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Fassino e la Madonna: “Le tangenti del PCI” di ieri e oggi (PD)

Posted maggio 14th, 2014 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata, Delinquenza politica, Lobby e malaffare, Politica

Fassino (Piero, nda), quando si tocca il tema tangenti al PCI, sembra Sant’Ignazio di Loyola davanti al saraceno che mette in dubbio la verginità della Madonna”. Cit. Saverio Vertone, editorialista, risalente al periodo di Tangentopoli

Fonte: Il compagno Q

Boldrini: voce tremante mentre annuncia ghigliottina su Imu-Bankitalia (VIDEO)

Posted febbraio 1st, 2014 by marcomachiavelli and filed in Ingiustizia sociale, Lobby e malaffare, Politica

La presidente della camera stenta a pronunciare con la consueta fermezza la sua deliberazione. “Un abuso” secondo Grillo delle sue prerogative e sul blog del comico parte il sondaggio sull’inedito uso della “ghigliottina” da parte della Boldrini.

Perché la presidente della camera non ostenta la sua irriducibile protervia? Dal suo insediamento siamo abituati ad assistere alle sue inflessibili deliberazioni avvenute, fin ora, entro i limiti del regolamento di Montecitorio. Ieri tuttavia non appena si è manifestato lo spettro della decadenza del cosiddetto decreto Imu-Bankitalia i lavori parlamentari hanno subito un’improvvisa accelerazione. Malgrado molti osservatori politici facciano notare che lo stop anticipato al dibattito parlamentare fosse facilmente prevedibile, l’applicazione della cosiddetta ghigliottina sembra comunque non trovare precedenti nella storia della Camera. Il Movimento 5 Stelle col chiaro intento di far scadere i termini di conversione dell’Imu-Bankitalia aveva programmato una serie d’interventi, previsti dal regolamento, per raggiungere il suo scopo. Né più né meno del compito di una strenua opposizione; ma con un colpo di mano la Boldrini li ha fermati, attuando ciò che nessun suo predecessore aveva mai osato fare. La ghigliottina, contemplata al senato, non esiste nel regolamento della Camera.

Ciò non è bastato a fermare la presidente che come si evince dal filmato annuncia il blocco degli interventi dei 5 Stelle con voce tremula. Trattasi forse di stanchezza? Improbabile vista la fretta con cui parla, piuttosto traspare un tono di chi debba eseguire un ordine mal digerito, col timore di tradire il proprio elettorato. La Boldrini infatti appartiene a Sinistra Ecologia e Libertà, l’ultimo partito di sinistra radicale rimasto in parlamento. Una contraddizione allora da parte della presidente favorire, abusivamente secondo Beppe Grillo, la conversione di un decreto che stacca un assegno di 7,5 miliardi alle banche in un momento dove la povertà investe una fetta sempre più grande di popolazione. Il caos nel quale è stato indetto il voto ha dell’incredibile, guardare per credere, ma la fretta con cui la Boldrini dopo l’approvazione lascia il banco di presidenza supera anche il tremore della voce avuto in precedenza. Intanto sul blog di Beppe Grillo si è aperto un sondaggio sulle possibili soluzioni che la presidente della camera dovrebbe adottare per rimediare all’uso della ghigliottina. Inutile dire che le ipotesi proposte sono poco lusinghiere.

Video: DL Bankitalia: la Boldrini fa ricorso alla tagliola e scatena la protesta del M5S

“Fuori l’elenco dei mutui del Pd con Mps”, l’appello dalla rete

È quanto chiede Claudio Messora dalle pagine del suo blog Byoblu.com. L’appello è stato anche rilanciato dallo stesso Messora durante la trasmissione televisiva L’Ultima Parola (VIDEO).

Ci sono stati due chiari avvertimenti che hanno segnato la storia del ménage à trois Monte Paschi-Pd-Pdl. Il primo è stato quello di Pier Luigi Bersani quando poche settimane fa disse riferendosi ai Berluscones: “Se ci attaccano li sbraniamo”. Alla boutade si agganciò subito Beppe Grillo replicando dai palchi del suo tour elettorale: “Gargamella – Bersani, nda –, con cosa vorresti sbranare? Ti sono rimaste solo le gengive“. Il messaggio implicito del segretario del Partito Democratico era inequivocabile: se voi del Pdl ci attaccate, innescate una guerra senza quartiere dove cadremo entrambi visto il coinvolgimento del vostro coordinatore nazionale Denis Verdini nell’inchiesta su Monte Paschi.

Il secondo monito proviene da Giorgio Napolitano che esorta stampa e magistratura a non diffondere notizie destabilizzanti per il sistema bancario italiano. A godere di questa cappa di silenzio ci sarebbe un ammucchiata di interessi: dagli organi di vigilanza (Consob e Bankitalia), poco solerti nell’intervenire, ai due partiti che con l’istituto senese andavano a nozze, Pd e Pdl. Ora l’appello alla trasparenza, forse l’unico di buon senso, lanciato dal blogger Claudio Messora ai vertici del Partito Democratico: “Se il Pd vuole almeno provare ad avere titolo per rivendicare un po’ di credibilità, deve fornire l’elenco di tutti i mutui a tasso agevolato, di tutti i finanziamenti e i prestiti in sofferenza ottenuti da nominati, dirigenti ed eletti, unitamente all’elenco di tutte le contribuzioni di nominati e dirigenti del Monte dei Paschi di Siena, insieme alle donazioni degli stessi, spontanee o meno. In fondo, tutto questo ci è costato 4 miliardi di euro almeno: abbiamo il diritto di sapere e il diritto di mandarli tutti a casa”.

Video:

Caro PD, fuori tutti i nomi di chi ha preso mutui agevolati da Monte dei Paschi

Monte dei Paschi: Pd nell’imbarazzo, ma risparmiato da Berlusconi

Posted gennaio 31st, 2013 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Lobby e malaffare, Politica

La dirigenza del Pd afferma di non avere responsabilità sullo scandalo di Monte Paschi. Il Pdl decide di non infierire, sebbene potrebbe assestare il colpo del KO sul ring della campagna elettorale. Quale arcano si nasconde dietro a questo omertoso armistizio?

Ogni giorno emergono nuovi filoni d’inchiesta alla procura senese, già impegnata sul fronte dell’acquisizione di Banca Antonveneta da parte di Mps. L’ipotesi dei magistrati verte su un filo rosso che legherebbe tutte le operazioni illecite all’unico reato di associazione a delinquere. Indagata la dirigenza che ha favorito l’acquisto di Banca Antonveneta dall’istituto di credito spagnolo Santander: al patibolo finisce in testa a tutti Giuseppe Mussari. L’ex presidente di Mps è destinato a essere immolato come capro espiatorio da chi conosceva il circuito di latrocini della banca. Le inchieste della magistratura accetteranno eventuali responsabilità penali, ma non certo quelle sul piano politico.

E qui la nota dolente si apre con le parole di Bersani rivolte recentemente al centrodestra: “Se ci attaccano – sullo scandalo Mps, nda – li sbraniamo”. Il Pdl sembra aver recepito il messaggio dal sapore marcatamente intimidatorio e si adegua cucendosi la bocca. D’altra parte Berlusconi nutre un sodalizio decennale con Monte Paschi, risalente addirittura ai primi anni ’80 quando cercava finanziatori per costruire Milano 2. Secondo un’inchiesta del sindacato ispettivo della banca datata 9 ottobre 1981, il Cavaliere godeva di particolari privilegi all’interno dell’istituto, non concessi ai normali clienti. Insomma, tra Pd e Pdl sembra implicito l’accordo “se cado io, cadi anche tu”: la campagna elettorale di entrambi può così continuare senza grandi turbolenze.

Francia, stop esodo dei ricchi: bocciata la tassa sui megaredditi

Bocciata la legge, ma non il principio. La Consulta francese blocca la tassa sui redditi milionari perché iniqua, ora il governo dovrà modificarla se vuole proseguire la sua battaglia sociale.

L’aliquota del 75% applicata sui redditi che sforano il milione di euro all’anno, ha da subito sollevato polemiche dopo che ha trovato applicazione nella finanziaria del 2013. Mostri sacri della finanza e del cinema, uno su tutti Gérard Depardieu, hanno gridato alla scandalo e trasferito residenza e guadagni in lidi fiscali più accoglienti. Una fuga che lor signori si possono permettere a differenza della quasi totalità dei loro concittadini francesi, fedeli, volenti o nolenti, a uno stato che li stringe nella morsa fiscale più dura degli ultimi tempi. La misura definita nella legge di bilancio “eccezionale” e della durata di soli due anni avrebbe prodotto, secondo alcuni osservatori, un modico gettito di 210 milioni di euro all’anno. Cifra assai scarsa, scrive sabato scorso il Financial Times, per raggiungere quei 20 miliardi dichiarati da Hollande che servono ad abbattere il deficit dello Stato. Un introito basso, certo, per l’erario francese, indice tuttavia di una debole propensione della classe (super)ricca ad aiutare un paese in crisi, indotto come l’Italia dall’Europa a tagliare la spesa sociale per risanare i conti pubblici.

Molti dirigenti dell’alta finanza hanno di fatto anticipato la mossa del governo migrando nelle vicine Londra e Bruxelles, quando ancora Hollande imperversava in campagna elettorale contro i grandi patrimoni. Fra i detrattori c’è chi dice addirittura che la legge ha il sapore di una confisca e che l’aliquota del 75% è destinata a perdurare anche oltre i due anni prescritti (*). Del resto l’opinione pubblica se n’è fatta una ragione, e in un sondaggio di settembre (**) si è detta favorevole alla norma tanto indigesta per la finanza. Il motivo è semplice: di fronte a un impoverimento generale il maggiore sforzo dev’essere sostenuto dai più abbienti, che tuttavia hanno scelto la più comoda e codarda – ma i francesi non erano patriottici?! – via della fuga. Ora, però, la sentenza del Conseil constitutionnel, equivalente della nostra Corte costituzionale, ha bocciato l’introduzione della tassa asserendo che non può essere applicata al reddito personale, ma a quello del nucleo famigliare. La palla passa dunque al governo, chiamato ad apporre le necessarie modifiche per varare una norma che, prima in Europa, va a colpire i veri detentori del potere.

* Fonte: “Buyout experts join Paris fight”, Financial Times del 29/12/2012

** Fonte: Il Fatto Quotidiano

Vendola: “Con me all’Ilva fumi regolari”, ma il gip lo smaschera

Vendola raggiunto dall’ennesima tegola si barrica dietro una difesa d’ufficio: “Non ho fatto alcuna pressione per favorire l’Ilva”. Ma le responsabilità politiche emerse dal decreto del gip non si lavano con un colpo di spugna.

Premesso che il gip di Taranto, Patrizia Todisco, non ha ravvisato illeciti nel comportamento di Vendola, resta un nodo da sciogliere. Sono mesi che il caro governatore pugliese va blaterando dei suoi presunti ed eccezionali meriti – guarda il video – sulla gestione dei rapporti con l’Ilva. Guarda caso proprio da quando l’acciaieria del patron Riva era in odor di sequestro, e i personaggi – non direttamente coinvolti nell’inchiesta – che vi gravitavano attorno cercavano di defilarsi. Secondo Vendola durante il suo mandato non solo l’Ilva ha diminuito le emissioni nocive, ma ha pure adeguato gli impianti a norme ambientali più severe abbassando i livelli generali d’inquinamento. Peccato dottor Vendola che tarantini e pugliesi non se ne siano minimamente accorti, stretti nella morsa del ricatto occupazionale su quale lei ha giocato non poco. “Il lavoro non si tocca” è sempre stato il motto della politica collusa coll’imprenditoria sporca di Riva. Il quale ha dormito sonni tranquilli per lunghi anni, fino a quando il cancro di Taranto non ha bussato alle porte della magistratura.

Le indagini parlano di un’insorgenza tumorale di gran lunga sopra la media regionale e nazionale, e quantificano persino un numero di vittime certo direttamente imputabile ai miasmi dell’acciaieria. Purtroppo il presidente pugliese non è riuscito a dare un segno di discontinuità con le politiche conniventi del passato, come dimostrano le affermazioni del gip Todisco nell’ordinanza d’arresto dei vertici Ilva. Nel documento si legge infatti che Vendola avrebbe esercitato “pressioni” per “far fuori” il direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, autore di una relazione allarmante sulla tossicità dello stabilimento. Entrambi gli interessati si sono affrettati a smentire la ricostruzione dell’ordinanza (*), ma si sa quanto sia facile concordare versioni di comodo specialmente se non si è imputati. Tuttavia i riscontri del gip si basano su una serie di intercettazioni – clicca qui per leggerle – ritenute attendibili che inchiodano Vendola alle sue responsabilità. Delle due l’una: o mente il governatore pugliese o il gip Patrizia Todisco… Suggerimenti?

* Fonte: Il Fatto Quotidiano, 27 nov. 2012

Rigassificatore di Trieste: comune dice no, ma viene approvato

Cortocircuito democratico a Trieste: comune e provincia dicono no alla costruzione di un rigassificatore, così la regione se lo approva da sé. Ecco spiegato nell’articolo come si bypassa, a norma di legge (!), la volontà popolare.

A Trieste in questi giorni è esploso un caso che travalica i confini del capoluogo friulano. La costruzione in città di un’opera ad alto impatto ambientale, come un rigassificatore, dovrebbe essere sottoposta al vaglio degli abitanti del medesimo ambito territoriale (comune, provincia). Come è recentemente successo in Val d’Aosta, dove – grazie allo statuto speciale di cui è dotata – è stato possibile indire un referendum propositivo regionale per decidere se costruire o meno un inceneritore di rifiuti – chiamato ingannevolmente dai promotori piro-gassificatore disattendendo le direttive europee, che identificano detti impianti esclusivamente col termine “inceneritore”. Ma a Trieste le cose sono andate diversamente, e a prendersi in carico la decisione di costruire è stata solo la regione. In realtà l’iter di approvazione dell’opera ha inizialmente seguito le canoniche tappe procedurali, salvo poi incagliarsi. Quando cioè la regione ha chiesto le necessarie autorizzazioni a comune e provincia ha ricevuto un bel due di picche. Ed è qui che una legge beffarda – la 241 del 1990 e s.m.i. – è intervenuta a salvare l’ecomostro e gli interessi che nasconde.

Se prima questa legge era fondata su precetti di buon senso, dopo la sua riforma – art. 49 del Decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 – si è trasformata in pretesto per bypassare le più elementari regole democratiche di governo del territorio. In particolare laddove recita che si conferisce potere “decisorio” a un ente, qualora questo abbia ottenuto la diffida a procedere da parte di altre amministrazioni pubbliche. Applicato al caso in esame significa che la regione Friuli Venezia Giulia, stante il diniego del comune e della provincia di Trieste, ha imbastito un tavolo di tecnici che deliberasse in prima persona (*). Questi sotto pressione della giunta hanno approvato all’unanimità il progetto, scaricando di responsabilità i politici regionali ben consci del fatto che l’opera non nutre il favore della popolazione. Insomma un lavarsi le mani in piena regola ad opera di una classe politica friulana che non vuole scontentare nessuno. Né le lobby che concorreranno alla costruzione del rigassificatore, né i cittadini; ma questi ultimi, si sa, covano già un profondo malumore.

* Chiamasi istituto della Conferenza dei servizi, disposto dalla suddetta modifica alla legge 241/90.

Finmeccanica: omertà di Monti su indagati, fra cui Orsi e Scajola

Posted ottobre 25th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Giustizia, Lobby e malaffare, Sprechi di Stato

Un giro di affari che si dipana intorno al gruppo Finmeccanica. Vari i filoni d’inchiesta che coinvolgono personaggi illustri come l’ex ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola e l’ad di Finmeccanica Orsi.

Nel labirinto di inchieste che gravitano intorno a Finmeccanica e alle sue controllate c’è un filo di Arianna che occorre seguire, ed è rappresentato dalle presunte tangenti che i mediatori internazionali ritagliavano un po’ per sé e un po’ per altri soggetti. Sul versante velivoli, ad esempio, al mediatore Guido Ralph Haschke sarebbe stato concesso, secondo alcune deposizioni, un compenso gonfiato. Haschke, che ha facilitato la vendita di 12 elicotteri al governo indiano, avrebbe poi dovuto girare una parte del suo corrispettivo all’amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi. Le deposizioni di un’altro indagato illustre – Lorenzo Borgogni, ex direttore centrale di Finmeccanica – ci raccontano inoltre che la cresta sull’affare indiano sarebbe dovuta finire nelle tasche di Comunione e Liberazione e della Lega Nord. Quest’ultima avrebbe preteso la somma quale riconoscimento per aver fatto eleggere Orsi a capo dell’azienda precedentemente guidata da Piero Guarguaglini. La nota comica riguarda il “povero” Haschke che, durante la perquisizione degli agenti in casa sua, venne colpito da un improvviso e sospetto malore che lo bloccò a lungo sul letto.

Appena rinvenuto gli investigatori trovarono sotto il suo giaciglio alcuni documenti compromettenti, cui il mediatore italoamericano aveva condotto inconsciamente. Fresca Fresca è invece la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex ministro dello sviluppo economico (governo Berlusconi ter) Claudio Scajola, l’accusa è di corruzione internazionale. Scajola, secondo la procura di Napoli, sarebbe coinvolto nella vicenda di una supposta tangente versata al governo brasiliano per una commessa di fregate a Fincantieri (gruppo Finmeccanica). Insomma, le dichirazioni rilasciate da teste e indagati sono ancora tutte da verificare, ma il quadro che ne emerge è davvero sconcertante. Non foss’altro per le intercettazioni pubblicate che, nel caso tragicomico di Haschke, rivelano un’inquieta preoccupazione nel voler nascondere i contratti dell’affare indiano degli elicotteri. Intanto il governo nicchia, e a chi chiede – come gli inviati del Fatto Quotidiano – al premier Monti se l’attuale ad di Finmeccanica gode ancora della sua fiducia, lui preferisce non rispondere. Certo che dopo la rimozione di Guarguaglini per via dei soliti problemi giudiziari, il governo non si è certo ravveduto.

Costi politica, la truffa del millennio: SpA a capitale pubblico

Una prassi medievale: i nominati nelle società a capitale pubblico-privato evocano tempi bui, dove il re eleggeva i suoi fidi ministri.

Non rientra nelle statistiche dei giornali della Confindustria, né in quelli controllati dalle altre lobby politico-finanziarie. Si chiama furto di Stato, ed è stato perpetrato a mani giunte da tutti i partiti. È quello che quotidianamente viene erroneamente scambiato per un processo democratico di nomina: in Rai, ad esempio, i consigliere d’amministrazione sono scelti direttamente dai partiti. Ognuno incarica un proprio generale che tutela gli interessi della lobby di riferimento. Una lottizzazione bella e buona, non registrata a bilancio come costo della politica ed esclusa da ogni calcolo di revisione della spesa. Sono i veri ministri del potere, drammatico retaggio del passato che ci riporta al tempo delle baronie. Tronchetti Provera, Guarguaglini, Orsi, Moretti, Scaroni, hanno guidato aziende lottizzate, trasformate dal parlamento in stipendifici per i trombati alle elezioni. Le chiamano con un ossimoro: S.p.A. pubbliche, ma di pubblico non hanno nulla se non tutto o parte del capitale sociale. In realtà le S.p.A. sono enti di diritto privato, e in quanto tali si comportano come una qualsiasi impresa commerciale.

L’aspetto più interessante che differenzia un’azienda pubblica da una privata con capitale pubblico è quello, appunto, della nomina. Nella azienda pubblica (lo dice il nome) l’affidamento degli incarichi è subordinato al bando di un concorso pubblico, nonché al possedimento di determinati requisiti. Nessuna discriminazione vieta, a chiunque disponga dei requisiti, di parteciparvi: questa dinamica rappresenta un filtro di selezione dei migliori, o, se volete, un ostacolo per la lottizzazione. Anche se un lobbista cercasse di infiltrarsi dovrebbe comunque misurarsi con gli altri concorrenti. Certo esistono i concorsi truccati, ma per quelli ci si rivolge al Tar. Al contrario in una S.p.A. non esiste questa prassi, che lascia spazio ai potenti trust e alla loro influenza sulle nomine. Solo che questi soggetti gestiscono beni comuni e servizi sociali che non dovrebbero avere rilevanza economica, come è stato ribadito dal referendum sull’acqua pubblica lo scorso anno. Solo che, affidiamo in questo modo un monopolio, prima appannaggio escusivo dello Stato, a un privato. Che aspettarsi di più, che si inventino “Sanità S.p.A.” per vendere gli ospedali più periferici, e quindi “meno redditizi”, a qualche sceicco degli Emirati Arabi?!

Zanotelli: fermare la guerra “ritirando soldi da Unicredit” VIDEO

Ieri la manifestazione contro la vendita a Israele di caccia bombardieri. Sul palco padre Zanotelli da consigli pratici su come boicottare la guerra.

Un prete incazzato è raro vederlo, e di solito quando succede tremano anche i santi in paradiso. Ieri padre Zanotelli, di fronte ai cancelli dell’Alenia Aermacchi (una controllata Finmeccanica in provincia di Varese), ha snocciolato un rosario di cifre e dati che scomodano i signori della guerra e i loro complici. A partire dalla sua amata Chiesa, alla quale intima di ritirare i cappellani militari e di condannare pubblicamente i governi belligeranti. Cita le fonti delle sue informazioni quando parla dei 1.740 miliardi di dollari – quasi l’intero ammontare del debito pubblico italiano – spesi lo scorso anno a livello mondiale per finanziare le guerre, e non trascura il prezioso sostegno offerto dalle banche. In particolare sottolinea come l’operazione della vendita degli M346 (aerei per l’addestramento militare) sia stata foraggiata da Unicredit, con un prestito di circa 600 miliardi. Legge, quindi, uno scritto di Don Milani che esorta alla dissidenza pacifica e, sull’onda emotiva che ne scaturisce, afferma che l’unico modo per boicottare la guerra è prosciugare le sue risorse economiche. Per farlo, aggiunge, si potrebbe ad esempio ritirare i soldi da Unicredit, perché la guerra è un banchetto dove a sedersi a tavola sono in molti.

Ci sono le banche, l’industria bellica (coacervo d’interessi finanziari) e i partiti. Non manca il convitato di pietra rappresentato dall’alta finanza, che fa il suo ingresso in scena attraverso molteplici maschere: banche e fondi, privati o consorziati. Di recente, come noto, la Bce ha prestato ingenti somme a istituti di mezza Europa perché vicini al default, tra questi c’é Unicredit. I partiti, invece, meritano un capitolo a parte: in questo enorme giro di denaro non raccolgono che un misero cascame. Ma Zanotelli incalza, asserendo di essere stato “defenestrato” dalla direzione del mensile Nigrizia quando cominciò a parlare delle tangenti dei partiti sulla vendita delle armi. E anche in questo caso il buon missionario colpisce nel segno: sono infatti sotto la lente della procura di Busto Arsizio alcune fatturazioni gonfiate dell’AgustaWestland – sempre gruppo Finmeccanica, settore elicotteri civili e militari, sita anch’essa nel varesotto – servite presumibilmente come tangente versata a esponenti della Lega Nord. Inoltre la modesta azienda areonautica Aermacchi è passata alle cronache per un fatto insolito: nonostante fosse stata assorbita dalla più potente omologa Alenia, si è riservata di spostare la sede legale della compagnia da Pomigliano (Na) al piccolo paesino lombardo di Venegono Inferiore. Per alcuni è stato un regalo al partito di Bossi, per altri solo un’improbabile coincidenza.

Video:

Manifestazione contro le armi sabato 13 ottobre Venegono/ Intervento Alex Zanotelli

Salviamo la Sicilia dal venditore di Mediaset G. Micciché (VIDEO)

Posted ottobre 11th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Lobby e malaffare

Secondo l’ex manager di Publitalia, la politica si fa col marketing. Micciché si candida alla regione Sicilia puntando sulle proprie qualità di venditore consumato.

La Sicilia è da sempre l’ago della bilancia delle elezioni politiche italiane. Illustri personaggi come Andreotti, Dell’Utri e Berlusconi devono il loro successo alle orde di voti orientati da questa o quella promessa: una casa, un lavoro, un appalto. La regione ha avuto negli ultimi tempi governi conniventi con mafia e malaffare, scioltisi anticipatamente per via di interventi esterni (es. magistratura, commissariamento). Dire che la Sicilia è in mano alla mafia, che scambia pacchetti di voti con favori concessi dai governanti, non è sbagliato, è riduttivo. La mafia pervade tutta la penisola, anche se in questo momento deve cedere lo scettro a organizzazioni attualmente più potenti come ‘ndrangheta e camorra. Le imminenti elezioni rappresentano un bel banco di prova per i siciliani, che dovranno scegliere se dare continuità o meno alla vecchia classe dirigente. Purtroppo però ecco rispuntare vecchie glorie della politica insulare che, tra il lusco e il brusco, si candidano come alternative al vecchio regime, di cui tuttavia hanno fatto parte e condiviso le scelte.

Uno di questi è il signor Gianfranco Micciché, rampante esponente di Forza Italia, Pdl, e ora leader del partito Grande Sud. C’è una frase, da lui pronunciata, che descrive un tratto drammatico della sua persona ed è questa: “Falcone-Borsellino, che immagine negativa trasmettiamo subito col nome dell’aeroporto (di Palermo, nda)”. Nomi evidentemente urticanti per un baldo esponente dell’alta borghesia Palermitana, adusa a mercanteggiare con la criminalità organizzata. Borghesia di cui fa parte anche Marcello Dell’Utri, che ha introdotto l’amico di buon salotto Micciché negli ambienti Fininvest. Ed è proprio lì che Micciché ha avuto la folgorazione che gli ha cambiato la vita: lo spiega nel filmato, qui riportato in calce, conversando amabilmente delle sue esperienze come manager della compagnia di Berlusconi. Nel suo racconto colpisce la perversa visione politica di quest’uomo: paragona infatti gli elettori a dei clienti di un’azienda, a cui spiegare le meraviglie di un prodotto per convincerli a comprarlo. Forse ha confuso la politica con la vendita degli aspirapolveri… Poverino, dopotutto non sarebbe il primo!

Video:

http://www.youtube.com/watch?v=r2LXCLe0vvI

Ddl-anticorruzione: sì del Pdl ma con emendamenti salvaBerlusconi

Sprazzi di sobrietà nel governo, subito disinnescati però dai diktat di Berlusconi. Alla presentazione del ddl anticorruzione, ecco in arrivo i primi emendamenti ad personam che depotenziano la riforma in gestazione.

Un’altra occasione persa da Monti per giustificare la sua presenza a Palazzo Chigi. L’ennesima, se consideriamo i tentativi falliti di contrasto alle caste di privilegiati e fuorilegge che ammorbano l’economia italiana: l’Imu/Ici alla Chiesa e alle fondazioni bancarie e accademiche (Bocconi!), patrimoniale (solo minacciata), riscossione crediti dovuti dalle concessionarie dei giochi di Stato, negoziazione con la Svizzera per tassare i capitali evasi al fisco italiano, abolizione delle provincie, etc. Ci era stato raccontato dai corifei dei media che il nuovo esecutivo si sarebbe insediato al solo fine di attuare un equo piano di rientro economico. L’Europa avrebbe fatto da faro, indicandoci la via per intraprendere un percorso di risanamento. Eppure il governo stenta a seguire gli imput dell’Unione, specialmente in tema di giustizia. In settimana è giunta in aula la bozza del disegno di legge anticorruzione, presentata dal ministro della Giustizia Paola Severino; la proposta prevede l’introduzione di nuovi reati che attualmente sfuggono alla macchina della giustizia italiana, in special modo quelli in cui la merce di scambio nella corruzione non è rappresentata esclusivamente dai soldi.

Si parla quindi di favoritismi – in tutte le loro declinazioni, dall’assunzione di parenti e amici nelle aziende statali e parastatali, all’assegnazione di commesse pubbliche, finanche alla promessa di cariche pubbliche (es. parlamentare) o all’interno delle suddette aziende – e di un traffico, definito dalla convenzione di Strasburgo sulla corruzione (datata 1999), di “influenze”. Questa in particolare è stata la molla che, durante la discussione in aula, ha suscitato una levata di scudi fra i banchi del Pdl. Il partito di Berlusconi ha osteggiato – con l’acquiescenza di gran parte dell’emiciclo – il ddl, riservandosi di emendarlo su alcuni punti molto cari all’ex premier: 1) modifica della norma sulla concussione che pende nel processo Ruby sulla testa del Cavaliere; 2) riduzione della pena per abuso d’ufficio a un massimo di tre anni (periodo commutabile in pene alternative), rispetto ai quattro della legge in vigore. Per di più non c’è traccia nella bozza di un’inasprimento della pena per il falso in bilancio, reato foriero di corruzione e altri illeciti, derubricato da una manovra bipartisan (anno 2001) e consensualmente taciuto nel dibattito odierno sul ddl in questione.

Insomma siamo di fronte all’ennesimo piagnisteo del sultano di Arcore, che applica ancora il proprio veto sulle leggi da approvare. E i tecnici che fanno? Si adeguano naturalmente, riformulando la proposta sulla base dei desiderata del leader del Pdl. Con ricadute nefaste su tutte le vittime della concussione, per la quale saranno puniti meno criminali. I termini dell’emendamento, firmato dai deputati Compagna e Gallone (Pdl), confinano infatti il reato di concussione in un recinto più stretto, dentro il quale sarà più difficile includere chi consuma tale tipo di delitto. Poco importa se all’interno di questa manfrina da basso impero si perdono per strada pezzi importanti della convenzione di Strasburgo – ratificata, peraltro, a livello nazionale solo 13 anni dopo la sua promulgazione in Europa –, come ad esempio l’introduzione nel nostro ordinamento dei reati di corruzione fra privati e auto-riciclaggio. Se il parlamento, assoggettato agli umori infantili dell’ex primo ministro, non vuole allinearsi agli standard europei sull’anticorruzione, il governo tecnico potrebbe irreprensibilmente denunciare le incresciose richieste di Berlusconi, e consegnare finalmente al paese l’immagine di un parlamento ormai specializzato solo nel cucire in un lampo leggi su misura dei potenti. Ma la linea connivente dell’esecutivo sembra ormai già tracciata.