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Ilva, sequestro o non sequestro? Ecco il punto della situazione

Un dilemma apparentemente burocratico che coinvolge governo e procura, ma che in realtà riguarda la salute dei cittadini e lo sviluppo industriale del Paese.

L’informazione si sta arrovellando sul problema del sequestro dell’Ilva da una strana prospettiva. C’è chi lo definisce uno scontro tra procura e governo: la prima sequestra, il secondo dissequestra. La prima dice che bisogna anzitutto tutelare la salute dei cittadini (leggi qui le agghiaccianti parole dell’ordinanza di sequestro), appellandosi alla Costituzione, il secondo vuole preservare salute e lavoro. La procura applica la legge, la politica cerca di soddisfare sommariamente le richieste della procura con un decreto lampo. Ma per riaprire, afferma il gip Patrizia Todisco, occorre adempiere a una serie di prescrizioni stilate da esperti, per le quali sono previsti tempi lunghi. Il governo, tuttavia, non demorde e cerca di modificare il dispositivo del giudice per consentire la riapertura. È a questo punto che la procura tarantina si vedrebbe costretta dalla legge a sollevare un conflitto di attribuzione. Un atto dovuto dato che la politica, col decreto lampo, ha cercato di oltrepassare i limiti che la Costituzione le impone; recependo solo in parte le citate prescrizioni, tale provvedimento tenderebbe a sostituirsi alle emanazioni della giustizia, prevaricando la funzione della procura il cui verdetto è chiaro: non si lavora se non in sicurezza.

Al governo, in questo frangente, è stato affidato il lavoro sporco. L’Ilva per l’attuale esecutivo – per quanto in carica ancora non si sa – rappresenta una leva per ottenere consenso parlamentare. Mi spiego, il patron dell’acciaieria, Emilo Riva, ha finanziato – e forse finanzia – diverse formazioni politiche di destra e di sinistra; tra il 2006 e il 2007 ha spiccato assegni a Forza Italia per 245.000 euro e alla persona di Bersani per 98.000 euro. Nulla da eccepire a livello legale, le somme sono state regolarmente registrate in Parlamento, ma la generosità di Riva non ha proprio un fine meramente patriottico. Perciò, quando il ministro Clini firma un decreto che accontenta gli animi dell’imprenditore d’acciaio, sta più o meno scientemente sottoscrivendo un armistizio con i partiti, che daranno più volentieri fiducia al governo se l’Ilva rimane aperta. Ovviamente questo tipo di tacito accordo soffre della precarietà del motto latino “verba volant”, perciò, qualora si rompessero gli equilibri su cui poggia, ciascuna delle parti potrebbe infrangere il patto. E infatti Berlusconi in questi giorni ha sfiduciato – sempre e solo a parole – Monti e il suo governo. Ora non resta che aspettare le mosse della procura di Taranto pronta a rivolgersi alla Consulta in caso di dissequestro.

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Repubblica protegge gli intoccabili della trattativa Stato-mafia

Repubblica continua nella strenua difesa del capo dello Stato che, secondo i suoi stessi consiglieri, si è prodigato per salvare il suo amico Mancino dal processo sulla trattativa. Ma la posizione di Napolitano si fa sempre più compromessa.

È datata 24 agosto l’ultima arringa difensiva del quotidiano la Repubblica a supporto del capo dello Stato. La pietra dello scandalo è ancora una volta il tentativo – fortunatamente rivelatosi vano – da parte di Napolitano di influenzare la magistratura per salvare il suo amico Mancino. Questa volta l’editoriale assolutorio reca la firma di Ezio Mauro, direttore del giornale romano, che con beffarda ragionevolezza cerca di ridimensionare le polemiche riguardanti le telefonate fra Mancino e il Colle. L’intero mondo della carta stampata si schiera dalla parte di Repubblica sostenendo che la procura di Palermo, che indaga sulla trattativa, abbia leso delle presunte prerogative – quali non si sa – della Presidenza della Repubblica attraverso le intercettazioni telefoniche dove compare Napolitano. In altre termini s’intende che il capo dello Stato gode di una particolare immunità che impedisce agli inquirenti di ascoltare le sue conversazioni telefoniche. Peccato che questa tesi non trovi riscontri legislativi, né ve ne sono nella costituzione, risulta pertanto inopportuno il conflitto di attribuzione sollevato dal Colle.

Poche le voci fuori dal coro fra cui Di Pietro in parlamento, il Fatto fra i giornali e sul web Beppe Grillo: il loro appoggio va ai magistrati che intercettando la voce di Napolitano hanno agito nel pieno rispetto della legge; tanto più che il telefono sotto controllo non era il suo ma quello di Mancino. Ciononostante gli inquirenti palermitani sono stati crivellati da una violenta campagna mediatica ancora aperta, la cui ultima sferzata è arrivata da Giuliano Ferrara: “… I magistrati di Palermo dicono minchiate, puttanate – e con particolare riferimento a Ingroia afferma – Sono dei fottuti carrieristi che cercano la ribalta mediatica per ottenere un posto in politica”. Tuttavia l’aspetto cruciale dell’intera vicenda rimane il fatto che il Quirinale abbia impegnato tre organi dello Stato – una procura, l’Avvocatura e la consulta – per una questione campata in aria. Una mossa che contribuisce a gettare ulteriori ombre sulla trattativa fra Stato e mafia che ha portato alla morte del giudice Paolo Borsellino. Napolitano ha dunque fatto una scelta di campo proteggendo sotto la propria egida chi sa e non vuole fornire lumi su quella terribile stagione stragista.

Napolitano terrorizzato dalla pubblicazione delle sue telefonate

Il Presidente della Repubblica blocca i lavori della procura di Palermo che stava per mettere agli atti dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia le sue telefonate con Mancino. Episodio che stride con la giornata di oggi in cui si celebra il ventennale della scomparsa del giudice Paolo Borsellino.

Cosa può spingere un vegliardo ottuagenario prossimo a ritirarsi a vita privata a scaldarsi tanto? L’anzianità dovrebb’essere l’età della serenità e della saggezza, e invece al sol pensier che la procura di Palermo renda noto il contenuto di un paio di sue telefonate Napolitano perde le staffe. Scompone il suo decoro istituzionale fatto di ridicoli moniti e assurdi tentativi di moralizzazione, insinuando il dubbio che i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia abbiano abusato del loro potere inficiando le prerogative dell’Inquilino del Quirinale. Lo fa impegnando inutilmente un’altra istituzione come l’Avvocatura dello Stato per accusare prepotentemente Messineo e Ingroia (apostrofato ieri come pazzo da Dell’Utri), che a detta di insigni giuristi hanno operato nel pieno rispetto della legge. Nel decreto con cui ha incaricato l’Avvocatura il “Presidentissimo” chiede addirittura che le succitate intercettazioni vengano distrutte, ma il procuratore di Palermo Messineo ribatte che ciò può essere fatto solo davanti al gip e non su iniziativa degli inquirenti.

Insomma una querelle degna della corte del Re Sole, dove Napolitano recita la parte del monarca che vuole a tutti i costi il potere assoluto per silenziare l’ordinario e onesto lavoro di una certa procura. Per di più qui si sta parlando di intercettazioni indirette, nel senso che il telefono sotto controllo non era quello del Capo di Stato, bensì quello di un comune cittadino – seppur molto influente – come Nicola Mancino. Se poi l’ex ministro dell’Interno telefona anche al Presidente della Repubblica è ovvio che nelle intercettazioni ci finiscono entrambi. La vicenda invero si staglia in un panorama più complesso in cui Mancino e Napolitano si affannerebbero per salvare le rispettive reputazioni: Mancino ai tempi della strage di via D’Amelio faceva parte dell’esecutivo e probabilmente era a conoscenza della trattativa (e chissà mai che non verrà asseverato che ne fosse un fautore). Quella stessa trattativa che Paolo Borsellino non avrebbe mai accettato, motivo per cui è stato ammazzato. Loro si affannano, e noi oggi nel giorno del ventennale della sua morte commemoriamo la figura di un giudice che si è immolato per servire noi tutti. 19 luglio 1992 – 19 luglio 2012, ancora nessun colpevole.