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Trattativa, Dell’Utri: “Ingroia è pazzo” e il magistrato si dimette

Dell’Utri offende il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia. Il magistrato decide di dimettersi, fra i motivi c’è quello di non esporre la procura a pressioni e polemiche.

Le dichiarazioni di Dell’Utri alla vigilia della richiesta del suo rinvio a giudizio pesano come un macigno. “Se c’è un pazzo – alla procura di Palermo, nda – è proprio Ingroia” ha affermato il fondatore di Forza Italia fra gli ambulacri del tribunale siciliano. Già da tempo il sostituto procuratore Antonio Ingroia meditava di dimettersi, non appena però fosse riuscito a concludere definitivamente le indagini sulla trattativa Stato-mafia. L’offesa di Dell’Utri alla sua persona è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il magistrato infatti dopo aver ottenuto una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del senatore del Pdl è stato bersagliato dalla stampa asservita alla corte di Arcore. A nulla sono valsi i tentativi dei colleghi di convincere Ingroia a fare un passo indietro, che dal canto suo risponde: “Lascio la procura per rasserenare il clima”. Il magistrato ha voluto inoltre precisare che l’inchiesta rimarrà nelle mani di validi inquirenti che hanno collaborato con lui al difficile compito di ricostruire una verità scomoda.

Una verità che certamente i dodici indagati di questa inchiesta preferirebbero non rivelare. Escludendo mafiosi conclamati come Riina e Provenzano sulla cui riluttanza a collaborare non v’è dubbio, tra gli altri probabili imputati – alcuni dei quali ricoprono ancora cariche apicali – aleggia una spaventosa omertà. Insieme ai media corrotti anche la Presidenza della Repubblica ha cercato di mettere i bastoni fra le ruote alla procura palermitana, sollevando un conflitto di attribuzione dall’evidente sapore intimidatorio. Oltre che per Dell’Utri sono state ravvisate responsabilità nei confronti degli alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni e degli esponenti politici Calogero Mannino e Nicola Mancino. Solo a quest’ultimo viene contestato il reato di falsa testimonianza, mentre per gli altri si tratta di attentato a corpo politico dello Stato. Il fatto che le dimissioni di Ingroia siano state indotte anche da pressioni politiche o interne alla magistratura rimane tuttavia più che un dubbio.

Giustizia, Grillo-Notav e Dell’Utri: due pesi e due misure

TORINO – Oggi inizia il processo che vede imputato Beppe Grillo insieme a una ventina di attivisti Notav. L’accusa è quella di aver violato i sigilli di un’area interdetta che peraltro erano già stati spazzati via dal vento, come riportato su un Ansa del 5 dicembre 2010. Come dice lo stesso Grillo si tratta di una questione ridicola che poteva essere risolta di fronte a un giudice di pace con una sanzione amministrativa. E invece si va a intasare ulteriormente un sistema giudiziario già colmo con una messa in scena che ha del kafkiano. Sconcerta vedere all’udienza Giorgio Rossetto, un’attivista Notav in attesa di giudizio trattato alla stregua di un boss mafioso tanto in aula quanto in carcere, dove passa le giornate in cella d’isolamento. Rossetto è detenuto in un penitenziario di massima sicurezza a Saluzzo, dove gli è stata imposta la censura per aver raccolto fra i detenuti delle firme in difesa della libertà d’espressione. Il trattamento riservato all’attivista risulta essere sproporzionato dato che stiamo parlando di una persona incensurata e in attesa di giudizio accusata di resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

NORIMBERGA – Interdizione della libertà individuale per Rossetto e altri Notav incensurati e Marcello Dell’Utri a piede libero? Come può accadere? Siamo ormai abituati a casi del genere, come quando la procura di Torino fece arrestare due donne, di cui una madre di tre figli, con un’accusa che rasentava l’assurdo: concorso ideologico per aver sostenuto moralmente alcuni manifestanti che in seguito vennero incarcerati. Ma ci rendiamo conto? Concorso ideologico! Inutile fare confronti con galantuomini del calibro di Cuffaro o Dell’Utri che di concorso sono stati condannati, ma per uno ben più grave, quello esterno in associazione mafiosa. La differenza tra questi ultimi e le due attiviste Notav non sta tanto nell’abissale distanza fra la gravità dei reati contestati, bensì nell’appartenenza di ceto. Le prime infatti sono cittadine rispettose della legge che fanno politica attiva difendendo il proprio territorio, i secondi sono due deputati (o ex) che si avvalgono di una serie di privilegi – fra cui l’immunità parlamentare – per non finire in prigione. A quando una nuova Norimberga?

Fonti:

Tribunale Torino, processo a Beppe Grillo

Dell’Utri salvato dalla Cassazione: festeggiamenti ad Arcore

ROMA – La cassazione annulla la sentenza d’appello che condannava il senatore Dell’Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, respingendo al contempo la richiesta di un inasprimento della pena avanzata dalla procura generale di Palermo. Suscita scalpore il fatto che la corte fosse presieduta da un certo Aldo Grassi, noto compagno di merende del giudice “ammazza-sentenze” Corrado Carnevale – quello che, per intenderci, ha cancellato svariati verdetti che condannavano mafiosi, per vizi di forma. Ironia della sorte, il ruolo di zelante difensore del senatore in coppola è stato interpretato dal procuratore generale della Corte suprema, che con una patetica sviolinata ai giudici – definiti di “grandissimo e indiscusso profilo professionale” – ha chiesto che venisse annullata la sentenza di secondo grado. Raccontata così sembrerebbe una farsa, eppure il pg Francesco Iacoviello ha vestito di fatto i panni dell’avvocato di Dell’Utri, facendo presagire una sentenza favorevole per l’imputato già in fase di udienza.

UN ONESTO MAFIOSO IN BORGHESE – Tuttavia la decisione della V sezione della Cassazione non può cancellare l’onta mafiosa che incombe sul più stretto collaboratore di Berlusconi. L’impianto probatorio dei processi di primo e secondo grado svela una serie di inquietanti elementi che attestano gli stretti rapporti che Dell’Utri intesseva con la mafia. Lo stesso (dis)onorevole non ha mai smentito tali circostanze, facendosene talvolta un vanto (come dimostra questo video al minuto 2:30); insomma, per Dell’Utri, intrattenersi con mafiosi di grande calibro era una consuetudine neanche tanto sconveniente. Ma veniamo al nocciolo della questione: serve davvero una sentenza per sapere se questa persona ha una credibilità e un’attitudine tali da poter rappresentare con dignità il popolo italiano in parlamento? Quest’uomo non rinnega affatto i suoi legami con criminali mafiosi e molto probabilmente non finirà mai in carcere grazie alla sospetta clemenza della Cassazione. A seguito della sua condanna in appello Dell’Utri dichiarò: “Mangano è stato un eroe, non ha mai risposto alle domande dei giudici che volevano sapere di me e di Berlusconi”. Secondo molti questo è stato un avvertimento lanciato proprio a Berlusconi, che tradotto suonerebbe così: “Caro Silvio se finisco in galera non starò zitto come Mangano, ma ti sputtanerò quanto basta per farti marcire nella più angusta delle prigioni”; da quel momento il cavaliere si dev’essere prodigato per far ottenere al suo amico Marcello un verdetto favorevole, come poi è avvenuto di fatto ieri al Palazzo di Giustizia. Forse, in queste ore, ad Arcore stanno stappando bottiglie di spumante a profusione…

Fonti:

La Pax Dell’Utri