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Cancro: in Europa un (mal)affare da 124 miliardi di euro all’anno

I dati sono riferiti a uno studio economico del 2009, ma il trend dell’insorgenza del cancro è destinato a salire. Quali sorti per un’Italia in disarmo, dopo i tagli alla sanità degli ultimi governi?

Cominciamo col dire che l’Italia è messa male: gli stanziamenti per la sanità pubblica sono in mano alle regioni, e, ad esempio, nel Lazio sappiamo essere stati dirottati in parte sulle spese dei gruppi consiliari (primo su tutti quello di “er Batman”): ergo più festini per i politici e meno assistenza ai malati. Forse questo dato non è stato calcolato nel computo effettuato dalla Società Europea di Oncologia Medica, che ieri ha presentato il suo studio sui costi diretti e indiretti del cancro in Europa. I diretti sono afferibili alle cure e all’assistenza dei malati affrontate dal Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), gli indiretti invece alle perdite cagionate dal mancato apporto dei malati – e dei famigliari che li assistono – alla vita produttiva. Come tutti gli studi statistici, anche questo ci consegna una realtà asettica che ha bisogno di essere sviscerata da ogni singolo stato preso in considerazione. Riguardo all’Italia non possiamo che evidenziare l’enorme differenza di opportunità assistenziali tra cittadini del nord e del sud. Uno scarto acuito anche dall’insufficiente attività istituzionale d’indagine epidemiologica sull’eziologia del cancro.

Parecchi comitati cittadini sparsi per l’Italia, e in particolar modo al sud, reclamano da anni l’istituzione di registri tumorali locali, per verificare l’impatto sulla salute di strutture quali inceneritori, discariche, aziende siderurgiche (ex Ilva, Alcoa), centrali elettriche e tutto quanto possa emettere esalazioni nocive. Questa è la prima arma cui l’Italia dovrebbe dotarsi nella lotta contro questa piaga sociale. A tal proposito i relatori dell’indagine scientifica, riunitisi a Vienna per presentarla, hanno espresso le loro preoccupazioni in ragione dei tagli alle attività di ricerca, perpetrati soprattutto dai paesi più colpiti dalla crisi economica (quelli dell’area mediterranea). L’equipe, composta da circa 15 mila esperti, si è basata sui dati forniti dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), l’Ocse e i ministeri della salute dei 27 paesi Ue, presi in esame nell’anno 2009. I costi annuali del cancro in Europa risultano essere 240 euro pro capite, e 124 miliardi a livello globale. È necessario dunque invertire la tendenza, magari cominciando a cancellare dall’agenda politica la costruzione di opere di assodata cancerogenicità (guarda la mappa degli inceneritori!).

Industriali contro il falso in bilancio: Gabanelli svela i nomi

Il gotha dell’imprenditoria promotore della depenalizzazione del falso in bilancio: è quanto spiega la Gabanelli nella sua prima stagionale di Report, citando i sottoscrittori di una lettera del ’97 pubblicata su Il Sole 24 ORE.

Ci sono tutti! I più grandi, i più ricchi, i più snob. Quelli che pensano che il popolo sia sovrano solo quando non rompe le scatole ai monopolisti del mercato. Milena Gabanelli, con la solita pacatezza, irrompe come un cilcone nella dissolutezza del mondo politico, oggi. Oggi, appunto, come l’incipit della sua inchiesta che rimembra subito un’epistola apparsa 15 anni fa su Il Sole 24 ORE, dove 45 fra grandi manager e imprenditori si univano in un accorato appello affinché venisse allentata la pressione dei controlli sulle loro aziende. Il contesto era quello post tangentopoli: l’élite politico-finanziaria del Paese era stata falcidiata dalle inchieste del pool della Procura di Milano e necessitava quindi di una cura ricostituente per potersi ripresentare. I reati nel mirino del gotha capitalistico erano quelli contro la pubblica amministrazione (art. 314 e segg. c.p.), in particolare corruzione e affini. Così per dissimulare un contrasto palese di questi delitti, si sono dirottati su quello apparentemente più innocuo, ovvero il falso in bilancio. La pratica più consolidata per accumulare fondi neri da distribuire per “oliare” il crimine del malaffare.

Nell’articolo citato dalla conduttrice di Report si legge che lor signori auspicavano una certa indulgenza sulle somme indebitamente incassate, qualora rappresentassero piccole proporzioni dei ricavi totali dell’azienda. Traduzione: se un’impresa fattura 10 milioni e s’imbosca 500 mila euro, non stiamo a tartassarla con inchieste che sfociano nel penale. E poco importa se con quei denari corrompono pubblici funzionari o pagano lo smaltimento illegale dei rifiuti alla camorra, trattasi solo del 5% del fatturato, troppo poco per inficiare il loro buon nome. Un assurdo logico perorabile solo da chi ha la coda di paglia, ed infatti nel lungo elenco di nomi snocciolato amabilmente dalla giornalista figurano alcuni pregiudicati e/o indagati per reati finanziari o contro la pubblica amministrazione. Fra i personaggi più importanti troviamo l’immancabile Enrico Cuccia, Diego Dalla Valle, Ennio Doris, Letizia Moratti, Leonardo Mondadori, Sergio Pininfarina e altri che si strinsero anche nell’esprimere ufficialmente solidarità fraterna a Cesare Romiti, colpito all’epoca dalle condanne per frode fiscale, falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti.

Carcere per ex cassiere Margherita: tesoriere? L’usi poi lo getti

Posted giugno 24th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Giustizia, Lobby e malaffare, Politica

Il senato ha approvato l’arresto di Luigi Lusi, ex cassiere della Margherita di Rutelli. I suoi colleghi di scorribande hanno deciso di immolarlo per espiare le proprie colpe, ma questo non basta a cancellare vent’anni di intrallazzi e latrocini.

A vent’anni da Tangentopoli nulla è cambiato. Anzi si può dire, in accordo con gli osservatori più attenti, che la corruzione e i reati affini dilaghino più di prima. All’epoca fu l’ingegner Mario Chiesa, amministratore del Pio Albergo Trivulzio, a scatenare il ciclone che travolse la politica, questa volta è il più modesto avvocato Luigi Lusi reo (non si è mai dichiarato innocente o estraneo ai fatti) di aver smistato sotto comando i fondi della Margherita alle varie correnti del partito. Allora come oggi si riversano tutte le responsabilità su un unico uomo, il più improbabile. Come se un umile cassiere possa fare il bello e il cattivo tempo all’insaputa del segretario di un partito e del suo entourage. Siamo alle comiche: Rutellone come il più protervo Craxi cerca di lavarsene le mani, ma anche i sassi sanno che ne è invischiato fino al collo. Il fu Bettino allora ebbe a dire che non si può far di tutta l’erba un fascio addossando all’intera classe politica le colpe di qualche mariuolo. E il mariuolo Mario Chiesa, sentendosi tradito dai suoi complici, sentenziò con le sue confessioni la fine dei partiti della prima repubblica.

Ora siamo in attesa che il cassiere Lusi porti a compimento quel che già fece Chiesa. I nomi sono già trapelati dalle sue deposizioni: si parla di Renzi, Letta (Enrico), Rosy Bindi, Rutelli (ma va’?), Fioroni e Franceschini. Comunque è meglio aspettarsi delle belle sorprese, perché se la pseudo-sinistra affonda non può che tirarsi con sé la sua compagine di destra. I due schieramenti sono al tavolo della stessa bisca clandestina, l’uno conosce i segreti dell’altro e si sostengono reciprocamente, se crollano crollano insieme. Fa sorridere che in senato a prendere le difese di Lusi siano stati proprio gli acerrimi nemici del Pdl, mentre il Pd lo ha abbandonato. Maurizio Gasparri ha infatti espresso la propria solidarietà per Lusi che, a suo avviso, è stato utilizzato come capro espiatorio dai compagni di partito. Tuttavia è lecito aspettarsi dei colpi di scena e vedere se il parlamento partorirà qualche leggina per salvare il povero tesoriere, evitando così che sotto i colpi delle sue confessioni cada brutalmente la seconda repubblica.

McDonald’s confessa: panini della pubblicità ritoccati. Un finto anelito di trasparenza

McDonald’s ci mostra con un filmato come vengono ritoccati i panini per la pubblicità. Il colosso mondiale del fast-food tenta di spacciarsi per un’azienda trasparente e attenta alle esigenze dei consumatori.

McDonald’s vuole rifarsi i connotati. La multinazionale del fast-food (o junk-food, se preferite) ha da poco pubblicato un filmato su internet che ha del ridicolo: un’avvenente manager della compagnia risponde con sorriso smagliante a una cliente insoddisfatta del look dei panini del negozio, considerato troppo diverso da quello della pubblicità. Cortesia e disponibilità non sembrano mancare all’interno dell’azienda che da decenni inquina la cucina mondiale con il suo squisito cibo spazzatura. Certo, sedersi ai loro tavoli è una scelta individuale, ma lo sarebbe anche quello di non venir bersagliati quotidianamente dalla loro pervasiva propaganda. Chi non conosce l’orecchiabile motivetto di McDonald’s è probabilmente un alieno o un selvaggio. I suoi panini sono più famosi di calciatori e starlette. Ora però sono davvero alla frutta. Ci svelano i retroscena della pubblicità mostrandoci come ritoccano un panino prima che appaia in video. Fanno passare il messaggio che sono un’azienda trasparente che non nasconde scheletri nell’armadio.

Tuttavia non hanno capito che la fiction pubblicitaria non può a lungo sopperire alla scarsa qualità dei prodotti. Gli spot e la cartellonistica ingannevoli sono tipici di un mercato di prodotti omologati, dove le imprese si danno battaglia per offrire un’immagine migliore degli altri. Non un prodotto, bensì la sua proiezione nell’immaginario collettivo e poco importa se non risponde al vero. La competitività tanto conclamata dalla Confindustria e dall’Organizzazione Mondiale del Commercio si basa di fatto su una gara di maquillage. Ma per tornare a McDonald’s, forse sarebbe il caso di mostrare altri retroscena: ad esempio quelli delle cucine, oppure quelli degli allevamenti che forniscono la materia prima, oppure ancora le fabbriche di trasformazione delle carni. Per non parlare poi dei terribili effetti sulla salute causati dal mix esplosivo di bevande zuccherate, panini ipercalorici e patatine fritte. Fatti troppo scomodi per diventare oggetto di un spot, meglio un’avvenente manager bionda coi tacchi a spillo.

Video:

Behind the scenes at a McDonald’s photo shoot

Crac Croce Rossa: Privatizzarla? Una falsa soluzione che uccide

Posted giugno 13th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Lobby e malaffare

Mentre tutti viviamo le strazianti inefficienze del sistema sanitario nazionale, la Croce Rossa sta per essere privatizzata attraverso un decreto. Cui prodest?

È al vaglio del commissario straordinario Francesco Rocca il decreto con cui si intende privatizzare una colonna portante della sanità italiana quale è la Croce Rossa. Oltreoceano Obama sta remando verso una nazionalizzazione – parola che solo in Italia evoca lo spettro del golpe rosso – del servizio sanitario, ma come al solito noi ci ispiriamo al nuovo continente solo per fagocitare le peggiori ciofeche. Tuttavia quando lo Stato si accolla giganteschi deficit di aziende fallite per malagestione sono tutti pronti a incensare la cassa integrazione e istituti analoghi, lo stesso avviene quando rileva la proprietà di certe imprese che han lasciato col culo a terra frotte di lavoratori. Dunque, è un problema se la Croce Rossa è in rosso? Se è vero che si profila un suo sdoppiamento in un’associazione pubblica e un’altra privata, non si capisce perché questo fatto dovrebbe condurre a una portentosa ripresa economica. Forse occorrerebbe semplicemente razionalizzare gestione e risorse e cacciare le mele marce dal direttivo.

Se negli States hanno nazionalizzato, seppure transitoriamente, le banche d’affari – strumento simbolo del liberismo più sfrenato – non vedo perché noi non possiamo chiedere una presenza più forte dello Stato – inteso come organo più rappresentativo della società civile – all’interno del mercato. La storia che il mercato si autoregola è un falso mito del liberismo. Il mercato mira al profitto senza guardare in faccia le persone e si autoregolerà solamente quando ci sarà una classe imprenditoriale con dei sani principi morali. Nell’attesa possiamo cercare di proteggere dalle grinfie dei “conquistadores” finanziari i beni comuni ed eleggere una classe politica che respinga gli assalti dei predoni. Per quanto ancora dovremo sopportare servizi sociali, sanitari, scolastici, idrici, appaltati a dei privati che monopolizzano di fatto il settore dequalificandone il lavoro? Esempi: in ospedale convivono personale statale e personale privato (sottopagato e con meno diritti), idem per la scuola (sostegno appaltato a cooperative, etc.), e ci si casca anche in altri settori.

Sono almeno sei lustri che con vari espedienti stanno cercando di convincerci che “privato” è bello: oggi gli ospedali si chiamano “aziende ospedaliere”, le usl “aziende sanitarie locali”, la didattica scolastica è diventata “piano di offerta formativa” (pof), gli esami di recupero “debiti”, e così via. Possibile, inoltre, che in Italia dobbiamo sorbirci una lottizzazione selvaggia del territorio che si traduce spesso in concessioni demaniali con canoni ridicoli (spiagge, boschi, sorgenti). Tutto questo è il frutto di un piano ben congegnato, messo in atto da una classe elitaria di snob parassiti che hanno l’ardire di farsi chiamare industriali o onorevoli. Come dice Marco Bersani, cofondatore del comitato referendario per l’acqua pubblica, attenzione! perché il contrario di pubblico non è privato, ma segreto. Un’ente di diritto privato quali sono le S.p.A. non hanno obblighi di trasparenza verso i cittadini. Può quindi succedere alla chetichella che Enel S.p.A. un domani decida inoppugnabilmente di aumentare a dismisura la bolletta, o di cedere la società alla Cocacola. Ma ve l’immaginate i tralicci a forma di lattina… Purtroppo questa non è distopia, tant’è che nel sud del mondo questo progetto corre già in fase avanzata mostrandone il degrado: molti governi hanno già svenduto pezzi di sovranità nazionale alle multinazionali. Noi invece, nel nostro piccolo, li abbiamo regalati – citando un’espressione tanto cara a un noto comico-qualunquista di Genova – a degli imprenditori “colle pezze al culo”.

Olivetti I-Jet chiude: l’ennesimo sfacelo delle privatizzazioni

Continua lo smembramento di Olivetti ad opera della privatizzata Telecom Italia: in liquidazione l’azienda italiana leader nel settore della tecnologia ink-jet.

ARNAD (AOSTA) – Olivetti I-Jet sta per chiudere i battenti. L’azienda fa parte del gruppo Telecom Italia e si occupa di nanotecnologie per la stampa da oltre trent’anni. Si è affermata nel settore come una delle aziende più all’avanguardia e da molti è considerata pioniera a livello planetario: “È l’unica azienda europea (e una delle quattro al mondo) a gestire un processo termico di produzione ink-jet – getto d’inchiostro, nda – a ciclo completo insieme allo sviluppo di tutti i componenti correlati, dagli inchiostri fino alle testine”. I motivi ufficiali che hanno spinto Telecom a mandarla in liquidazione vertono principalmente sulla crisi che sta attraversando il mercato dei fax e l’impossibilità di trovare applicazioni diverse di questa tecnologia in tempi brevi. Eppure il comparto aziendale di ricerca e sviluppo stava cercando sbocchi in altri ambiti compatibili, come la stampa su plastica, su piastrelle e per la diagnostica medicale, con contatti con diverse imprese. L’Olivetti I-Jet avrebbe ancora potuto risollevarsi, considerata anche la sua importanza strategica per l’industria italiana dell’high tech.

Giusto  per contestualizzare: l’Italia vive un ritardo drammatico che riguarda l’adeguamento tecnologico della pubblica amministrazione. Buona parte dei documenti vengono ancora stampati su carta e verosimilmente questa pratica non potrà essere del tutto eliminata. Perciò la tecnologia della stampa non è da licenziare in tronco, ma andrebbe ridisegnata su nuove esigenze; e poi parliamoci chiaro, siamo il paese che invece di inoltrare una mail al proprio collega d’ufficio la stampiamo e gliela portiamo a mano. Ora, nell’attesa di una digitalizzazione generale, andremo probabilmente a utilizzare tecnologia straniera per fornirci di cartucce e simili. Cui prodest? Inopinabilmente a Telecom Italia che con un sol colpo si libera di una spesa viva, che però portava prestigio e risorse inestimabili. Tuttavia i vertici Telecom non hanno dimostrato analogo zelo nel tagliare gli stipendi d’oro dei top manager che si sono avvicendati a capo dell’azienda, circostanza che avrebbe potuto dare un po’ di respiro all’Olivetti I-Jet. Da quando Telecom Italia è stata privatizzata ha badato di più a gonfiare certe retribuzioni che allo sviluppo della compagnia; d’altronde un’azienda privata non è tenuta a perseguire alcuna finalità sociale (ivi compresa quella di sostenere la ricerca) ed è libera di licenziare quando le risorse scarseggiano.

Fonte:

Un altro pezzetto di #Olivetti che se ne va

Sardegna, poligono militare: indagati gli specialisti della morte (VIDEO)

Dal 1956 a Perdasdefogu in Sardegna ha sede il poligono sperimentale militare più grande d’Europa. Negli ultimi anni la convivenza con la popolazione locale si è incrinata in seguito all’aumentata insorgenza di tumori e malformazioni congenite.

QUIRRA (CAGLIARI) – Intorno al Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ) si registra una strana moria di persone e bestiame. Il poligono è destinato alla sperimentazione di arsenale bellico, ed è a disposizione di aziende private e dell’esercito. Poco distante sorge una discarica militare anch’essa coinvolta in un’inchiesta giudiziaria. Non solo morti: nella stessa area le nascite sono ammorbate da malformazioni congenite e le informazioni riguardanti la pericolosità delle scorie latitano. Per questo motivo, in una regione che vive essenzialmente di pastorizia, accade che gli allevatori usino il materiale residuo delle esplosioni per accendere il fuoco firmando inconsapevolmente la loro condanna a morte. Le peregrine indagini condotte dal procuratore di Lanusei Fiordalisi procedono a singhiozzo; venti le persone coinvolte tutte appartenenti ad alti ranghi istituzionali, circostanza che turba non poco il normale iter processuale. Il fine della presunta condotta criminale sarebbe stato quello di occultare la pericolosità delle operazioni del PISQ.

Le ipotesi di reato, che vanno dall’omicidio plurimo all’omissione d’atti d’ufficio, si basano, secondo la procura, su un perverso e corrotto intreccio di interessi fra imprenditoria e pubblici ufficiali: la sperimentazione selvaggia di armi e materiali bellici e civili non avrebbe trovato ostacoli, anzi sarebbe stata appoggiata da chi avrebbe dovuto controllarne la regolarità. Sul tema si è  pronunciata persino la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’Uranio fornendo vaghe rassicurazioni. Tuttavia escludere la presenza di uranio non basta a soddisfare la domanda di chiarezza e di giustizia della popolazione locale; esistono infatti svariate altre sostanze di comprovata tossicità che sono state riscontrate nelle analisi effettuate. Poniamo pure che gli indagati vengano tutti prosciolti e che i reati non sussistano, a quel punto rimarrebbe da chiedersi se sia giusto continuare sulla strada di uno sviluppo industriale guerrafondaio. Quante vite umane può valere il collaudo di un nuovo tipo di ordigno bellico? In cuor mio rispondo nessuna, ma l’attuale classe politica non sembra essere dello stesso avviso.

Video:

SINDROME DI QUIRRA – PARTE 1

Argentina, industria petrolifera nazionalizzata: multinazionali in lacrime

Posted aprile 18th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Economia, Lobby e malaffare

IL CORAGGIO DELLE SCELTE — Si torna a parlare di nazionalizzazione; e lo si fa da un paese che è passato dalla padella alla brace, risorgendo dalle ceneri come l’araba fenice. “Yacimientos Petroliferos Fiscales”, meglio nota come Ypf, viene riacquisita dal governo argentino per decreto. Un atto altamente democratico che allontana bruscamente la mano della finanza mondiale dalle risorse argentine. A darne l’annuncio è stata la presidentessa Cristina Kirchner forte dell’adesione di quasi tutto l’emiciclo parlamentare. Duro il contraccolpo subito da Repsol, società controllata dal governo spagnolo e attuale proprietaria della compagnia argentina, che sarà costretta a vendere per aver violato i patti che ne vincolavano la gestione. Nell’azionariato, finanziato dalla Bce attraverso la compartecipazione di Banco Santander, figurano alcuni dei soliti nomi dell’élite finanziaria europea avvezza alla facile speculazione, tra cui spiccano: Banco de Bilbao, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Popolare di Milano, Societe General, Credit Agricole, Eni, Deutsche Bank; insomma, la Banda Bassotti al completo! Ma come spesso accade, anche questa mossa di matrice apparentemente democratica, sembra nascondere non poche ombre.

LIBERISMO ASOCIALE — Innanzitutto occorre precisare che non si tratta di una vera e propria nazionalizzazione. Nei piani del governo argentino si profila infatti il mantenimento della forma societaria quale S.p.A., seppure a totale capitale pubblico. Formula che tuttavia presenta una serie di insidie a scapito della trasparenza e dell’economia nazionale, che poi analizzeremo. Le quote — così si evince da un comunicato del vice-ministro dell’economia Axel Kicillov — saranno ripartite fra Banco de la Naciòn (51%) e regioni nelle quali si trovano i pozzi petroliferi (49%). Il tavolo della trattativa per la cessione delle quote da Repsol a governo argentino sembra però traballare, poiché la somma offerta agli spagnoli è di gran lunga inferiore alle pretese. Tuttavia la società di idrocarburi iberica non è nella condizione di poter dettar legge contro la volontà di un governo che esercita la propria sovranità sul territorio che amministra. Sarà pure una manovra marcatamente antiliberista, ma che riafferma la centralità e l’importanza della politica, di fronte alla quale anche il dio mercato deve arrestare la sua famelica e irrefrenabile corsa.

YPF S.p.A. — Il caso Repsol desta molte preoccupazioni nel settore delle multinazionali che operano nel Mercosur (corrispondente sudamericano dell’Unione Europea: Argentina, Cile, Bolivia, Paraguay, Uruguay, Perù, Brasile e Venezuela) dove holding statunitensi e italiane sono proprietarie del 95% della produzione locale di banane, mangos, ananas, per produrre i succhi di frutta che l’occidente beve e che poi distribuisce con i propri marchi nazionali. Si teme che altri paesi possano seguire l’esempio dell’Argentina e riappropriarsi delle risorse autoctone, provocando un cortocircuito del sistema economico così come lo conosciamo. Ma restiamo coi piedi per terra riprendendo il discorso sulla costituenda S.p.A. argentina a totale capitale pubblico che dovrebbe occuparsi di Ypf. L’ipotesi è che rimanga un ente di diritto privato — società per azioni, appunto —, diretta quindi da un consiglio di amministrazione nominato dalla politica, rischiando così di trasformarsi nell’ennesimo carrozzone parastatale dove infilarci parenti e amici. Tutt’altra faccenda se si trattasse invece di un’azienda statale dove per entrare e far carriera occorrerebbe partecipare a dei concorsi pubblici, e dove gli utili di esercizio rimarrebbero inderogabilmente in house per lo sviluppo. In tal modo si eviterebbe di favorire solo una parte della popolazione argentina (i cosiddetti cacicchi della borghesia emergente peronista, pronti ad agguantare l’affare Ypf) al fine di ripristinare un minimo di decoro democratico.

Fonti:

L’Argentina nazionalizza l’industria petrolifera e butta fuori spagnoli e italiani

Legge sulle caraffe filtranti: un affare per i lobbisti dell’acqua

BROCCHI E CARAFFE – Caraffe filtranti più sicure. Sembra essere questo il tarlo del ministro della salute Renato Balduzzi. Ma non disperiamo, siamo solo passati dal governo dei tecnici a quello dei brocchi. Brocchi che però ogni tanto dovrebbero far revisionare i propri filtri, dato che non riescono più a trattenere aberrazioni e amenità. L’ultima in ordine cronologico tratta l’annoso problema dell’acqua del rubinetto, che ormai anche i sassi sanno essere la più sana in circolazione. Premetto, come si sarà capito, che non sono un sostenitore delle caraffe filtranti, ma in questo caso voglio spendermi per la loro difesa. Questi aggeggi, dotati di un semplice meccanismo a carboni attivi per filtrare l’acqua, in realtà sono pressoché inutili, poiché l’acqua che sgorga dai rubinetti di casa è già pronta al consumo, perfettamente potabile. Ma in un mondo malato, calato in una dimensione consumistica, dove tutto (o quasi) si misura col denaro, la gente ha bisogno di amuleti e talismani per tornare a vedere la realtà per quella che è. Dunque la caraffa genera nella mente degli ingenui e degli sciocchi l’effetto placebo, comunque un valido aiuto per tornare a una sana abitudine: bere l’acqua del rubinetto.

RUBINETTO O BOTTIGLIA – Un po’ meno noto è invece il fatto che esistono due pesi e due misure per valutare la potabilità dell’acqua del rubinetto e di quella in bottiglia. La legge italiana infatti, in deroga alla normativa europea, prevede che l’acqua imbottigliata possa contenere una maggiore quantità di metalli pesanti rispetto a quella dell’acquedotto. In questo modo da una parte si favorisce l’industria dell’acqua minerale che può vendere a caro prezzo un’acqua tendenzialmente più inquinata e di scarso valore, dall’altra si danneggia impunemente la salute di chi la beve. Tra l’altro la differenziazione dei parametri di potabilità costringe l’Italia a pagare una multa salata all’Ue, che più volte ci ha chiesto di rimediare all’errore. Tuttavia in passato le stesse regole valevano per tutti i tipi di acqua e la gente era molto più propensa a bere direttamente dal rubinetto. Solo nel ’92 una scellerata legge, caldeggiata dalle lobby delle bevande, ha consentito di poter imbottigliare l’acqua con una  maggior quantità di inquinanti. Da allora è cominciato un tam tam mediatico atto a dissuadere le persone dal bere l’acqua di casa, convincendole che l’acqua in bottiglia avesse delle fantomatiche proprietà benefiche.

LE LOBBY DELL’ACQUA – La prossima volta che il ministro Balduzzi vuole assurgere a paladino della salute pubblica, sarebbe meglio che qualcuno lo aiutasse a stendere una scaletta di priorità. Certo per partire dalle caraffe filtranti bisogna proprio essere dei tecnici… Pardon, dei brocchi. Tanto per restare in tema qualcuno nel governo dovrebbe prendersi la briga di rivalutare gli oneri di captazione dell’acqua sorgiva; se è vero che l’acqua è di tutti, non possiamo regalarla a quattro industriali con le pezze al culo che cercano un facile profitto forti della loro condizione di monopolio sul mercato. Non c’è niente di liberale in tutto ciò; se vogliono continuare a imbottigliarla prosciugando gli acquedotti delle comunità locali, almeno che la paghino salata! Caro Balduzzi, mi permetto di consigliarle amichevolmente di prodigarsi per cause più serie, come ad esempio l’inquinamento da micro e nanopolveri, oppure quello radioattivo (ripetitori di radio tv e telefoni), oppure ancora leggi più severe per i produttori di cellulari (potenziali detonatori di tumori), una tassa sul cibo spazzatura tanto per provare a risolvere il problema dell’obesità. Sa che c’è caro ministro, e che si ha come la sensazione che anche i provvedimenti di questo governo siano uguali a quelli dei precedenti, tutti a favore di lobby e affaristi dilettanti, che, timorosi della concorrenza, chiedono continuamente assistenza allo stato. Ecco, appunto, proprio quella che manca ai cittadini. Il mercato libero è solo un falso mito del capitalismo che nasce cresce e muore in regimi di assoluto monopolio.

Fonte:

Una legge sulle caraffe filtranti: servono più controlli e garanzie