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Zanotelli: fermare la guerra “ritirando soldi da Unicredit” VIDEO

Ieri la manifestazione contro la vendita a Israele di caccia bombardieri. Sul palco padre Zanotelli da consigli pratici su come boicottare la guerra.

Un prete incazzato è raro vederlo, e di solito quando succede tremano anche i santi in paradiso. Ieri padre Zanotelli, di fronte ai cancelli dell’Alenia Aermacchi (una controllata Finmeccanica in provincia di Varese), ha snocciolato un rosario di cifre e dati che scomodano i signori della guerra e i loro complici. A partire dalla sua amata Chiesa, alla quale intima di ritirare i cappellani militari e di condannare pubblicamente i governi belligeranti. Cita le fonti delle sue informazioni quando parla dei 1.740 miliardi di dollari – quasi l’intero ammontare del debito pubblico italiano – spesi lo scorso anno a livello mondiale per finanziare le guerre, e non trascura il prezioso sostegno offerto dalle banche. In particolare sottolinea come l’operazione della vendita degli M346 (aerei per l’addestramento militare) sia stata foraggiata da Unicredit, con un prestito di circa 600 miliardi. Legge, quindi, uno scritto di Don Milani che esorta alla dissidenza pacifica e, sull’onda emotiva che ne scaturisce, afferma che l’unico modo per boicottare la guerra è prosciugare le sue risorse economiche. Per farlo, aggiunge, si potrebbe ad esempio ritirare i soldi da Unicredit, perché la guerra è un banchetto dove a sedersi a tavola sono in molti.

Ci sono le banche, l’industria bellica (coacervo d’interessi finanziari) e i partiti. Non manca il convitato di pietra rappresentato dall’alta finanza, che fa il suo ingresso in scena attraverso molteplici maschere: banche e fondi, privati o consorziati. Di recente, come noto, la Bce ha prestato ingenti somme a istituti di mezza Europa perché vicini al default, tra questi c’é Unicredit. I partiti, invece, meritano un capitolo a parte: in questo enorme giro di denaro non raccolgono che un misero cascame. Ma Zanotelli incalza, asserendo di essere stato “defenestrato” dalla direzione del mensile Nigrizia quando cominciò a parlare delle tangenti dei partiti sulla vendita delle armi. E anche in questo caso il buon missionario colpisce nel segno: sono infatti sotto la lente della procura di Busto Arsizio alcune fatturazioni gonfiate dell’AgustaWestland – sempre gruppo Finmeccanica, settore elicotteri civili e militari, sita anch’essa nel varesotto – servite presumibilmente come tangente versata a esponenti della Lega Nord. Inoltre la modesta azienda areonautica Aermacchi è passata alle cronache per un fatto insolito: nonostante fosse stata assorbita dalla più potente omologa Alenia, si è riservata di spostare la sede legale della compagnia da Pomigliano (Na) al piccolo paesino lombardo di Venegono Inferiore. Per alcuni è stato un regalo al partito di Bossi, per altri solo un’improbabile coincidenza.

Video:

Manifestazione contro le armi sabato 13 ottobre Venegono/ Intervento Alex Zanotelli

Dal G8 alla Valsusa: breve reportage sulla repressione poliziesca (VIDEO)

Le stesse voci dei protagonisti rivelano la devianza di uno Stato che è avvezzo a silenziare il dissenso col discredito, colla forza e con qualsiasi altro mezzo utile mantenere lo status quo. I nuovi gerarchi come i vecchi, il popolo non ha potere: dissentire è un crimine.
Testo (guarda il filmato cliccando qui o sull’immagine sopra):
«Questo breve intervento, intitolato “Boicottaggi di Stato: la doppia morale dei nuovi conservatori”, si apre con un indovinello: chi è stato a pronunciare il seguente discorso?
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”
Ebbene, a dispensare questi nefasti consigli non è stato un criminale psicopatico, bensì un ex presidente emerito della repubblica, considerato dai pennivendoli di regime un esimio statista. Il suo nome è Francesco Cossiga, un moderato per definizione, con qualche nostalgia squadrista. Queste dichiarazioni risalgono al 2008 quando cresceva nel Paese l’onda di protesta studentesca, innescata dagli indiscriminati tagli alla scuola pubblica ad opera congiunta dei ministri Tremonti e Gelmini. I referenti messi in campo dal governo in quell’occasione per allestire un tavolo di confronto con gli studenti furono i poliziotti: scelta alquanto deprecabile, ma estremamente emblematica del perverso rapporto fra politica e cittadinanza. I politici oggigiorno si sentono dei piccoli principi rinascimentali e, talvolta, impiegano la polizia alla stregua di una propria milizia personale; Cossiga non ne ha fatto mistero, usandola per reprimere nel sangue il dissenso studentesco.
Le forze dell’ordine sono l’ultimo baluardo per la casta e presidiano assiduamente i palazzi del potere, siano essi luoghi istituzionali o mere espressioni dell’oligarchia finanziaria: nel mese di maggio di quest’anno a Francoforte si sono radunati giovani da tutta Europa per contestare pacificamente le politiche fiscali della Bce. Nonostante gli spostamenti del corteo fossero stati adeguatamente segnalati alle autorità competenti, la polizia con chiaro intento intimidatorio ha impedito la libera circolazione ai manifestanti bloccandone alcuni alle porte della città, altri a debita distanza dalla banca, altri ancora sono stati invece arrestati per presunti reati bagatellari. “Non disturbare il manovratore” sembra il monito che proviene dai colpi dei manganelli degli agenti che, a più riprese, non si limitano a difendere le plumbee sedi istituzionali, ma affondano persino attacchi scatenando tafferugli che per deontologia dovrebbero contribuire a evitare.
L’uso politico delle forze dell’ordine è di matrice autoritaria è serve a nascondere un problema: l’autismo e l’autoreferenzialità di una classe dirigente che non vuole e non può ascoltare le umane istanze di un popolo che chiede equità e giustizia. Serve a celare la grave crisi di rappresentanza che ammorba il Paese e ne rallenta il progresso. Non serve invece sciorinare la pomposa retorica delle distinzioni, dicendo che la componente buona della polizia è maggioritaria: se il partito dei poliziotti fedeli e ligi al dovere non alza la voce è come se non esistesse. La gente scende in piazza spinta dalle esigenze di una vita immiserita da anni di politiche truffaldine, ma ad accoglierla non ci sono più i partiti, bensì schiere di agenti in tenuta antisommossa.
Gli scenari fin qui evocati non possono che riportarci ai tragici fatti del G8 di Genova del 2001. Il tema è tornato recentemente d’attualità dopo l’uscita al cinema del film “Diaz”. Tralasciando che è un film di notevole valore storico, dato che si basa sulla ricostruzione probatoria del processo che ha portato alla condanna di diversi membri delle forze dell’ordine, la realtà che ha portato alla luce dovrebbe occupare la ribalta mediatica e politica: un plotone di esecuzione che irrompe in una scuola adibita a ostello, e, dopo la chiusura dei lavori al G8, pesta a sangue uomini e donne inermi. Non contenti i carnefici seviziano alcune vittime nel carcere di Bolzaneto, senza che nessun ministro l’indomani riferisse in parlamento. Non credo che questo sia un insabbiamento, ma che diversamente denoti la distanza tra politica e cittadini, che sono considerati tuttalpiù un’appendice scomoda della società utile solo in caso di elezioni. E la facilità con cui talvolta la magistratura dispone arresti nei confronti di manifestanti incensurati conferma questa tesi: nel settembre del 2011 ad esempio sono state arrestate in Val di Susa un’infermiera (madre di tre figli) e una studentessa di medicina che si trovavano in una baita nei pressi del cantiere di Chiomonte per garantire un minimo di assistenza medica ai Notav.
Nello zaino di una delle due donne sono stati rinvenuti lacci emostatici, disinfettanti e garze sterili: insomma il perfetto kit  da terrorista incallito. Risulta difficile comprendere le ragioni di tal provvedimento disposto dalla procura di Torino di cui Gian Carlo Caselli è il capo. Soprattutto se si considera che le due donne sono state trattenute in carcere per settimane per un ipotesi di reato alquanto bislacca: concorso morale in aggressione a pubblico ufficiale. Tradotto significa che siccome si trovavano dalla parte dei Notav e non da quella della polizia – ma va’? – sono state accusate di tifare per i valsusini. Sembra il teatro dell’assurdo, dove alla stregua della poetica orwelliana il solo trovarsi in un luogo bandito è causa di deportazione. Ma evidentemente per Caselli e colleghi tutto rientra nella normalità; tuttavia agli occhi dei più potrebbe apparire strano che il parlamento neghi l’arresto di Nicola Cosentino (concorso esterno in associazione camorrista) e di Alberto Tedesco (associazione a delinquere) per reati ben più gravi. Molti la vivono come un’ingiustizia che innesca una riflessione generale sull’uso che viene fatto delle carceri italiane: non un luogo dove ci finiscono tutti i delinquenti, ma solo alcuni, quelli sfigati, e spesso utilizzato anche come potente deterrente per chi si oppone al potere politico. Quanti mandanti a volto coperto di stragi e omicidi conta la storia italiana dal dopoguerra a oggi? Quanti i truffatori dello Stato? E infine quanti i capri espiatori?
Proviamo ora più nel concreto ad analizzare il comportamento e il funzionamento delle forze dell’ordine, per esempio considerando l’annosa questione dei permessi di soggiorno. I dibattiti che si celebrano attorno al tema immigrazione sono generalmente caratterizzati da argomenti funzionali alla retorica politica, e non alla risoluzione dei problemi. Quando si parla di determinazione della cittadinanza mediante il principio dello ius soli o dello ius sanguinis si pone l’accento su una questione marginale. Per rendersene conto basterebbe accompagnare in questura un immigrato che deve chiedere o rinnovare un permesso di soggiorno. Sorvolando sui paradossi legislativi secondo cui un extracomunitario dovrebbe mettere piede in Italia solo dopo aver già trovato un lavoro in regola (legge Bossi-Fini), chi approda nel nostro paese trova diversi ostacoli per regolarizzare la propria posizione. A dispetto della scarsità dei controlli sullo sfruttamento della manodopera clandestina imperante in tutta la Penisola, uno straniero deve cimentarsi con un iter burocratico snervante, composto per altro dalla richiesta di documenti superflui e tra loro equivalenti, come ad esempio il CUD, il Modello Unico e una dichiarazione del datore di lavoro che certifichi la presenza dell’immigrato sul posto di lavoro.
Tuttavia la critica non verte sulla legittimità di tale richiesta, quanto sull’inefficacia della stessa dovuta alla mancata predisposizione e/o implementazione di sportelli che accolgano e aiutino gli stranieri, regolari e non, a compilare cotanta risma mettendoli in pari con la legge. Ma la Bossi-Fini sappiamo che classifica gli irregolari come delinquenti e ne dispone l’arresto, congestionando le già precarie condizioni delle patrie galere. In barba al principio costituzionale di uguaglianza si può concludere che lo Stato italiano discrimina gli extracomunitari per il solo fatto di non essere nati all’interno del recinto dell’Unione Europea. Questo punto evidenzia una palese contraddizione che pesa come un macigno sulla credibilità della nostra politica estera: l’Italia ripudia l’immigrazione e al contempo ne beneficia, reclutando manovalanza clandestina che contribuisce ad abbassare i livelli medi dei salari.
Una doppia morale che si evince anche in altri ambiti istituzionali caratterizzando la storia della repubblica italiana fin dai suoi albori. Un doppio gioco che si staglia anche nell’ampio panorama delle opere pubbliche, non sempre ideate per rispondere alle esigenze della collettività. I comitati che si oppongono a infrastrutture inutili e dannose vengono spesso dipinti dalla stampa di regime come dei barbari retrogradi con probabili infiltrazioni terroristiche ed eversive. Eppure basterebbe recarsi in loco per rendersi conto che la realtà è un’altra: il più delle volte si tratta di cittadini ben informati sulla propria vertenza, che hanno tentato di comunicare con le istituzioni senza tuttavia ricevere alcuna risposta. Purtroppo questi gruppi non possiedono i mezzi per potersi difendere da attacchi strumentali, cadendo inesorabilmente sotto l’immane potenza di fuoco mediatica dispiegata dagli organi governativi. Così i Notav diventano blackbloc, i Nogronda Noglobal, gli studenti terroristi etc.
La mistificazione è un’arma bianca di distrazione di massa, la più diffusa nelle redazioni giornalistiche. La si usa soprattutto per nascondere delle verità scomode figlie di scelte scellerate di una politica degna del più bieco assolutismo. È il caso dell’omicidio Aldrovandi a cui non viene dato per nulla risalto da una stampa asservita alla casta, nonostante i poliziotti che parteciparono al massacro del ragazzo siano stati recentemente condannati in via definitiva. Un opportuno risalto mediatico della notizia avrebbe potuto quantomeno indurre il capo della Polizia a licenziare i responsabili del reato che invece sono stati semplicemente trasferiti. Una prassi molto simile a quella usata dal clero quando spedisce i sacerdoti pedofili ad annunciare la parola di Dio lontano dai luoghi dove hanno consumato le molestie. Un altro caso eclatante di mistificazione mediatica è rappresentato dalle notizie che circolano intorno a Nicola Mancino riguardo alla trattativa fra Stato e Mafia. Le sue incessanti pressioni sul Quirinale per poter ottenere un trattamento speciale dalla procura di Palermo sono passate in secondo piano in favore di una improbabile ipotesi di conflittualità fra le procure che si occupano della trattativa. Alcuni giornali per l’occasione si sono trasformati in dei veri e propri uffici stampa della Presidenza della Repubblica, sottolineando l’importanza di un coordinamento globale delle indagini tanto auspicato da Napolitano.
Sebbene la fiducia nell’attuale classe politica e nei suoi editori maggiordomi stia inesorabilmente crollando, occorre comunque equipaggiarsi al meglio contro le balle di regime. Nei periodi di declino infatti – o di basso impero – i governi e i loro cortigiani non risparmiano tiri mancini pur di rimanere attaccati allo scettro. Infine, ogni tanto, per evitare di abboccare a simili amenità, non guasterebbe farsi una capatina in quei luoghi tanto demonizzati dai mass media; magari nella selvaggia Val di Susa infestata dai sordidi pirati Notav o in qualche altro presidio contro le barbarie odierne. Ci si accorgerebbe toccando con mano di avere di fronte persone normali, e non pericolosi briganti».

Lega Nord, 168 milioni da “Roma ladrona” e tangenti per Boni

Secondo quanto scritto da Paolo Bracalini nel libro “Partiti S.p.A.” il finanziamento pubblico ricevuto nell’ultimo ventennio dalla Lega Nord si aggirerebbe intorno ai 170 milioni di euro. Un profluvio di denaro che è andato a rimpinguare le casse del partito e dei suoi organi editoriali (la Padania e Radio Padania), in barba al referendum del ’93 che aboliva il finanziamento pubblico ai partiti, ma soprattutto in palese contraddizione con quello che il Carroccio va blaterando dai suoi primi vagiti, ovvero la viscerale avversione verso Roma e l’unità nazionale. Ora, trascurando le istintive riflessioni sull’incostituzionalità di un partito che recita nel suo statuto la secessione di una fantomatica padania, vien da chiedersi come mai le camicie verdi non rinuncino al denaro proveniente da Roma in virtù, magari, di un’indipendenza economica ancor prima che politica. Troppo facile sputare nel piatto dove si mangia da quasi cinque lustri, senza però fare le debite rinunce.

UNA VERGOGNA PER L’ITALIA – Diciamolo apertamente, la Lega nasce inequivocabilmente da un’enorme presa per il culo del suo elettorato – come spiega eloquentemente il “legaiolo” Borghezio ad una riunione di neo-fascisti francesi, dove esorta i “camerati” transalpini a proporsi come movimento territoriale per tornare al potere – e, come se non bastasse, vilipende in continuazione, la dignità umana di meridionali e stranieri, talvolta macchiandosi di crimini di stampo razzista, che vanno dalla banda armata (le famose ronde per la pulizia etnica) alle violenze private ai danni degli immigrati (tristemente nota la condanna di Borghezio per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni extracomunitari che dormivano sotto un ponte del fiume Dora a Torino); per non parlare poi delle condanne di Bossi (finanziamento illecito, istigazione a delinquere e vilipendio alla bandiera italiana) o di quelle di Maroni (resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale durante la perquisizione della Polizia nella sede leghista di via Bellerio a Milano, per aver morsicato la gamba di un agente, dopo esser caduto a terra). Ma in questi giorni la sede di via Bellerio è attraversata da ben altri e più recenti scandali: il più prominente è quello legato al presidente del consiglio regionale del Pirellone, tal Davide Boni, indagato a Milano per corruzione nell’ambito di una nuova tangentopoli meneghina, di cui, guarda caso, il quotidiano del Carroccio si dimentica di far menzione, nonostante la notizia imperversi sui media nazionali. Con che faccia questi dilettanti verdognoli della politica si presentano in parlamento? Ma soprattutto, quale incalcolabile danno arrecano alla reputazione del nostro paese ogniqualvolta vanno a sproloquiare in sedi istituzionali estere?

Fonti:

LEGA, CHIAGNE E FOTTE! LE CASSE DEL CARROCCIO SONO PIENE DI SOLDI: 237 MILIONI