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MUOS: no ad antenna Usa su suolo italiano grazie al M5S siciliano

Si chiama Muos il sistema di comunicazione satellitare ad uso e consumo dell’esercito americano. Una delle potenti antenne stava per essere installata a Niscemi (RG), ma il Movimento 5 Stelle è riuscito a far revocare le autorizzazioni per la costruzione dell’opera.

PALERMO – Giorni di assidua opposizione all’Assemblea Regionale Siciliana hanno fruttato al Movimento 5 Stelle una vittoria storica. Storica non per il M5S bensì per tutto il popolo italiano. Perché? Procediamo con ordine. Il sistema satellitare ad altissima frequenza, denominato Muos, era un’opera la cui realizzazione era data per certa. Così almeno secondo quanto deliberato dalle precedenti Assemblee Regionali Siciliane. I lavori sono proceduti, e procedono – ohibò! –, fino ad oggi, nonostante la delibera per revocare le autorizzazioni giaccia dal 7 febbraio sul tavolo dell’assessore al Territorio Maria Lo Bello. Nel giro di pochi giorni, tuttavia, la misura dovrà essere applicata e, quello che il M5S aveva promesso in campagna elettorale, realizzarsi: fermare i lavori del Muos.

Non un percorso facile quello dei 15 deputati regionali del movimento di Beppe Grillo, capitanati per l’occasione da Giampiero Trizzino, presidente della IV Commissione dell’Ars (Territorio e Ambiente). Prima di ottenere la delibera dalla giunta hanno infatti lottato strenuamente per sensibilizzare al tema la maggioranza dei consiglieri. Come? Facendo mancare il numero legale per l’approvazione del Documento di Programmazione Economica, indispensabile per il proseguimento della legislatura regionale. Non solo, il M5S ha portato in trasferta a Niscemi (sede d’installazione delle parabole Usa) i lavori della commissione Ambiente, e, come se non bastasse, ha convinto Palazzo dei Normanni a votare una mozione volta a bloccare le opere statunitensi sul suolo siciliano. Insomma, finalmente una forza politica è riuscita a contrastare concretamente, dopo anni di sudditanza alle mire espansionistiche di Washington, la legge che ci vuole sempre supini alle richieste degli americani.

Video:

Giampiero Trizzino Mostra la “Delibera di Giunta del Governo Regionale”

Perché votare Movimento 5 Stelle (Marco Travaglio)

Sanità. Commissione d’inchiesta: “Elettroshock per 1400 pazienti”

Dal 2008 al 2010 l’elettroshock sarebbe stato utilizzato su 1400 pazienti. È ciò che emerge dalla relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale. I punti critici sono strutturali e riguardano anche la fatiscenza e l’igiene degli ospedali.

ROMA – La relazione finale del senatore Marino ha raggelato l’aula di Palazzo Madama. Pochi gli uditori giovedì scorso in Senato per un tema che non tocca da vicino il gotha della politica, ma, come diceva De André “una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale”. E così le parole del presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale hanno finito per travalicare i confini parlamentari consegnandoci un quadro della sanità italiana davvero agghiacciante. Tre i capitoli principali di questa emergenza:

1) cure: incolmabili le differenze di trattamento per una medesima patologia da regione a regione, ma anche all’interno dello stesso territorio regionale. Quasi cento inoltre le strutture ove si utilizza ancora l’elettroshock quale rimedio per i disturbi mentali anche lievi. In alcune di queste la “terapia” elettroconvulsiva viene scelta come prima opzione di intervento. In totale dal 2008 al 2010 circa 1400 pazienti sarebbero stati sottoposti all’elettroshock. Pessime sono altresì le condizioni igieniche e terapeutiche in cui versano gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, meglio noti come Opg;

2) fatiscenza delle strutture: su oltre mille ospedali italiani più della metà non sarebbe conforme alle norme antisismiche. Duecento di questi, in base alle perizie consultate dal presidente Marino, rischierebbero lo “sbriciolamento” in caso di forti scosse. “Sono strutture distribuite soprattutto lungo l’arco appenninico – spiega la relazione –, nella zona dell’Italia centrale ma soprattutto meridionale, in particolare in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia”;

3) sprechi: “C’è una evidente povertà di risorse umane e tecnologiche – ha affermato Marino –. È chiaro che anche nei luoghi del disagio più estremo, come gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, la sensazione è che la carenza di servizi è direttamente proporzionale alla carenza di risorse, sia strutturali, sia tecnologiche che umane”. A fronte di ciò le Asl non accennano a diminuire il ricorso a consulenze esterne, anche quando le mansioni richieste possono essere svolte dal personale interno. Nel 2008 le spese per le consulenze ammontavano a 790 milioni di euro: “Una cifra inaccettabile – ha aggiunto Marino – se pensiamo che gli ultimi ticket sono stati introdotti in Italia per rastrellare una cifra pari a 850 milioni di euro”.

Ignazio Marino prima di diventare senatore della Repubblica con il Pd è stato un medico di fama internazionale, pioniere italiano del trapianto di fegato. Dopo essere entrato in parlamento tra le file dei Ds, tenta nel 2009 la scalata alle primarie del Pd che prevedibilmente perde piazzandosi dietro a Bersani (vincitore) e Franceschini. Una personalità, quella di Marino, che poco si confaceva, evidentemente, alla poltrona di segretario di un partito troppo impelagato fra banche, assicurazioni e grandi imprese.

Movimento 5 Stelle denuncia “i pianisti” al parlamento siciliano

Da poco entrati nell’Assemblea Regionale Siciliana, i portavoce del Movimento 5 Stelle s’inimicano già i loro colleghi deputati. Giancarlo Cancelleri, capogruppo dei 5 Stelle, denuncia la presenza di “pianisti” durante la votazione di un’importante mozione parlamentare.

I politici italiani non sono nuovi a questo tipo di pratiche. “I pianisti” si aggirano per le camere di tutte le più importanti assise italiane. Un voto per me e uno per il mio compagno assente, ma c’è anche chi vota per interi gruppi! In pochi nella storia hanno avuto il coraggio di denunciarli, un po’ per codardia, un po’ per connivenza. Il capogruppo del Movimento 5 Stelle Giancarlo Cancelleri, in una regione dove vigono omertà e sudditanza, è riuscito a farlo. Il 17 gennaio, durante la seduta numero 15 dell’Assemblea Regionale Siciliana, è intervenuto a seguito della votazione di una mozione contro il ponte sullo Stretto di Messina.

“In questo momento in aula siamo in 27, compreso il presidente. I tesserini inseriti negli appositi spazi davanti agli scranni sono però 56. Chiediamo rispetto verso quei colleghi che lavorano e proporremo al consiglio di Presidenza di affrontare la questione, perché non è corretto che la diaria venga assegnata in funzione di presenze che non sono tali”. Ben 29 deputati assenti si sono avvalsi della complicità di qualche collega pianista per ottenere il gettone di presenza pari a 224 euro (emolumento che si aggiunge alla già cospicua indennità fissa). Il presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone – il deputato dell’Udc che il giorno del suo insediamento predicava massima trasparenza – ha cercato di smorzare i toni.

“La vicenda verrà valutata in uno dei prossimi consigli di Presidenza” ha detto, auspicando che “dell’accaduto non si faccia però un caso”. E te credo, non vorremo mica disturbare la nuova giunta Pd-Udc (sic!) di Rosario Crocetta, colui che voleva fare del Palazzo dei Normanni una cattedrale di vetro?! Intanto il capogruppo del M5s ha chiesto formalmente agli uffici della presidenza della regione di fornire l’elenco ufficiale dei deputati presenti alla seduta incriminata. Ma da Palazzo d’Orleans rispondono che ci vuole tempo assai… È forse questa la trasparenza tanto decantata dal presidente della regione in campagna elettorale?

Video:

Onorevoli Assenteisti “Giancarlo Cancelleri Interviene nella seduta dell’ARS del 17-01-2013″

Finmeccanica: omertà di Monti su indagati, fra cui Orsi e Scajola

Posted ottobre 25th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Giustizia, Lobby e malaffare, Sprechi di Stato

Un giro di affari che si dipana intorno al gruppo Finmeccanica. Vari i filoni d’inchiesta che coinvolgono personaggi illustri come l’ex ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola e l’ad di Finmeccanica Orsi.

Nel labirinto di inchieste che gravitano intorno a Finmeccanica e alle sue controllate c’è un filo di Arianna che occorre seguire, ed è rappresentato dalle presunte tangenti che i mediatori internazionali ritagliavano un po’ per sé e un po’ per altri soggetti. Sul versante velivoli, ad esempio, al mediatore Guido Ralph Haschke sarebbe stato concesso, secondo alcune deposizioni, un compenso gonfiato. Haschke, che ha facilitato la vendita di 12 elicotteri al governo indiano, avrebbe poi dovuto girare una parte del suo corrispettivo all’amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi. Le deposizioni di un’altro indagato illustre – Lorenzo Borgogni, ex direttore centrale di Finmeccanica – ci raccontano inoltre che la cresta sull’affare indiano sarebbe dovuta finire nelle tasche di Comunione e Liberazione e della Lega Nord. Quest’ultima avrebbe preteso la somma quale riconoscimento per aver fatto eleggere Orsi a capo dell’azienda precedentemente guidata da Piero Guarguaglini. La nota comica riguarda il “povero” Haschke che, durante la perquisizione degli agenti in casa sua, venne colpito da un improvviso e sospetto malore che lo bloccò a lungo sul letto.

Appena rinvenuto gli investigatori trovarono sotto il suo giaciglio alcuni documenti compromettenti, cui il mediatore italoamericano aveva condotto inconsciamente. Fresca Fresca è invece la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex ministro dello sviluppo economico (governo Berlusconi ter) Claudio Scajola, l’accusa è di corruzione internazionale. Scajola, secondo la procura di Napoli, sarebbe coinvolto nella vicenda di una supposta tangente versata al governo brasiliano per una commessa di fregate a Fincantieri (gruppo Finmeccanica). Insomma, le dichirazioni rilasciate da teste e indagati sono ancora tutte da verificare, ma il quadro che ne emerge è davvero sconcertante. Non foss’altro per le intercettazioni pubblicate che, nel caso tragicomico di Haschke, rivelano un’inquieta preoccupazione nel voler nascondere i contratti dell’affare indiano degli elicotteri. Intanto il governo nicchia, e a chi chiede – come gli inviati del Fatto Quotidiano – al premier Monti se l’attuale ad di Finmeccanica gode ancora della sua fiducia, lui preferisce non rispondere. Certo che dopo la rimozione di Guarguaglini per via dei soliti problemi giudiziari, il governo non si è certo ravveduto.

Costi politica, la truffa del millennio: SpA a capitale pubblico

Una prassi medievale: i nominati nelle società a capitale pubblico-privato evocano tempi bui, dove il re eleggeva i suoi fidi ministri.

Non rientra nelle statistiche dei giornali della Confindustria, né in quelli controllati dalle altre lobby politico-finanziarie. Si chiama furto di Stato, ed è stato perpetrato a mani giunte da tutti i partiti. È quello che quotidianamente viene erroneamente scambiato per un processo democratico di nomina: in Rai, ad esempio, i consigliere d’amministrazione sono scelti direttamente dai partiti. Ognuno incarica un proprio generale che tutela gli interessi della lobby di riferimento. Una lottizzazione bella e buona, non registrata a bilancio come costo della politica ed esclusa da ogni calcolo di revisione della spesa. Sono i veri ministri del potere, drammatico retaggio del passato che ci riporta al tempo delle baronie. Tronchetti Provera, Guarguaglini, Orsi, Moretti, Scaroni, hanno guidato aziende lottizzate, trasformate dal parlamento in stipendifici per i trombati alle elezioni. Le chiamano con un ossimoro: S.p.A. pubbliche, ma di pubblico non hanno nulla se non tutto o parte del capitale sociale. In realtà le S.p.A. sono enti di diritto privato, e in quanto tali si comportano come una qualsiasi impresa commerciale.

L’aspetto più interessante che differenzia un’azienda pubblica da una privata con capitale pubblico è quello, appunto, della nomina. Nella azienda pubblica (lo dice il nome) l’affidamento degli incarichi è subordinato al bando di un concorso pubblico, nonché al possedimento di determinati requisiti. Nessuna discriminazione vieta, a chiunque disponga dei requisiti, di parteciparvi: questa dinamica rappresenta un filtro di selezione dei migliori, o, se volete, un ostacolo per la lottizzazione. Anche se un lobbista cercasse di infiltrarsi dovrebbe comunque misurarsi con gli altri concorrenti. Certo esistono i concorsi truccati, ma per quelli ci si rivolge al Tar. Al contrario in una S.p.A. non esiste questa prassi, che lascia spazio ai potenti trust e alla loro influenza sulle nomine. Solo che questi soggetti gestiscono beni comuni e servizi sociali che non dovrebbero avere rilevanza economica, come è stato ribadito dal referendum sull’acqua pubblica lo scorso anno. Solo che, affidiamo in questo modo un monopolio, prima appannaggio escusivo dello Stato, a un privato. Che aspettarsi di più, che si inventino “Sanità S.p.A.” per vendere gli ospedali più periferici, e quindi “meno redditizi”, a qualche sceicco degli Emirati Arabi?!

Zanotelli: fermare la guerra “ritirando soldi da Unicredit” VIDEO

Ieri la manifestazione contro la vendita a Israele di caccia bombardieri. Sul palco padre Zanotelli da consigli pratici su come boicottare la guerra.

Un prete incazzato è raro vederlo, e di solito quando succede tremano anche i santi in paradiso. Ieri padre Zanotelli, di fronte ai cancelli dell’Alenia Aermacchi (una controllata Finmeccanica in provincia di Varese), ha snocciolato un rosario di cifre e dati che scomodano i signori della guerra e i loro complici. A partire dalla sua amata Chiesa, alla quale intima di ritirare i cappellani militari e di condannare pubblicamente i governi belligeranti. Cita le fonti delle sue informazioni quando parla dei 1.740 miliardi di dollari – quasi l’intero ammontare del debito pubblico italiano – spesi lo scorso anno a livello mondiale per finanziare le guerre, e non trascura il prezioso sostegno offerto dalle banche. In particolare sottolinea come l’operazione della vendita degli M346 (aerei per l’addestramento militare) sia stata foraggiata da Unicredit, con un prestito di circa 600 miliardi. Legge, quindi, uno scritto di Don Milani che esorta alla dissidenza pacifica e, sull’onda emotiva che ne scaturisce, afferma che l’unico modo per boicottare la guerra è prosciugare le sue risorse economiche. Per farlo, aggiunge, si potrebbe ad esempio ritirare i soldi da Unicredit, perché la guerra è un banchetto dove a sedersi a tavola sono in molti.

Ci sono le banche, l’industria bellica (coacervo d’interessi finanziari) e i partiti. Non manca il convitato di pietra rappresentato dall’alta finanza, che fa il suo ingresso in scena attraverso molteplici maschere: banche e fondi, privati o consorziati. Di recente, come noto, la Bce ha prestato ingenti somme a istituti di mezza Europa perché vicini al default, tra questi c’é Unicredit. I partiti, invece, meritano un capitolo a parte: in questo enorme giro di denaro non raccolgono che un misero cascame. Ma Zanotelli incalza, asserendo di essere stato “defenestrato” dalla direzione del mensile Nigrizia quando cominciò a parlare delle tangenti dei partiti sulla vendita delle armi. E anche in questo caso il buon missionario colpisce nel segno: sono infatti sotto la lente della procura di Busto Arsizio alcune fatturazioni gonfiate dell’AgustaWestland – sempre gruppo Finmeccanica, settore elicotteri civili e militari, sita anch’essa nel varesotto – servite presumibilmente come tangente versata a esponenti della Lega Nord. Inoltre la modesta azienda areonautica Aermacchi è passata alle cronache per un fatto insolito: nonostante fosse stata assorbita dalla più potente omologa Alenia, si è riservata di spostare la sede legale della compagnia da Pomigliano (Na) al piccolo paesino lombardo di Venegono Inferiore. Per alcuni è stato un regalo al partito di Bossi, per altri solo un’improbabile coincidenza.

Video:

Manifestazione contro le armi sabato 13 ottobre Venegono/ Intervento Alex Zanotelli

Industriali contro il falso in bilancio: Gabanelli svela i nomi

Il gotha dell’imprenditoria promotore della depenalizzazione del falso in bilancio: è quanto spiega la Gabanelli nella sua prima stagionale di Report, citando i sottoscrittori di una lettera del ’97 pubblicata su Il Sole 24 ORE.

Ci sono tutti! I più grandi, i più ricchi, i più snob. Quelli che pensano che il popolo sia sovrano solo quando non rompe le scatole ai monopolisti del mercato. Milena Gabanelli, con la solita pacatezza, irrompe come un cilcone nella dissolutezza del mondo politico, oggi. Oggi, appunto, come l’incipit della sua inchiesta che rimembra subito un’epistola apparsa 15 anni fa su Il Sole 24 ORE, dove 45 fra grandi manager e imprenditori si univano in un accorato appello affinché venisse allentata la pressione dei controlli sulle loro aziende. Il contesto era quello post tangentopoli: l’élite politico-finanziaria del Paese era stata falcidiata dalle inchieste del pool della Procura di Milano e necessitava quindi di una cura ricostituente per potersi ripresentare. I reati nel mirino del gotha capitalistico erano quelli contro la pubblica amministrazione (art. 314 e segg. c.p.), in particolare corruzione e affini. Così per dissimulare un contrasto palese di questi delitti, si sono dirottati su quello apparentemente più innocuo, ovvero il falso in bilancio. La pratica più consolidata per accumulare fondi neri da distribuire per “oliare” il crimine del malaffare.

Nell’articolo citato dalla conduttrice di Report si legge che lor signori auspicavano una certa indulgenza sulle somme indebitamente incassate, qualora rappresentassero piccole proporzioni dei ricavi totali dell’azienda. Traduzione: se un’impresa fattura 10 milioni e s’imbosca 500 mila euro, non stiamo a tartassarla con inchieste che sfociano nel penale. E poco importa se con quei denari corrompono pubblici funzionari o pagano lo smaltimento illegale dei rifiuti alla camorra, trattasi solo del 5% del fatturato, troppo poco per inficiare il loro buon nome. Un assurdo logico perorabile solo da chi ha la coda di paglia, ed infatti nel lungo elenco di nomi snocciolato amabilmente dalla giornalista figurano alcuni pregiudicati e/o indagati per reati finanziari o contro la pubblica amministrazione. Fra i personaggi più importanti troviamo l’immancabile Enrico Cuccia, Diego Dalla Valle, Ennio Doris, Letizia Moratti, Leonardo Mondadori, Sergio Pininfarina e altri che si strinsero anche nell’esprimere ufficialmente solidarità fraterna a Cesare Romiti, colpito all’epoca dalle condanne per frode fiscale, falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti.

Lazio, in regione la sinistra dormiva: scandalo denunciato da Pdl

Posted settembre 25th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Delinquenza politica, Politica, Sprechi di Stato

È stata un fronda interna al Pdl a dire basta: mentre in regione il centrosinistra nicchiava, un consigliere del partito di “er Batman” – al secolo Franco Fiorito – ha avuto il coraggio di denunciare il furto di denaro pubblico.

L’ultima velina ci narra che la presidentessa della regione Lazio Renata Polverini, dopo essersi consultata coi luogotenenti del politburo francotedesco Monti e Napolitano, ha rassegnato le dimissioni. Le due alte cariche, in ragione delle indagini che hanno investito il capogruppo del Pdl Franco Fiorito, hanno indotto la Polverini a farsi da parte. Peccato però che non abbiano fatto lo stesso con Formigoni e la sua giunta, accusati di reati non dissimili e forse ben più gravi. Due pesi e due misure, considerato che il governatore della Lombardia ha un diverso spessore politico, maturato nell’arco di un ventennio alla guida della “sua” regione. Non contenta la Polverini, in ossequio al malcostume politico che vuole i dimissionari per scandali o delitti uscire di scena a testa alta, ha precisato che lei e il suo esecutivo si sentono puliti. Di converso il povero Franco Fiorito e gli altri consiglieri in seno alla Presidentessa sono stati ripudiati e definiti dalla stessa “indegni”.

È il classico gioco dello scarica barile: come Francesco Rutelli non sapeva nulla degli affari del suo tesoriere Lusi, l’ingenua signora non era al corrente delle spese folli del suo capogruppo in consiglio. Forse avrebbe fatto più bella figura dileguandosi con la coda fra le gambe. Ma il senso della vergogna, si sa, non è appannaggio del Popolo della Libertà. Eppure questa volta c’è da riconoscere un merito al partito di Berlusconi. Infatti a dare l’abbrivio alle indagini della magistratura non sono state le denunce di qualche probo esponente dell’opposizione, bensì l’esposto di un certo Francesco Battistoni, in quota Pdl, insofferente dei soprusi di Fiorito detto “er Batman”. A tal proposito la Polverini, con sommo sprezzo del ridicolo, ha liquidato la faccenda come una faida interna al proprio gruppo consigliare, denigrando di fatto il comportamento lodevole di uno dei suoi. Secondo l’ormai ex governatrice, evidentemente, chi denuncia un reato e chi lo commette sono sullo stesso piano.

Salerno, consorzio rifiuti fungeva da bancomat per i Ds (ora Pd)

Si chiama Corisa 2 la società dei rifiuti che per anni è stata depredata da vertici e dipendenti. Molti, tra cui l’ex presidente Dario Barbirotti, appartenevano ai Ds.

Per la serie “a volte ritornano” ecco rispuntare i Democratici di Sinistra (Ds). Ovviamente non per meriti, ma come nel caso della Margherita per scandali e reati. Le indagini terminate lo scorso giugno hanno svelato i retroscena del Consorzio di bacino dei Rifiuti Salerno/2, giovane azienda pubblica addetta allo smaltimento dei rifiuti costituita negli anni dell’emergenza. Secondo i rapporti degli inquirenti il Corisa 2 veniva usato per distribuire indebitamente denaro al personale. Molti dipendenti chiedevano anticipi sugli stipendi senza mai restituirli, ad alcuni di essi – i maggiori beneficiari di queste somme – erano intestate delle cartellette con all’interno tessere di partito e ricevute di pagamento rilasciate da Sinistra Ecologista, la corrente che prima dello scioglimento dei Ds nel Pd rappresentava l’anima ambientalista della Quercia. Dai riscontri della procura, guidata dall’ex pm antimafia Franco Roberti, è emerso inoltre che alcune persone, in seguito assunte, hanno più volte versato contributi al partito. Insomma, di smaltimento rifiuti se ne faceva ben poco, in compenso si dispensava prebende a pioggia.

Tanto che il Corisa 2 nel 2010 era stato affidato a un commissario liquidatore, l’avvocato Giuseppe Corona, a causa dell’enorme debito accumulato. Grazie alle sue denunce è nata l’inchiesta dei magistrati salernitani che hanno staccato ben 154 avvisi di conclusa indagine, con l’accusa di aver sottratto fondi all’ente. All’ex presidente Dario Barbinotti, insieme ad altri suoi nove collaboratori, è stata contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla truffa e al peculato. Barbinotti era anche a capo della stessa Sinistra Ecologista che riceveva donazioni dai dipendenti del Consorzio, oltre a essere stato consigliere comunale della lista civica del sindaco Vincenzo De Luca. Sembra difficile che a Salerno negli ambienti Pd nessuno sapesse nulla, eppure il bubbone del Corisa 2 è stato lasciato crescere indisturbato fino all’intervento della procura. Al partito di Bersani non resta che prendere atto dell’ennesimo passo falso verso le elezioni del prossimo anno; mentre la realtà campana del Pd, dopo il pirotecnico duo Iervolino-Bassolino e le indagini su De Luca, si fa sempre più torbida.

Taglio provincie, inizia il gioco della sedia e degli emendamenti

Posted luglio 23rd, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Delinquenza politica, Sprechi di Stato

Meno Provincie nel provvedimento presentato dal governo. Un ridimensionamento destinato a suscitare malcontento fra i lacchè dei partiti.

Monti ha deciso di dare un taglio alla politica del superfluo, delle 110 provincie odierne ne rimarranno solo una quarantina con una decina di metropoli che allargheranno i loro confini. Un tentativo lodevole da parte di un premier che, tuttavia, ha solo minacciato una lotta senza quartiere contro le baronie che hanno lottizzato l’Italia. Una storia che si ripete da più di duemila anni quando ai tempi del primo triumvirato le gens più influenti di Roma si spartivano le provincie della repubblica. Seppur con qualche differenza le provincie di allora sono come quelle odierne, cioè un luogo dove sistemare parenti e amici. Ma anche una merce di scambio per sdebitarsi o per soddisfare velleità politiche di qualche personalità facoltosa. Ieri era il caso del ricco Marco Licinio Crasso, ora quello di tanti più modesti presidenti di provincia e accoliti.

L’abolizione delle provincie è un’antifona che ciclicamente viene rispolverata da tutti i partiti della seconda repubblica, salvo poi presentare candidati per le elezioni delle stesse. Le regioni sarebbero benissimo in grado di svolgere le esigue funzioni rimaste alle provincie, ormai ridotte a mere istituzioni di facciata. Il “vorrei ma non posso” dei partiti si spiega solo col fatto che nei consigli provinciali siedono troppi amici che non gradirebbero rimanere senza impiego. L’unica formazione politica a non aver presentato candidati alle ultime elezioni provinciali si chiama Movimento Cinque Stelle, che coerentemente col suo programma chiede l’abolizione dell’inutile ente. A questo giro qualcuno rimarrà inevitabilmente senza sedia (Monti dixit), a meno che non inizi la solita manfrina degli emendamenti per salvarne qualcuna.

Olivetti I-Jet chiude: l’ennesimo sfacelo delle privatizzazioni

Continua lo smembramento di Olivetti ad opera della privatizzata Telecom Italia: in liquidazione l’azienda italiana leader nel settore della tecnologia ink-jet.

ARNAD (AOSTA) – Olivetti I-Jet sta per chiudere i battenti. L’azienda fa parte del gruppo Telecom Italia e si occupa di nanotecnologie per la stampa da oltre trent’anni. Si è affermata nel settore come una delle aziende più all’avanguardia e da molti è considerata pioniera a livello planetario: “È l’unica azienda europea (e una delle quattro al mondo) a gestire un processo termico di produzione ink-jet – getto d’inchiostro, nda – a ciclo completo insieme allo sviluppo di tutti i componenti correlati, dagli inchiostri fino alle testine”. I motivi ufficiali che hanno spinto Telecom a mandarla in liquidazione vertono principalmente sulla crisi che sta attraversando il mercato dei fax e l’impossibilità di trovare applicazioni diverse di questa tecnologia in tempi brevi. Eppure il comparto aziendale di ricerca e sviluppo stava cercando sbocchi in altri ambiti compatibili, come la stampa su plastica, su piastrelle e per la diagnostica medicale, con contatti con diverse imprese. L’Olivetti I-Jet avrebbe ancora potuto risollevarsi, considerata anche la sua importanza strategica per l’industria italiana dell’high tech.

Giusto  per contestualizzare: l’Italia vive un ritardo drammatico che riguarda l’adeguamento tecnologico della pubblica amministrazione. Buona parte dei documenti vengono ancora stampati su carta e verosimilmente questa pratica non potrà essere del tutto eliminata. Perciò la tecnologia della stampa non è da licenziare in tronco, ma andrebbe ridisegnata su nuove esigenze; e poi parliamoci chiaro, siamo il paese che invece di inoltrare una mail al proprio collega d’ufficio la stampiamo e gliela portiamo a mano. Ora, nell’attesa di una digitalizzazione generale, andremo probabilmente a utilizzare tecnologia straniera per fornirci di cartucce e simili. Cui prodest? Inopinabilmente a Telecom Italia che con un sol colpo si libera di una spesa viva, che però portava prestigio e risorse inestimabili. Tuttavia i vertici Telecom non hanno dimostrato analogo zelo nel tagliare gli stipendi d’oro dei top manager che si sono avvicendati a capo dell’azienda, circostanza che avrebbe potuto dare un po’ di respiro all’Olivetti I-Jet. Da quando Telecom Italia è stata privatizzata ha badato di più a gonfiare certe retribuzioni che allo sviluppo della compagnia; d’altronde un’azienda privata non è tenuta a perseguire alcuna finalità sociale (ivi compresa quella di sostenere la ricerca) ed è libera di licenziare quando le risorse scarseggiano.

Fonte:

Un altro pezzetto di #Olivetti che se ne va

Aggiornamento: poligono di Quirra verso la chiusura, ma si continua a bombardare

Inizia l’iter burocratico per la riconversione del poligono militare di Quirra (Cagliari) in polo di ricerca. Intanto da domani riprendono le esercitazioni militari.

ROMA – Ieri in tarda serata è stata approvata dal senato la relazione che stabilisce la chiusura e la riconversione del Poligono Interforze del Salto di Quirra (Ogliastra, Sardegna sud-orientale). A presentarla è stato il senatore democratico Scanu, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito. Il poligono verrà trasformato in un polo di ricerca, tuttavia non si esclude che possa servire per la progettazione di nuove tipologie di armi. Quel che è certo è che cesseranno i bombardamenti i cui residui hanno mietuto vittime e inquinato l’ambiente. I tempi, secondo lo stesso Scanu, saranno lunghi, ma ci si auspica che in un quinquennio si possano portare a termine i lavori: oggetto della relazione sono stati anche i poligoni di Capo Teulada (CA) e di Capo Frasca (OR) per i quali è prevista la dismissione e la bonifica dei terreni su cui sorgono. Ora la palla passa al governo che deve presentare un piano di realizzazione dell’opera definendone obbiettivi e costi.

Intanto domani al poligono di Quirra si apre un programma di esercitazioni militari da bollettino di guerra: per tre settimane a partire dal primo giugno è stato disposto lo “sgombero di animali e persone” dalle sette di mattina all’una. ”Le zone – si legge nell’ordinanza – dove si svolgerà l’esercitazione a fuoco (un’area compresa tra 10 comuni, nda) saranno segnalate da appositi bandieroni rossi”. Missili e ordigni continueranno dunque a esplodere, fintanto che le autorità preposte non decideranno di recepire quanto avvallato all’unanimità dal Senato. A tal proposito Scanu tiene a precisare che l’approvazione della sua relazione ha “un valore storico”; secondo l’onorevole sarebbe infatti la prima volta che il senato ammette la pericolosità di certe attività militari. Le recenti indagini condotte dal procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi hanno infine evidenziato le connessioni fra inquinamento e morti intorno al poligono, accelerandone così la messa al bando.