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Ddl-anticorruzione: sì del Pdl ma con emendamenti salvaBerlusconi

Sprazzi di sobrietà nel governo, subito disinnescati però dai diktat di Berlusconi. Alla presentazione del ddl anticorruzione, ecco in arrivo i primi emendamenti ad personam che depotenziano la riforma in gestazione.

Un’altra occasione persa da Monti per giustificare la sua presenza a Palazzo Chigi. L’ennesima, se consideriamo i tentativi falliti di contrasto alle caste di privilegiati e fuorilegge che ammorbano l’economia italiana: l’Imu/Ici alla Chiesa e alle fondazioni bancarie e accademiche (Bocconi!), patrimoniale (solo minacciata), riscossione crediti dovuti dalle concessionarie dei giochi di Stato, negoziazione con la Svizzera per tassare i capitali evasi al fisco italiano, abolizione delle provincie, etc. Ci era stato raccontato dai corifei dei media che il nuovo esecutivo si sarebbe insediato al solo fine di attuare un equo piano di rientro economico. L’Europa avrebbe fatto da faro, indicandoci la via per intraprendere un percorso di risanamento. Eppure il governo stenta a seguire gli imput dell’Unione, specialmente in tema di giustizia. In settimana è giunta in aula la bozza del disegno di legge anticorruzione, presentata dal ministro della Giustizia Paola Severino; la proposta prevede l’introduzione di nuovi reati che attualmente sfuggono alla macchina della giustizia italiana, in special modo quelli in cui la merce di scambio nella corruzione non è rappresentata esclusivamente dai soldi.

Si parla quindi di favoritismi – in tutte le loro declinazioni, dall’assunzione di parenti e amici nelle aziende statali e parastatali, all’assegnazione di commesse pubbliche, finanche alla promessa di cariche pubbliche (es. parlamentare) o all’interno delle suddette aziende – e di un traffico, definito dalla convenzione di Strasburgo sulla corruzione (datata 1999), di “influenze”. Questa in particolare è stata la molla che, durante la discussione in aula, ha suscitato una levata di scudi fra i banchi del Pdl. Il partito di Berlusconi ha osteggiato – con l’acquiescenza di gran parte dell’emiciclo – il ddl, riservandosi di emendarlo su alcuni punti molto cari all’ex premier: 1) modifica della norma sulla concussione che pende nel processo Ruby sulla testa del Cavaliere; 2) riduzione della pena per abuso d’ufficio a un massimo di tre anni (periodo commutabile in pene alternative), rispetto ai quattro della legge in vigore. Per di più non c’è traccia nella bozza di un’inasprimento della pena per il falso in bilancio, reato foriero di corruzione e altri illeciti, derubricato da una manovra bipartisan (anno 2001) e consensualmente taciuto nel dibattito odierno sul ddl in questione.

Insomma siamo di fronte all’ennesimo piagnisteo del sultano di Arcore, che applica ancora il proprio veto sulle leggi da approvare. E i tecnici che fanno? Si adeguano naturalmente, riformulando la proposta sulla base dei desiderata del leader del Pdl. Con ricadute nefaste su tutte le vittime della concussione, per la quale saranno puniti meno criminali. I termini dell’emendamento, firmato dai deputati Compagna e Gallone (Pdl), confinano infatti il reato di concussione in un recinto più stretto, dentro il quale sarà più difficile includere chi consuma tale tipo di delitto. Poco importa se all’interno di questa manfrina da basso impero si perdono per strada pezzi importanti della convenzione di Strasburgo – ratificata, peraltro, a livello nazionale solo 13 anni dopo la sua promulgazione in Europa –, come ad esempio l’introduzione nel nostro ordinamento dei reati di corruzione fra privati e auto-riciclaggio. Se il parlamento, assoggettato agli umori infantili dell’ex primo ministro, non vuole allinearsi agli standard europei sull’anticorruzione, il governo tecnico potrebbe irreprensibilmente denunciare le incresciose richieste di Berlusconi, e consegnare finalmente al paese l’immagine di un parlamento ormai specializzato solo nel cucire in un lampo leggi su misura dei potenti. Ma la linea connivente dell’esecutivo sembra ormai già tracciata.

Industriali contro il falso in bilancio: Gabanelli svela i nomi

Il gotha dell’imprenditoria promotore della depenalizzazione del falso in bilancio: è quanto spiega la Gabanelli nella sua prima stagionale di Report, citando i sottoscrittori di una lettera del ’97 pubblicata su Il Sole 24 ORE.

Ci sono tutti! I più grandi, i più ricchi, i più snob. Quelli che pensano che il popolo sia sovrano solo quando non rompe le scatole ai monopolisti del mercato. Milena Gabanelli, con la solita pacatezza, irrompe come un cilcone nella dissolutezza del mondo politico, oggi. Oggi, appunto, come l’incipit della sua inchiesta che rimembra subito un’epistola apparsa 15 anni fa su Il Sole 24 ORE, dove 45 fra grandi manager e imprenditori si univano in un accorato appello affinché venisse allentata la pressione dei controlli sulle loro aziende. Il contesto era quello post tangentopoli: l’élite politico-finanziaria del Paese era stata falcidiata dalle inchieste del pool della Procura di Milano e necessitava quindi di una cura ricostituente per potersi ripresentare. I reati nel mirino del gotha capitalistico erano quelli contro la pubblica amministrazione (art. 314 e segg. c.p.), in particolare corruzione e affini. Così per dissimulare un contrasto palese di questi delitti, si sono dirottati su quello apparentemente più innocuo, ovvero il falso in bilancio. La pratica più consolidata per accumulare fondi neri da distribuire per “oliare” il crimine del malaffare.

Nell’articolo citato dalla conduttrice di Report si legge che lor signori auspicavano una certa indulgenza sulle somme indebitamente incassate, qualora rappresentassero piccole proporzioni dei ricavi totali dell’azienda. Traduzione: se un’impresa fattura 10 milioni e s’imbosca 500 mila euro, non stiamo a tartassarla con inchieste che sfociano nel penale. E poco importa se con quei denari corrompono pubblici funzionari o pagano lo smaltimento illegale dei rifiuti alla camorra, trattasi solo del 5% del fatturato, troppo poco per inficiare il loro buon nome. Un assurdo logico perorabile solo da chi ha la coda di paglia, ed infatti nel lungo elenco di nomi snocciolato amabilmente dalla giornalista figurano alcuni pregiudicati e/o indagati per reati finanziari o contro la pubblica amministrazione. Fra i personaggi più importanti troviamo l’immancabile Enrico Cuccia, Diego Dalla Valle, Ennio Doris, Letizia Moratti, Leonardo Mondadori, Sergio Pininfarina e altri che si strinsero anche nell’esprimere ufficialmente solidarità fraterna a Cesare Romiti, colpito all’epoca dalle condanne per frode fiscale, falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti.