repubblica ha cercato di mettere i bastoni fra le ruote alla procura palermitana, sollevando un conflitto di attribuzione dall’evidente sapore intimidatorio. Oltre che per Dell’Utri sono state ravvisate responsabilità nei confronti degli alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni e degli esponenti politici Calogero Mannino e Nicola Mancino. Solo a quest’ultimo viene contestato il reato di falsa testimonianza, mentre per gli altri si tratta di attentato a corpo politico dello Stato. Il fatto che le dimissioni di Ingroia siano state indotte anche da pressioni politiche o interne alla magistratura rimane tuttavia più che un dubbio.

Napolitano terrorizzato dalla pubblicazione delle sue telefonate

Il Presidente della Repubblica blocca i lavori della procura di Palermo che stava per mettere agli atti dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia le sue telefonate con Mancino. Episodio che stride con la giornata di oggi in cui si celebra il ventennale della scomparsa del giudice Paolo Borsellino.

Cosa può spingere un vegliardo ottuagenario prossimo a ritirarsi a vita privata a scaldarsi tanto? L’anzianità dovrebb’essere l’età della serenità e della saggezza, e invece al sol pensier che la procura di Palermo renda noto il contenuto di un paio di sue telefonate Napolitano perde le staffe. Scompone il suo decoro istituzionale fatto di ridicoli moniti e assurdi tentativi di moralizzazione, insinuando il dubbio che i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia abbiano abusato del loro potere inficiando le prerogative dell’Inquilino del Quirinale. Lo fa impegnando inutilmente un’altra istituzione come l’Avvocatura dello Stato per accusare prepotentemente Messineo e Ingroia (apostrofato ieri come pazzo da Dell’Utri), che a detta di insigni giuristi hanno operato nel pieno rispetto della legge. Nel decreto con cui ha incaricato l’Avvocatura il “Presidentissimo” chiede addirittura che le succitate intercettazioni vengano distrutte, ma il procuratore di Palermo Messineo ribatte che ciò può essere fatto solo davanti al gip e non su iniziativa degli inquirenti.

Insomma una querelle degna della corte del Re Sole, dove Napolitano recita la parte del monarca che vuole a tutti i costi il potere assoluto per silenziare l’ordinario e onesto lavoro di una certa procura. Per di più qui si sta parlando di intercettazioni indirette, nel senso che il telefono sotto controllo non era quello del Capo di Stato, bensì quello di un comune cittadino – seppur molto influente – come Nicola Mancino. Se poi l’ex ministro dell’Interno telefona anche al Presidente della Repubblica è ovvio che nelle intercettazioni ci finiscono entrambi. La vicenda invero si staglia in un panorama più complesso in cui Mancino e Napolitano si affannerebbero per salvare le rispettive reputazioni: Mancino ai tempi della strage di via D’Amelio faceva parte dell’esecutivo e probabilmente era a conoscenza della trattativa (e chissà mai che non verrà asseverato che ne fosse un fautore). Quella stessa trattativa che Paolo Borsellino non avrebbe mai accettato, motivo per cui è stato ammazzato. Loro si affannano, e noi oggi nel giorno del ventennale della sua morte commemoriamo la figura di un giudice che si è immolato per servire noi tutti. 19 luglio 1992 – 19 luglio 2012, ancora nessun colpevole.