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Elezioni Europee: sondaggi Ipsos di Ballarò Taroccati?

Posted maggio 7th, 2014 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Giornalettismo & disinformazione, Politica

Link sondaggio Ipsos di ballarò (M5S 10 punti percentuali sotto al PD: 33% contro 23%)

Scusate… RISPONDETE sotto in discussione:
alle ultime politiche (febbraio 2013) il PD prese il 25% dei voti… Come fa OGGI ad essere al 33-35% dopo aver, nell’ordine:
1) governato con Silvio Berlusconi, senza aver tra l’altro caldeggiato il voto palese per la sua decadenza al senato;
2) votato per la riconferma del programma F35;
3) regalato alle banche 7,5 miliardi;
4) abbassato le pene per il voto di scambio politico mafioso;
5) aumentato il carico dell’imposizione fiscale;
6) approntato riforme costituzionali dal vago sapore dittatoriale (abrogazione art 138, monocameralismo con premio di maggioranza antidemocratico etc.);
7) presentato una riforma di legge elettorale peggiore della precedente (ed era VERAMENTE difficile!);
8) regalato nel DEF centinaia di milioni, se non miliardi, di euro a clientele di partito e grandi lobby (tipo Sorgenia, Lottomatica etc.);
9) dimostrato negligenza, quand’anche non incompetenza, nella mancata emanazione di centinaia di decreti attuativi.

E QUI veniamo al punto: un ESECUTIVO per essere efficiente dovrebbe riuscire ad applicare nel più breve tempo possibile le leggi del parlamento. Questo, in continuità con quello LETTA, sempre PD più Berlusconi, annuncia decreti legge, ne emana alcuni, spesso incostituzionali per disomogeneità e pone la fiducia abusandone, privando il parlamento della sua funzione legislativa. Il tutto con la piena approvazione delle più alte cariche dello Stato.

Grillo/giornali: l’onda di critiche verso un movimento non eletto

Nell’articolo una lista di critiche uscite sui giornali che segnano le tappe della campagna elettorale del comico genovese: da Grillo fascista a Grillo terrorista, fino all’ultima secondo cui Grillo sarebbe stato contestato ieri durante il comizio a Parma.

In cima alla lista dei giornali che criticano aspramente, e spesso in malafede, il Movimento 5 Stelle troviamo paradossalmente il Fatto Quotidiano. Per ammissione del suo stesso vice direttore, Marco Travaglio, i giornalisti che ci lavorano sono in maggioranza detrattori di Grillo e del suo movimento. In seconda posizione di questa speciale classifica si piazza Repubblica che, tra versione on line e cartacea, pubblica quasi quotidianamente editoriali o articoli di vilipendio nei confronti del M5S. Ma andiamo con ordine:

1) Grillo viene ripreso a parlare con attivisti di Casa Pound, titolo a reti e giornali unificati: “Grillo apre ai fascisti di casa Pound”;

2) dopo la liaison fascista, gruppi  dei centri sociali contestano Grillo nelle sue tappe di campagna elettorale, lui li invita puntualmente sul palco per esprimere le loro idee, titolo a reti e giornali unificati: “Grillo contestato da antifascisti”, dove l’equazione centro sociale = antifascismo suona alquanto stridente;

3) Grillo dal palco fa una battuta (sic!) invitando i francesi a puntare i missili anziché sul Mali sul nostro parlamento, Repubblica mistifica titolando: «Grillo: “Al Qaeda bombardi Roma”», ma l’equzione Grillo = terrorista sembra questa volta improponibile;

4) ieri a Parma per l’ultimo comizio emiliano, Grillo viene accolto calorosamente da una folla immensa, ma il titolo del Fatto non gli lascia scampo: «Beppe Grillo contestato a Parma. I genitori: “Rette troppo alte negli asili”».

L’elenco potrebbe continuare all’infinito, ma le critiche strumentali selezionate sono quelle di maggior spessore e si limitano al periodo di campagna elettorale iniziato 15 giorni fa. Illazioni alla persona e poche obiezioni ai contenuti dei comizi, rivolte al fondatore di un movimento che non è mai entrato in parlamento. Marco Travaglio chiamerebbe questo tipo di giornalismo “La scomparsa dei fatti” – dal titolo di un suo celebre libro – evidenziando come ormai i fatti lascino sempre più il posto alle opinioni che diventano esse stesse oggetto di cronaca.

Beppe Grillo: “Torno in tv”. Rai, Mediaset e La7 se lo contendono

Posted gennaio 28th, 2013 by marcomachiavelli and filed in Politica, Profeti moderni

L’annuncio ha dell’epocale. Sono vent’anni che Grillo non appare sulla tv generalista; l’establishment di allora prima lo esiliò, poi lo osteggiò. Tuttavia il suo ritorno non sarà per uno show, ma per scopi elettorali. La canea dei talk show se lo contende.

Prima l’esilio, dopo una battuta mal digerita dai socialisti nel lontano ’89; poi l’estremo saluto del ’93 in uno spettacolo tutto suo in prima serata: fu record di ascolti, ma i cosiddetti tecnici – allora a capo della Rai post tangentopoli – non seppero apprezzarlo. Sia la prima che la seconda repubblica non tolleravano la verve del comico che dileggiava la politica bipartisan, il mondo dell’industria e della finanza. Non fu più cercato, nonostante il grande pubblico lo osannasse. Scampoli dei suoi show d’intrattenimento e informazione sono stati rubati da varie trasmissioni nel tempo, e, ogniqualvolta venivano mandati in onda, la curva degli ascolti impennava.

Michele Santoro ne ha fatto sapientemente uso nei suoi programmi. “Torno in tv – dice Beppe Grillo – nell’ultima settimana di campagna elettorale”. Lo ha annunciato ieri sul predellino del suo camper – quello usato per il suo tour elettorale – attorniato da una miriade di giornalisti. Non apparirà in una tribuna politica, ma in un talk show. “Chiederemo delle garanzie per partecipare” aggiunge, senza rivelare tuttavia quale trasmissione sceglierà; ma la tensione fra i vari conduttori è già alta. Indiscrezioni vogliono che Vespa e Santoro stiano smaniando per accaparrarsi la presenza del fondatore del M5S, sebbene ancora nessuno si sbilanci.

Video:

La promessa di Grillo: “Tornerò in tv”

Elezioni, governo nega il voto a 25.000 studenti all’estero

Il presidente Giorgio Napolitano emana un decreto per agevolare il voto degli italiani all’estero. Nel provvedimento si dimenticano però gli studenti del progetto Erasmus, circa 25.000 ragazzi sparsi in tutto il mondo. Lo stesso numero di elettori fu determinante nel 2006 per la vittoria del centrosinistra.

Prodi ci vinse le elezioni con 25.000 voti, ma l’attuale governo sembra non curarsene. Nemmeno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – lo stesso, per intenderci, che firmava le “leggi vergogna” di berlusconiana memoria e che la Consulta ha recentemente incoronato re al di sopra delle legge con una sentenza scontata, criticata aspramente persino dai più grandi costituzionalisti italiani come Zagrebelsky e Cordero – ha mosso un dito per difendere il diritto di quei 25.000 studenti all’estero di esprimere democraticamente il voto alle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio. Parliamoci chiaro, questi per la maggior parte sono studenti meritevoli che hanno ottenuto la possibilità di andare a studiare all’estero sulla base dei crediti universitari conseguiti, facendo domanda di adesione al progetto di scambio culturale denominato Erasmus.

Secondo gli ultimi dati resi disponibili dal Rapporto Annuale Erasmus, nell’anno accademico 2010/2011 gli studenti italiani che hanno deciso di andare a studiare temporaneamente all’estero sono stati più di 22.000. Ma la tendenza è in forte crescita e si contano circa 1.000 studenti in più all’anno (*), circostanza presumibilmente dovuta alla volontà dei ragazzi di trovare dei solidi agganci per un futuro lavoro appagante, che in italia è stato loro negato. Negato, proprio come il diritto al voto che hanno perso a causa di un decreto legge – il numero 223 del 18 dicembre 2012 – approvato dal Consiglio dei Ministri di concerto col Quirinale. Il provvedimento, pubblicato alla chetichella sulla Gazzetta Ufficiale la vigilia di Natale, dispone una serie di agevolazioni per gli italiani temporaneamente all’estero – ma non ivi residenti – per “motivi di servizio o di missioni internazionali”, al fine di garantire il libero accesso alle prossime votazioni politiche.

Non sono dunque contemplati gli studenti Erasmus – vedi art. 2 del testo –, che per votare dovrebbero recarsi in Italia a loro spese, senza il benché minimo rimborso. Il problema, tuttavia, non è ignoto ai vertici istituzionali, dato che già nelle scorse due legislature – una presieduta dalla sinistra e l’altra dalla destra – si scatenarono petizioni di studenti che chiedevano di poter esercitare il proprio diritto di voto al pari dei loro compagni di università spagnoli, inglesi, tedeschi e persino messicani, i cui rispettivi paesi hanno attivato comode procedure di voto telematico. Cos’hanno da dire a proposito i signori Monti Mario e Napolitano Giorgio, che si sono trincerati dietro un decreto legge discriminatorio e platealmente in contrasto con l’articolo 48 della Carta Costituzionale? Il sospetto, più che fondato, è che si voglia impedire a una frangia di persone colte e ben orientate verso il rinnovamento di una classe politica in declino, di poter influire sull’esito delle urne di lunedì 25 febbraio.

Mario! Giorgio!… Paura eh?!

(*) Fonte: byoblu.com, Non faranno votare 25mila studenti

Consolati contro il M5S: firmare diventa una mission impossible

La raccolta firme del Movimento 5 Stelle per presentarsi alle prossime elezioni trova un grosso ostacolo nella scarsa collaborazione dei consolati. Fra lungaggini dei funzionari e l’inerzia delle procedure burocratiche sta per sfumare la possibilità degli italiani all’estero di votare il movimento di Grillo. Ecco alcune testimonianze.

La consegna delle firme necessarie per partecipare alle elezioni è prevista per il 20 gennaio. Un onere che riguarda soltanto quelle forze politiche che stanno fuori dal parlamento. Un vero e proprio handicap se si considera che il tempo per raccoglierle si è ridotto notevolmente dopo le dimissioni del governo Monti. Da aprile si è passati a febbraio, e per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana si vota in pieno inverno. Il Movimento 5 Stelle ha dunque intensificato la propria raccolta firme durante le festività natalizie e conta di partecipare alle votazione in tutte le circoscrizioni del territorio nazionale. Qualche problema è sorto invece per le quattro circoscrizioni degli italiani all’estero: Europa, America del Nord e Centro America, America del Sud e Asia/Oceania/Africa.

Il numero delle firme è stato abbattuto da un decreto legge estemporaneo del governo, passando da 1.000 per circoscrizione estera a 100. Il compito degli attivisti del M5S residenti all’estero avrebbe dovuto a quel punto risultare in discesa, ma la lentezza della macchina burocratica italiana si è messa loro di traverso. Non solo, a ostacolare il libero esercizio democratico di candidarsi al parlamento ci hanno pensato pure dei consoli che si sono negati quali funzionari autorizzati dalla legge italiana per autenticare le firme degli italiani all’estero. Il colmo della beffa è stato la scoperta da parte degli attivisti esteri del M5S che i moduli per raccogliere le firme dovevano essere stampati in formato A3 o simile, con il simbolo di rappresentanza non più largo di tre centimetri. Insomma, se Formigoni alle ultime elezioni regionali lombarde ha potuto partecipare presentando firme false, il M5S ha dovuto al contrario svenarsi fra bizantinismi burocratici per tentare di presentare la propria candidatura.

E non è detto che ci riesca, visto che la data della consegna delle firme stabilita dal Viminale cade di domenica, quando gli uffici sono chiusi. Se chi ha raccolto le firme all’altro capo del mondo dovesse consegnarle di lunedì, come logica vuole, potrebbe incorrere nella sorpresa di trovarsi un bel cartello affisso sulla porta del ministero con scritto: “Spiacenti ma abbiamo deciso che l’ultimo giorno utile era venerdì 18, riprovate alle prossime elezioni“. Il rischio concreto è che se non si raggiungono le 100 firme in ciascuna delle quattro circoscrizioni estere, gli italiani residenti oltre confine potrebbero non avere diritto a votare il movimento di Grillo. E all’estero si sa, i nostri connazionali guardano la politica italiana con occhi molto attenti.

Leggi le testimonianze degli attivisti sulla scarsa collaborazione ottenuta dai consolati per raccogliere le firme:

I consolati contro il Movimento 5 Stelle

Lombardia, il consiglio regionale approva l’ultima legge-canaglia

PD – PDL – Lega – SEL – IDV – UDC tutti insieme appassionatamente per approvare un legge anti-estinzione: chi si è già insediato nell’ultima legislatura non dovrà raccogliere le firme per ricandidarsi.

“È aperta la votazione sulla legge-delibera 17/2012… Favorevoli 75 contrari 1; il consiglio approva”. Dev’essere stato questo il rintocco che ha scandito l’approvazione dell’ultima legge-vergogna del Consiglio regionale lombardo. PD – PDL – Lega – SEL – IDV – UDC hanno pensato bene di spianarsi la strada per le nuove elezioni prima di dimettersi in blocco. La legge 17/2012 è un rigore a porta vuota in zona Cesarini: a calciarlo è stata l’intera legione dei partiti con la sola esclusione dei Radicali. L’articolo 16 della suddetta norma promulga giust’appunto una deroga alla legge nazionale n. 108 del 17 febbraio 1968, che impone la raccolta delle firme degli elettori per la presentazione delle liste. Secondo il provvedimento, dunque, chi siede attualmente in consiglio non è tenuto a raccogliere le firme per ricandidarsi, azzoppando di fatto le nuove forze che vogliono proporsi alle imminenti elezioni – rispetto alla data per un possibile election-day il ministro Cancellieri lascia presagire la fine di gennaio, in cui si convoglierebbero le regionali di Lombardia, Lazio e Molise. La legge 17/2012 non solo è illegittima e anticostituzionale, ma contravviene anche a un preciso precetto sottoscritto dall’Italia in sede internazionale.

Nel documento Osce firmato dal nostro paese, in merito alla lealtà delle competizioni elettorali, si legge quanto segue: “Document of the Copenhagen Meeting of the Conference on the Human Dimension of the CSCE (1990), paragraph (7.6)
– “respect the right of individuals and groups to establish, in full freedom, their own political parties or other political organizations and provide such political parties and organizations with the necessary legal guarantees to enable them to compete with each other on a basis of equal treatment before the law and by the authorities (*)”. Ogni stato-membro s’impegna cioè, attraverso i propri partiti politici, a garantire piena libertà e uguaglianza alle nuove forze politiche che si affacciano al confronto elettorale. L’esatto contrario di quanto deliberato dal Consiglio lombardo, che pone in netto svantaggio i debuttanti obbligando soltanto loro a raccogliere le firme per la presentazione delle liste. L’ennesimo “beauty contest” per vecchie maitresse della politica… Alla faccia del rinnovamento!

*fonte: Formigoni, The End – di Lombardia 5 Stelle

Salviamo la Sicilia dal venditore di Mediaset G. Micciché (VIDEO)

Posted ottobre 11th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Lobby e malaffare

Secondo l’ex manager di Publitalia, la politica si fa col marketing. Micciché si candida alla regione Sicilia puntando sulle proprie qualità di venditore consumato.

La Sicilia è da sempre l’ago della bilancia delle elezioni politiche italiane. Illustri personaggi come Andreotti, Dell’Utri e Berlusconi devono il loro successo alle orde di voti orientati da questa o quella promessa: una casa, un lavoro, un appalto. La regione ha avuto negli ultimi tempi governi conniventi con mafia e malaffare, scioltisi anticipatamente per via di interventi esterni (es. magistratura, commissariamento). Dire che la Sicilia è in mano alla mafia, che scambia pacchetti di voti con favori concessi dai governanti, non è sbagliato, è riduttivo. La mafia pervade tutta la penisola, anche se in questo momento deve cedere lo scettro a organizzazioni attualmente più potenti come ‘ndrangheta e camorra. Le imminenti elezioni rappresentano un bel banco di prova per i siciliani, che dovranno scegliere se dare continuità o meno alla vecchia classe dirigente. Purtroppo però ecco rispuntare vecchie glorie della politica insulare che, tra il lusco e il brusco, si candidano come alternative al vecchio regime, di cui tuttavia hanno fatto parte e condiviso le scelte.

Uno di questi è il signor Gianfranco Micciché, rampante esponente di Forza Italia, Pdl, e ora leader del partito Grande Sud. C’è una frase, da lui pronunciata, che descrive un tratto drammatico della sua persona ed è questa: “Falcone-Borsellino, che immagine negativa trasmettiamo subito col nome dell’aeroporto (di Palermo, nda)”. Nomi evidentemente urticanti per un baldo esponente dell’alta borghesia Palermitana, adusa a mercanteggiare con la criminalità organizzata. Borghesia di cui fa parte anche Marcello Dell’Utri, che ha introdotto l’amico di buon salotto Micciché negli ambienti Fininvest. Ed è proprio lì che Micciché ha avuto la folgorazione che gli ha cambiato la vita: lo spiega nel filmato, qui riportato in calce, conversando amabilmente delle sue esperienze come manager della compagnia di Berlusconi. Nel suo racconto colpisce la perversa visione politica di quest’uomo: paragona infatti gli elettori a dei clienti di un’azienda, a cui spiegare le meraviglie di un prodotto per convincerli a comprarlo. Forse ha confuso la politica con la vendita degli aspirapolveri… Poverino, dopotutto non sarebbe il primo!

Video:

http://www.youtube.com/watch?v=r2LXCLe0vvI

Governo Monti spiegato da Topolino: tecnici = capro espiatorio

Ieri nell’editoriale del Fatto Quotidiano Marco Travaglio ha sostenuto che Monti non sarebbe un deus ex machina calato dall’alto di chissà quale organismo europeo, bensì uno scudo deflettore per respingere l’onda di protesta e di rinnovamento. Sotto l’egida del marziano Mario Monti ci sarebbero i partiti, che, in attesa di un’imenoplastica collettiva, avrebbero scelto come capro espiatorio un accademico che attuasse le riforme necessarie per evitare il fallimento. Un maquillage per l’ancien régime che si sta rivelando risibilmente inutile, soprattutto alla luce della debacle delle ultime amministrative: assomigliano a delle anziane bagasce che per cercare di vendersi meglio si nascondono dietro quintali di cerone, senza accorgersi di esser diventate laide gobbe e sdentate. Il trasformismo ormai non è più possibile, tesi peraltro ripresa simpaticamente anche da Beppe Grillo che sul suo blog pubblica una pagina di Topolino: nella figura si vede un papero politico che, a causa del malcontento popolare generato dal suo governo, incarica un ministro tecnico di fare il lavoro sporco pensando – Così la gente se la prenderà con lui –.

Spesso accade però che la realtà superi la fantasia: recentemente il presidente del consiglio ha trovato parole di stima per l’ex ministro del lavoro Brunetta, elogiando la sua politica dei tagli nel settore pubblico. Ma quel che è ancora peggio è ascoltare lo stesso Monti che dice di aver creduto nel primo governo Berlusconi, quando il Cavaliere si faceva portavoce di istanze liberali e riformiste. Dunque, nella vita può succedere di prendersi un abbaglio, ma in politica, specialmente quando si deve voltar pagina – come dopo lo scandalo di tangentopoli – bisogna valutar minuziosamente a chi affidare le redini del Paese. Ora, non so se questa affermazione del premier si sia tradotta nel ’94 in un voto a Forza Italia, ma mi fa pensare che Monti sia o un ingenuo o colluso col sistema di potere attuale. Propenderei più per la seconda ipotesi, sebbene entrambe lo rendano quantomeno inadatto a governare nello stato di crisi odierno.

Questa classe politica sta attraversando  l’Acheronte dantesco: Monti nelle veci di Caronte la sta traghettando verso la dannazione eterna. Pur di salvarsi sono pronti a tutto, l’ultima è quella di ricorrere alla strategia della tensione per legittimare una futura coalizione di “unità nazionale” da presentare alle prossime elezioni. Ieri il ministro Cancellieri ha affermato infatti che la strage della scuola brindisina – dove è morta una studentessa e altri versano in gravi condizioni – può essere letta in chiave terroristica, nonostante gli inquirenti ancora non si sbilancino. Sembrano le premesse per tornare a fare un uso politico della Polizia reprimendo il dissenso con la violenza dei manganelli. Tuttavia questa volta non basterà evocare i fantasmi del passato per ripulirsi la coscienza, almeno credo.

Elezioni, disfatta dei partiti: troppa omertà fra gli “onesti”

La disastrosa sconfitta dei partiti alle recenti comunali è un fatto inconfutabile. Hanno perso tutti insieme perché si sono omologati e hanno cominciato a parlare la stessa lingua, trincerandosi dietro un governo tecnico su cui scaricare la responsabilità dell’austerità. Eppure non ce l’hanno fatta comunque, incassando una sonora batosta in termini di consenso elettorale. Il Pdl è addirittura sparito nelle grandi città. Le colpe di questa debacle sono imputabili al basso profilo morale – per non dire delinquenziale – della classe dirigente partitica. Non mi riferisco tanto a chi ha stretto accordi con la mafia come Berlusconi e Dell’Utri o Cuffaro dell’Udc di Casini, bensì a chi nei rispettivi partiti sapeva e non denunciava. Purtroppo questi ultimi sono una silenziosa maggioranza sia all’interno delle istituzioni che nel resto del paese. Annichiliti da una paura spesso infondata rinunciano alla propria dignità, nella puerile speranza che le malefatte dei loro colleghi finiscano nel dimenticatoio.

In realtà loro non sono in grado di commettere materialmente nessun tipo di delitto, nemmeno di pensarlo; ma sono pericolosi tanto quanto i criminali più efferati. Infatti la loro melliflua spossatezza genera omertà che è una vera manna per la delinquenza. Non c’è bisogno di pagarli minacciarli gambizzarli ammazzarli, tengono la bocca chiusa e stanno al loro posto proprio come un comodino. Innocui, docili, beneducati, talvolta istruiti e sempre servizievoli, buoni oratori benpensanti che fanno la smorfia giusta al momento giusto. Burattini che secondo l’Alighieri nemmeno erano degni di entrare all’inferno, costretti nel vestibolo a rincorrere vanamente un’insegna bianca pungolati e morsi da bestie ripugnanti. Sono quelli che il rimpianto Gramsci ricordava nella sua più celebre invettiva “Odio gli indifferenti” e che hanno causato l’odierna disfatta dei partiti, gettandoli nella più cruda infamia della loro storia dopo il fascismo. A proposito c’è ancora qualche esponente delle camicie nere infiltrato in parlamento: l’ex An, prima confluita nel Pdl, ora in Fli è un antico retaggio che ci trasciniamo dal Ventennio – come il suo progenitore l’Msi – di cui non abbiamo saputo fare a meno (peraltro in palese contrasto coi principi costituzionali).

In discussione oggi non c’è la tipologia di riforme da attuare per migliorare lo status quo, ma piuttosto la credibilità di chi ci rappresenta. Questa classe politica è inadeguata a guidare l’Italia e non può dileguarsi prima di aver scontato una giusta pena. I danni che ha arrecato sono troppi: li stanno pagando con l’immane perdita di consenso, li dovranno pagare affrontando un processo pubblico, alla stregua di chi viene imputato per bancarotta fraudolenta. Il debito pubblico è figlio della partitocrazia. Intanto nel Paese nascono nuovi movimenti d’opinione che trovano la loro più viva e concreta affermazione nel Movimento Cinque Stelle, senza tuttavia sottovalutare il mondo dell’associazionismo e di altre autentiche liste civiche (da non confondere con quelle civetta). Gente nuova che però esibisce antichi cavalli di battaglia: nonostante il mondo liberista insorga a difesa di un mercato drogato e controllato da pochi, questi moderni francescani ribadiscono la centralità del cittadino subordinando il mercato alle scelte della politica.

Se l’industria e la finanza sono a servizio di pochi oltre a essere inutili sono anche dannose. Ma la critica al capitalismo discende dal masterpiece di Marx, dove i problemi odierni sono trattati in maniera minuziosa. Che la produzione industriale fosse finalizzata all’accumulo di ricchezze da parte di un’élite e non al consumo era già stato teorizzato dall’acuto realismo del filosofo, che ha subito l’ostracismo della classe dominante dell’epoca. Tornando al presente, non possiamo non osservare che il processo ben descritto da Marx si è sviluppato nel successivo secolo fino ai giorni nostri, concentrando a livello mondiale l’80% della ricchezza nelle mani del 20% della popolazione. Nello Stivale la tendenza è la stessa seppur con percentuali differenti: gli ultimi dati disponibili parlano di una ricchezza pari al 50% in mano al 10% degli italiani. La conseguenza logica di questa disparità e che a quel 10% fa comodo disporre di una classe politica debole, deferente, inetta e facilmente corruttibile. Il fine ovviamente è quello di continuare a mantenere il possesso di quel 50-80%; perciò i 5 Stelle sono invisi al potere, sono facce nuove assetate di giustizia, e hanno dimostrato di saper rinunciare al denaro del finanziamento pubblico rispettando quanto espresso dal referendum del ’93. Cave canem.

Elezioni, exploit a 5 Stelle: il segreto? Politica da marciapiede

Posted maggio 9th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Politica, Riscatto civile

Le percentuali del Movimento Cinque Stelle raggiungono ormai la doppia cifra in molte delle città dove si è presentato. Si registrano tra l’altro risultati sorprendenti come il ballottaggio a Parma o l’elezione del primo sindaco Cinque Stelle a Sarego (Vicenza), che ridisegnano parzialmente l’orizzonte politico del Paese. Mostri sacri del calibro di Lega, Sel (Vendola), Terzo Polo (Fini, Casini, Rutelli) sono stati spodestati a suon di voti da un movimento che è nato poco più di due anni fa, e che conta già diversi consiglieri comunali e regionali eletti nelle precedenti tornate elettorali. Tuttavia ciò che distingue il M5s da altre formazioni politiche non è la forza dirompente con cui si sta affermando, bensì la disponibilità dei suoi militanti a “rimboccarsi le maniche” senza chiedere alcun tipo di assistenza allo Stato. Chi ha avuto occasione di conoscerli da vicino ha potuto notare l’impegno della loro attività sul territorio mediante l’organizzazione di banchetti a suffragio di cause civili nobili.

Alcuni esempi sono la loro lotta contro il Tav Torino-Lione, perorata peraltro all’interno della regione Piemonte dai due consiglieri Bono e Biolé; oppure la miriade di raccolta-firme vuoi per la presentazione di liste vuoi per cause ambientaliste, oppure ancora le mobilitazioni ecologiste e le battaglie per la democrazia (legge “Parlamento Pulito“). Eppure tutto questo sembra non bastare ai soloni della politica e del giornalismo, troppo abituati a disquisire volgarmente di percentuali elettorali considerando l’Italia alla stregua di un latifondo da lottizzare. Persino il supremo garante della Costituzione Napolitano ha negato il successo ottenuto dal Movimento, tradendo inopinabilmente il suo ruolo di mero rappresentante della Repubblica nella sua integrità. Fatto peraltro già avvenuto quando nel recente passato ha firmato leggi che sono state ripetutamente respinte dalla Corte Costituzionale, alcune delle quali rasentano la follia come quella sul legittimo impedimento del Cainano.

Forse a spaventare tanto i comitati d’affari che governano l’Italia non sono solo la rinuncia ai soldi o alla carriera politica, bensì l’esempio che danno i Cinque Stelle nell’attuare una sana e catartica politica francescana, sui marciapiedi nelle piazze reali e virtuali, in continuo e reciproco confronto con la cittadinanza. Per non parlare della loro peregrina lotta contro le lobby del cemento, incenerimento, finanza che deturpano ambiente e salute degli italiani e con cui i partiti vivono in una melliflua commistione. La forza di questa neonata formazione politica consiste nel metodo con cui vengono prese le decisioni. Le proposte inoltrate dai suoi rappresentanti-portavoce in sede di consesso non sono che il frutto di pubblica concertazione fra i suoi iscritti. La trasparenza è la condizione necessaria per la sua esistenza, e per verificarlo basta semplicemente visitare i siti internet dei vari gruppi del Movimento. “Ognuno vale uno” è il loro motto.

Spagna, ricetta anticrisi: banchieri al governo

Posted novembre 17th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Economia, Politica

SPAGNA - In occasione delle imminenti elezioni, nella penisola iberica parte il toto ministri. Il partito popolare capitanato da Mariano Rajoy, ha così fatto trapelare il nome del possibile futuro ministro dell’economia. Trattasi dell’egregio professor Gonzalez Paramo, membro del Comitato Esecutivo della Banca Centrale Europea. L’indiscrezione è stata diffusa dalla radio spagnola Abc, poi ripresa dal quotidiano on line dello stesso gruppo editoriale quasi sotto forma di consiglio. Il giornale, di spiccata matrice conservatrice, riporta infatti: “Il professore potrebbe essere il ministro dell’Economia che cercava il presidente del Pp per farsi carico della parte più complicata del compito con il quale avrà a che fare il suo governo”. I popolari, nonostante abbiano la vittoria in tasca, cercano in questo modo di accontentare le richieste che giungono dalla Banca centrale europea. Per quanto concerne la nomina dell’esimio professore non è arrivata alcuna smentita dal leader del partito, sulla cui squadra di governo mantiene un silenzio tombale. L’Abc inoltre ha rivelato che nei piani di Mariano Rajoy ci sarebbe l’intenzione di unire i ministeri di economia ed esteri. La sfida elettorale, che culminerà domenica con il voto, rappresenta tuttavia un passo indietro per la politica spagnola; le precedenti elezioni infatti si erano contraddistinte per una maggiore trasparenza, in virtù della quale i principali partiti concorrenti avevano presentato le rispettive squadre di governo, con duello finale in pubblico dibattito fra i candidati proprio al Ministero dell’Economia.

UN FILO ROSSO FRA GRECIA SPAGNA ITALIA – Ad accomunare le tre penisole europee più prospicienti all’Africa non sono solo le loro deboli economie, ma anche la scarsa autorevolezza dei loro politici a livello internazionale. L’indiscusso dominio di Germania e Francia ha indotto questi paesi ad assumere un ruolo di subalternità all’interno dell’Unione Europea. Se questi tre paesi sono diventati lo zimbello di tutto l’occidente lo devono sostanzialmente alle loro classi dirigenti. Queste infatti, tradendo le aspettative di chi le aveva elette, hanno affossato le rispettive economie nel baratro del debito. La Grecia non contenta, nel recente passato, ha persino investito in titoli finanziari “tossici” al fine di nascondere il proprio deficit. Non potendo però far fronte al crescente interesse di tali titoli è andata incontro a un tracollo finanziario da cui difficilmente potrà riprendersi. A farne le spese naturalmente è stato il popolo, colpito duramente dai tagli indiscriminati alla spesa pubblica e dalla perdita di posti di lavoro. Oggi la sua capitale è quotidianamente presa d’assalto da predoni e saccheggiatori, la Polizia non ha più le risorse per garantire la sicurezza ai cittadini e i piccoli risparmiatori si vedono congelare i loro depositi. Uno scenario apocalittico che potrebbe riflettersi anche in Italia se non ci opponiamo con una lotta serrata alla corruzione, alle mafie, ai conflitti d’interessi, all’evasione fiscale e ad altri problemi che erodono le finanze dello stato. Se il nuovo governo non parlerà di questi temi per una possibile ripresa dal deficit, scivoleremo quasi senza accorgerci verso il baratro della bancarotta.

Fonti:

http://www.linkiesta.it/spagna-si-vota-domenica-ma-la-bce-detta-il-nome-del-superministro