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MUOS: no ad antenna Usa su suolo italiano grazie al M5S siciliano

Si chiama Muos il sistema di comunicazione satellitare ad uso e consumo dell’esercito americano. Una delle potenti antenne stava per essere installata a Niscemi (RG), ma il Movimento 5 Stelle è riuscito a far revocare le autorizzazioni per la costruzione dell’opera.

PALERMO – Giorni di assidua opposizione all’Assemblea Regionale Siciliana hanno fruttato al Movimento 5 Stelle una vittoria storica. Storica non per il M5S bensì per tutto il popolo italiano. Perché? Procediamo con ordine. Il sistema satellitare ad altissima frequenza, denominato Muos, era un’opera la cui realizzazione era data per certa. Così almeno secondo quanto deliberato dalle precedenti Assemblee Regionali Siciliane. I lavori sono proceduti, e procedono – ohibò! –, fino ad oggi, nonostante la delibera per revocare le autorizzazioni giaccia dal 7 febbraio sul tavolo dell’assessore al Territorio Maria Lo Bello. Nel giro di pochi giorni, tuttavia, la misura dovrà essere applicata e, quello che il M5S aveva promesso in campagna elettorale, realizzarsi: fermare i lavori del Muos.

Non un percorso facile quello dei 15 deputati regionali del movimento di Beppe Grillo, capitanati per l’occasione da Giampiero Trizzino, presidente della IV Commissione dell’Ars (Territorio e Ambiente). Prima di ottenere la delibera dalla giunta hanno infatti lottato strenuamente per sensibilizzare al tema la maggioranza dei consiglieri. Come? Facendo mancare il numero legale per l’approvazione del Documento di Programmazione Economica, indispensabile per il proseguimento della legislatura regionale. Non solo, il M5S ha portato in trasferta a Niscemi (sede d’installazione delle parabole Usa) i lavori della commissione Ambiente, e, come se non bastasse, ha convinto Palazzo dei Normanni a votare una mozione volta a bloccare le opere statunitensi sul suolo siciliano. Insomma, finalmente una forza politica è riuscita a contrastare concretamente, dopo anni di sudditanza alle mire espansionistiche di Washington, la legge che ci vuole sempre supini alle richieste degli americani.

Video:

Giampiero Trizzino Mostra la “Delibera di Giunta del Governo Regionale”

Perché votare Movimento 5 Stelle (Marco Travaglio)

Ilva, sequestro o non sequestro? Ecco il punto della situazione

Un dilemma apparentemente burocratico che coinvolge governo e procura, ma che in realtà riguarda la salute dei cittadini e lo sviluppo industriale del Paese.

L’informazione si sta arrovellando sul problema del sequestro dell’Ilva da una strana prospettiva. C’è chi lo definisce uno scontro tra procura e governo: la prima sequestra, il secondo dissequestra. La prima dice che bisogna anzitutto tutelare la salute dei cittadini (leggi qui le agghiaccianti parole dell’ordinanza di sequestro), appellandosi alla Costituzione, il secondo vuole preservare salute e lavoro. La procura applica la legge, la politica cerca di soddisfare sommariamente le richieste della procura con un decreto lampo. Ma per riaprire, afferma il gip Patrizia Todisco, occorre adempiere a una serie di prescrizioni stilate da esperti, per le quali sono previsti tempi lunghi. Il governo, tuttavia, non demorde e cerca di modificare il dispositivo del giudice per consentire la riapertura. È a questo punto che la procura tarantina si vedrebbe costretta dalla legge a sollevare un conflitto di attribuzione. Un atto dovuto dato che la politica, col decreto lampo, ha cercato di oltrepassare i limiti che la Costituzione le impone; recependo solo in parte le citate prescrizioni, tale provvedimento tenderebbe a sostituirsi alle emanazioni della giustizia, prevaricando la funzione della procura il cui verdetto è chiaro: non si lavora se non in sicurezza.

Al governo, in questo frangente, è stato affidato il lavoro sporco. L’Ilva per l’attuale esecutivo – per quanto in carica ancora non si sa – rappresenta una leva per ottenere consenso parlamentare. Mi spiego, il patron dell’acciaieria, Emilo Riva, ha finanziato – e forse finanzia – diverse formazioni politiche di destra e di sinistra; tra il 2006 e il 2007 ha spiccato assegni a Forza Italia per 245.000 euro e alla persona di Bersani per 98.000 euro. Nulla da eccepire a livello legale, le somme sono state regolarmente registrate in Parlamento, ma la generosità di Riva non ha proprio un fine meramente patriottico. Perciò, quando il ministro Clini firma un decreto che accontenta gli animi dell’imprenditore d’acciaio, sta più o meno scientemente sottoscrivendo un armistizio con i partiti, che daranno più volentieri fiducia al governo se l’Ilva rimane aperta. Ovviamente questo tipo di tacito accordo soffre della precarietà del motto latino “verba volant”, perciò, qualora si rompessero gli equilibri su cui poggia, ciascuna delle parti potrebbe infrangere il patto. E infatti Berlusconi in questi giorni ha sfiduciato – sempre e solo a parole – Monti e il suo governo. Ora non resta che aspettare le mosse della procura di Taranto pronta a rivolgersi alla Consulta in caso di dissequestro.

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Vendola raggiunto dall’ennesima tegola si barrica dietro una difesa d’ufficio: “Non ho fatto alcuna pressione per favorire l’Ilva”. Ma le responsabilità politiche emerse dal decreto del gip non si lavano con un colpo di spugna.

Premesso che il gip di Taranto, Patrizia Todisco, non ha ravvisato illeciti nel comportamento di Vendola, resta un nodo da sciogliere. Sono mesi che il caro governatore pugliese va blaterando dei suoi presunti ed eccezionali meriti – guarda il video – sulla gestione dei rapporti con l’Ilva. Guarda caso proprio da quando l’acciaieria del patron Riva era in odor di sequestro, e i personaggi – non direttamente coinvolti nell’inchiesta – che vi gravitavano attorno cercavano di defilarsi. Secondo Vendola durante il suo mandato non solo l’Ilva ha diminuito le emissioni nocive, ma ha pure adeguato gli impianti a norme ambientali più severe abbassando i livelli generali d’inquinamento. Peccato dottor Vendola che tarantini e pugliesi non se ne siano minimamente accorti, stretti nella morsa del ricatto occupazionale su quale lei ha giocato non poco. “Il lavoro non si tocca” è sempre stato il motto della politica collusa coll’imprenditoria sporca di Riva. Il quale ha dormito sonni tranquilli per lunghi anni, fino a quando il cancro di Taranto non ha bussato alle porte della magistratura.

Le indagini parlano di un’insorgenza tumorale di gran lunga sopra la media regionale e nazionale, e quantificano persino un numero di vittime certo direttamente imputabile ai miasmi dell’acciaieria. Purtroppo il presidente pugliese non è riuscito a dare un segno di discontinuità con le politiche conniventi del passato, come dimostrano le affermazioni del gip Todisco nell’ordinanza d’arresto dei vertici Ilva. Nel documento si legge infatti che Vendola avrebbe esercitato “pressioni” per “far fuori” il direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, autore di una relazione allarmante sulla tossicità dello stabilimento. Entrambi gli interessati si sono affrettati a smentire la ricostruzione dell’ordinanza (*), ma si sa quanto sia facile concordare versioni di comodo specialmente se non si è imputati. Tuttavia i riscontri del gip si basano su una serie di intercettazioni – clicca qui per leggerle – ritenute attendibili che inchiodano Vendola alle sue responsabilità. Delle due l’una: o mente il governatore pugliese o il gip Patrizia Todisco… Suggerimenti?

* Fonte: Il Fatto Quotidiano, 27 nov. 2012

Rigassificatore di Trieste: comune dice no, ma viene approvato

Cortocircuito democratico a Trieste: comune e provincia dicono no alla costruzione di un rigassificatore, così la regione se lo approva da sé. Ecco spiegato nell’articolo come si bypassa, a norma di legge (!), la volontà popolare.

A Trieste in questi giorni è esploso un caso che travalica i confini del capoluogo friulano. La costruzione in città di un’opera ad alto impatto ambientale, come un rigassificatore, dovrebbe essere sottoposta al vaglio degli abitanti del medesimo ambito territoriale (comune, provincia). Come è recentemente successo in Val d’Aosta, dove – grazie allo statuto speciale di cui è dotata – è stato possibile indire un referendum propositivo regionale per decidere se costruire o meno un inceneritore di rifiuti – chiamato ingannevolmente dai promotori piro-gassificatore disattendendo le direttive europee, che identificano detti impianti esclusivamente col termine “inceneritore”. Ma a Trieste le cose sono andate diversamente, e a prendersi in carico la decisione di costruire è stata solo la regione. In realtà l’iter di approvazione dell’opera ha inizialmente seguito le canoniche tappe procedurali, salvo poi incagliarsi. Quando cioè la regione ha chiesto le necessarie autorizzazioni a comune e provincia ha ricevuto un bel due di picche. Ed è qui che una legge beffarda – la 241 del 1990 e s.m.i. – è intervenuta a salvare l’ecomostro e gli interessi che nasconde.

Se prima questa legge era fondata su precetti di buon senso, dopo la sua riforma – art. 49 del Decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 – si è trasformata in pretesto per bypassare le più elementari regole democratiche di governo del territorio. In particolare laddove recita che si conferisce potere “decisorio” a un ente, qualora questo abbia ottenuto la diffida a procedere da parte di altre amministrazioni pubbliche. Applicato al caso in esame significa che la regione Friuli Venezia Giulia, stante il diniego del comune e della provincia di Trieste, ha imbastito un tavolo di tecnici che deliberasse in prima persona (*). Questi sotto pressione della giunta hanno approvato all’unanimità il progetto, scaricando di responsabilità i politici regionali ben consci del fatto che l’opera non nutre il favore della popolazione. Insomma un lavarsi le mani in piena regola ad opera di una classe politica friulana che non vuole scontentare nessuno. Né le lobby che concorreranno alla costruzione del rigassificatore, né i cittadini; ma questi ultimi, si sa, covano già un profondo malumore.

* Chiamasi istituto della Conferenza dei servizi, disposto dalla suddetta modifica alla legge 241/90.

Ucciso a 5 anni dal fucile del padre, l’appello ai cacciatori

Posted novembre 27th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Ambiente, Cronaca e opinioni, L'industria della morte

L’ultima vittima si chiamava Manuel Belviso, cinque anni. Ucciso da un colpo esploso accidentalmente dal fucile da caccia del padre. L’Associazione Vittime della Caccia lancia un appello-grido di dolore per sensibilizzare le coscienze.

Ogni anno, a fine novembre, si fa un primo bilancio delle vittime della caccia. Un bollettino di guerra che non fa distinzioni di sesso, razza, estrazione sociale ed età. L’ultimo in ordine cronologico è un bambino di soli cinque anni, impallinato da un colpo esploso dal fucile da caccia del padre, partito accidentalmente in circostanze ancora da chiarire. Il tragico episodio ha inevitabilmente suscitato un’ondata d’indignazione convogliatasi nell’appello lanciato dall’Associazione Vittime della Caccia, che invita ogni genitore a tenere i bambini alla larga da questa pratica arcaica. Non solo in senso fisico rinunciando a passeggiare nei pressi delle zone di caccia, ma anche rispetto al culto dell’arte venatoria. Si legge infatti: “Ci rivolgiamo alle madri e alle donne tutte, affinchè preservino i propri bambini da questo ambiente evidentemente causa di morte, dolore e di sopraffazione del forte sul debole. Non è più tempo di indugiare. Lasciate che i bambini giochino a pallone e fate in modo che non si avvicinino alle armi, che sviluppino empatia e compassione per gli animali invece di massacrarli”.

Non è inusuale, per chi ama concedersi passeggiate fra le selve italiane, d’imbattersi in trasgressori delle regole che disciplinano l’attività venatoria; così come nel bracconaggio che, oltre al rischio d’incidenti, danneggia sensibilmente specie faunistiche protette già a rischio estinzione. Udire spari fuori dagli orari stabiliti per legge, ad esempio, sta diventando consuetudine, e i cacciatori, sicuri della loro impunità, perseverano minacciando le altrui incolumità e libertà. L’appello, lanciato ieri sul sito www.vittimedellacaccia.org, si apre con un crudo stillicidio di dati da sgranare come un rosario perché non succeda mai più: “Manuel Belviso il piccolo di 5 anni morto per un colpo accidentale partito dal fucile da caccia del padre è la settima vittima minore di età falcidiata dalle armi da caccia, dal 1 settembre al 24 novembre (4 i bambini morti e 3 i feriti). In questo breve arco temporale, sono 97 le vittime della caccia di cui si ha notizia: 22 morti e 75 feriti di cui 6 morti e 16 feriti tra la gente comune. Ovvero chi non imbracciava alcuna arma e ignaro faceva i fatti propri”.

Leggi l’appello:

CACCIA: UN ALTRO BAMBINO VITTIMA. APPELLO ALLE MADRI

Valle d’Aosta: primo referendum propositivo della storia italiana

Posted novembre 19th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Ambiente, L'industria della morte, Riscatto civile

Grazie al raggiungimento del quorum passa il primo referendum propositivo della storia della nostra Repubblica. In regione la maggioranza dei consiglieri invitava a disertare le urne, ma i valdostani hanno votato ugualmente: scontata la vittoria di chi non vuole l’inceneritore.

La notizia drammatica – o di folklore, se preferite – è che la maggioranza dei consiglieri regionali della Valle d’Aosta invita a disertare lo storico voto di oggi. Esattamente come fece Berlusconi quando nel 2011 cercò di convincere gli italiani a non votare il referendum su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento, per fortuna, non riuscendoci. Ora, nella piccola e felice terra dei dahu si ripete il raggiro, e il vecchio carrozzone partitocratico tenta di osteggiare la libera espressione della società civile con dichiarazioni e manifesti dal sapore antidemocratico e intimidatorio: la vera anti-politica. Antidemocratico perché, come si evince dall’immagine soprastante, politici di destra e sinistra – eccezion fatta per quelli dell’Italia dei Valori – vogliono persuadere al non voto con un messaggio anticostituzionale ed eversivo: la possibilità di votare è sempre accrescitiva dei valori di uguaglianza e libertà, impressi col sangue dei partigiani sulla Costituzione del ’48. Intimidatorio perché Augusto Rolladin – immarcescibile governatore della Valle d’Aosta – esercita un potere d’influenza – o di ricatto, se preferite – su un ampio bacino di votanti: nella piccola regione alpina, infatti, – 128.000 abitanti appena – molti sono coloro che vivono a vario titolo di sussidiarietà pubblica.

A partire dagli agenti forestali – dipendenti regionali – a cui potrebbe venir negato il rinnovo di un contratto precario qualora si recassero alle urne disattendendo le indicazioni calate dall’alto. Intendiamoci, se l’attuale classe politica valdostana fosse veramente convinta dei benefici dell’inceneritore che intende costruire, invoglierebbe i cittadini a sostenerlo col voto anziché indurli a starsene a casa. Obbiettivo conclamato del presidente Rolladin è quello di evitare che si raggiunga il quorum, con buona pace di chi asserisce che l’impianto aumenterà l’insorgenza di tumori. Si tratta di una struttura che costerebbe 220 milioni – non tutti finanziati dalla regione invero – passibili di rincari dovuti ai soliti ritardi burocratico-costruttivi, in un momento in cui gli ospedali – gestiti anch’essi dalla regione – lesinano sui medicinali. La notizia del primo referendum propositivo della storia della nostra Repubblica (*) – clicca qui per leggerne il breve testo – è stata snobbata dalle major della stampa, derubricandola – nelle sparute testate dove è stata accolta – a semplice velina di cronaca. Non c’è traccia, nemmeno sul Fatto Quotidiano – giornale anti-casta per antonomasia –, di una benché minima critica alle dichiarazioni anticostituzionali dei sostenitori dell’inceneritore: una reticenza imperdonabile.

Aggiornamento: alle ore 22 l’affluenza definitiva è stata del 48,92%. Il quorum è stato raggiunto!

* Il primo in realtà a raggiungere il quorum; altri due erano già stati proposti recentemente nella stessa Valle d’Aosta e in Trentino, che in virtù della loro autonomia possono dotarsi di strumenti – come il referendum propositivo – non previsti dalla nostra Costituzione.

Case sfitte: i comuni non le censiscono e ci rubano il territorio

È quanto emerge dai riscontri del Forum Nazionale “Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i Territori”. I comuni interpellati non rispondono o dicono di essere sprovvisti dei dati.

Rotonde, fontane, caseggiati, palazzine, ipermercati, quartieri. Quanto vogliamo sopportare ancora questo furto quotidiano che ci sbattono in faccia sindaci di cartapesta per soddisfare la cupidigia di qualche imprenditore lobbista? In cambio di cosa poi? di insulsi “oneri di urbanizzazione” pagati al comune sottoforma di orribili aiuole con quattro giochi per i bambini. Chi ha voglia ancora di farsi prendere per il culo è libero di continuare a votare le stesse persone, che si guardano bene dal presentare in campagna elettorale promesse sul “Piano di Governo del Territorio”. Il Pgt, infatti, è una promessa segreta che i futuri eletti barattano con i grandi gruppi economici in cambio di voti, consenso, e, perché no, di qualche finanziamento – lecito, s’intenda! – al partito. Questo malaffare, che – per Dio – non riguarda tutte le giunte del Paese (ma quasi!), è contrastato civilmente da comitati territoriali che si oppongono anima e cuore a un consumo “disumano” del suolo. Recentemente unitisi in un forum nazionale – sull’esempio di quelli a tutela dell’acqua pubblica – questi gruppi hanno contattato, tramite Posta Elettronica Certificata, 8.056 comuni italiani per sottoporgli un quesito.

Un lavoro capillare reso possibile dal carattere autoctono degli appartenenti al forum, denominato “Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i Territori”. Tuttavia la risposta degli enti locali è stata sconcertante: il bacino interpellato rappresenta la quasi totalità dei comuni italiani (8.056 su circa 8.100), e solo il 4,6% (370 in valori assoluti) ha fornito un riscontro. L’iniziativa gode dell’infallibilità dello strumento Pec, che equivale a una raccomandata (ma è più immediata), motivo che esclude ogni possibile falla nella ricezione delle missive. Il questionario inviato ai sindaci riguarda il censimento degli immobili sfitti o inutilizzati presenti nel recinto del loro comune, al fine di ottenere una corretta ed esaustiva ricognizione del patrimonio immobiliare italiano inutilizzato. Sul sito del Forum Nazionale è possibile effettuare una ricerca sul proprio comune, per sapere se si è fra quei pochi fortunati cittadini i cui comuni hanno compilato il questionario. La nota tragica è che fra i sindaci che hanno risposto molti non sono stati in grado di compilare il questionario, perché non hanno mai avviato una seria procedura di censimento. Gulp!

Zanotelli: fermare la guerra “ritirando soldi da Unicredit” VIDEO

Ieri la manifestazione contro la vendita a Israele di caccia bombardieri. Sul palco padre Zanotelli da consigli pratici su come boicottare la guerra.

Un prete incazzato è raro vederlo, e di solito quando succede tremano anche i santi in paradiso. Ieri padre Zanotelli, di fronte ai cancelli dell’Alenia Aermacchi (una controllata Finmeccanica in provincia di Varese), ha snocciolato un rosario di cifre e dati che scomodano i signori della guerra e i loro complici. A partire dalla sua amata Chiesa, alla quale intima di ritirare i cappellani militari e di condannare pubblicamente i governi belligeranti. Cita le fonti delle sue informazioni quando parla dei 1.740 miliardi di dollari – quasi l’intero ammontare del debito pubblico italiano – spesi lo scorso anno a livello mondiale per finanziare le guerre, e non trascura il prezioso sostegno offerto dalle banche. In particolare sottolinea come l’operazione della vendita degli M346 (aerei per l’addestramento militare) sia stata foraggiata da Unicredit, con un prestito di circa 600 miliardi. Legge, quindi, uno scritto di Don Milani che esorta alla dissidenza pacifica e, sull’onda emotiva che ne scaturisce, afferma che l’unico modo per boicottare la guerra è prosciugare le sue risorse economiche. Per farlo, aggiunge, si potrebbe ad esempio ritirare i soldi da Unicredit, perché la guerra è un banchetto dove a sedersi a tavola sono in molti.

Ci sono le banche, l’industria bellica (coacervo d’interessi finanziari) e i partiti. Non manca il convitato di pietra rappresentato dall’alta finanza, che fa il suo ingresso in scena attraverso molteplici maschere: banche e fondi, privati o consorziati. Di recente, come noto, la Bce ha prestato ingenti somme a istituti di mezza Europa perché vicini al default, tra questi c’é Unicredit. I partiti, invece, meritano un capitolo a parte: in questo enorme giro di denaro non raccolgono che un misero cascame. Ma Zanotelli incalza, asserendo di essere stato “defenestrato” dalla direzione del mensile Nigrizia quando cominciò a parlare delle tangenti dei partiti sulla vendita delle armi. E anche in questo caso il buon missionario colpisce nel segno: sono infatti sotto la lente della procura di Busto Arsizio alcune fatturazioni gonfiate dell’AgustaWestland – sempre gruppo Finmeccanica, settore elicotteri civili e militari, sita anch’essa nel varesotto – servite presumibilmente come tangente versata a esponenti della Lega Nord. Inoltre la modesta azienda areonautica Aermacchi è passata alle cronache per un fatto insolito: nonostante fosse stata assorbita dalla più potente omologa Alenia, si è riservata di spostare la sede legale della compagnia da Pomigliano (Na) al piccolo paesino lombardo di Venegono Inferiore. Per alcuni è stato un regalo al partito di Bossi, per altri solo un’improbabile coincidenza.

Video:

Manifestazione contro le armi sabato 13 ottobre Venegono/ Intervento Alex Zanotelli

Cancro: in Europa un (mal)affare da 124 miliardi di euro all’anno

I dati sono riferiti a uno studio economico del 2009, ma il trend dell’insorgenza del cancro è destinato a salire. Quali sorti per un’Italia in disarmo, dopo i tagli alla sanità degli ultimi governi?

Cominciamo col dire che l’Italia è messa male: gli stanziamenti per la sanità pubblica sono in mano alle regioni, e, ad esempio, nel Lazio sappiamo essere stati dirottati in parte sulle spese dei gruppi consiliari (primo su tutti quello di “er Batman”): ergo più festini per i politici e meno assistenza ai malati. Forse questo dato non è stato calcolato nel computo effettuato dalla Società Europea di Oncologia Medica, che ieri ha presentato il suo studio sui costi diretti e indiretti del cancro in Europa. I diretti sono afferibili alle cure e all’assistenza dei malati affrontate dal Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), gli indiretti invece alle perdite cagionate dal mancato apporto dei malati – e dei famigliari che li assistono – alla vita produttiva. Come tutti gli studi statistici, anche questo ci consegna una realtà asettica che ha bisogno di essere sviscerata da ogni singolo stato preso in considerazione. Riguardo all’Italia non possiamo che evidenziare l’enorme differenza di opportunità assistenziali tra cittadini del nord e del sud. Uno scarto acuito anche dall’insufficiente attività istituzionale d’indagine epidemiologica sull’eziologia del cancro.

Parecchi comitati cittadini sparsi per l’Italia, e in particolar modo al sud, reclamano da anni l’istituzione di registri tumorali locali, per verificare l’impatto sulla salute di strutture quali inceneritori, discariche, aziende siderurgiche (ex Ilva, Alcoa), centrali elettriche e tutto quanto possa emettere esalazioni nocive. Questa è la prima arma cui l’Italia dovrebbe dotarsi nella lotta contro questa piaga sociale. A tal proposito i relatori dell’indagine scientifica, riunitisi a Vienna per presentarla, hanno espresso le loro preoccupazioni in ragione dei tagli alle attività di ricerca, perpetrati soprattutto dai paesi più colpiti dalla crisi economica (quelli dell’area mediterranea). L’equipe, composta da circa 15 mila esperti, si è basata sui dati forniti dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), l’Ocse e i ministeri della salute dei 27 paesi Ue, presi in esame nell’anno 2009. I costi annuali del cancro in Europa risultano essere 240 euro pro capite, e 124 miliardi a livello globale. È necessario dunque invertire la tendenza, magari cominciando a cancellare dall’agenda politica la costruzione di opere di assodata cancerogenicità (guarda la mappa degli inceneritori!).

Francia, Ogm velenosi secondo una ricerca: Europa esige verifiche

Posted settembre 20th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Ambiente, L'industria della morte, Riscatto civile

Questa volta a riaccendere il dibattito sugli Ogm è una dirompente ricerca del professore francese Gilles-Eric Séralini. Lo studio, che attesterebbe la loro tossicità, scuote un’Europa connivente con l’industria di sementi transgeniche.

Sarà un caso, ma da quando in Francia la sinistra è salita al governo la condizione dell’uomo sembra tornata al centro del dibattito politico. Si sono messi in discussione pietre miliari della destra liberale come l’energia nucleare, l’Alta Velocità Torino Lione e infine gli Ogm. Sì, perché la notizia non è tanto che il professor Gilles-Eric Séralini, docente di biologia molecolare e ricercatore presso l’università di Caen in Normandia, abbia scoperto la potenziale tossicità del mais Ogm (Nk 603), quanto che il governo transalpino abbia portato l’istanza fino in Commissione Europea. Sarà che nel governo c’è una forte componente ambientalista, ma ciò non intacca minimamente il merito di questa decisione. Il dilemma sulla pericolosità delle sementi transgeniche è un nodo da sciogliere non solo in Francia, ma in tutta Europa. Stranamente nel Vecchio Continente l’Italia a riguardo recita, insieme ai transalpini, la parte della mosca bianca. Tant’è che questi due paesi sono gli unici due ad aver applicato una moratoria sulla coltivazione di Ogm all’interno dei propri confini nazionali.

Al contrario, nel resto del Continente se ne fa largo uso, soprattutto per quanto concerne l’alimentazione animale. A tal proposito afferma Joel Spiroux, collaboratore del prof. Séralini, che per uno studio più approfondito occorrerebbe analizzare i processi degenerativi su scala endemica. Ma i bovini, ad esempio, che sono fra i maggiori consumatori di foraggio transgenico, vengono macellati troppo presto rispetto al loro normale ciclo di vita; circostanza che comprometterebbe la validità di qualsiasi ricerca. Tuttavia, in Europa, sono state effettuate alcune indagini scientifiche prima che tali sementi venissero commercializzate, ma il loro forte limite è stato sempre quello temporale: si basavano tutte, infatti, su un periodo massimo di 90 giorni. Troppo poco secondo l’equipe di Séralini, che ha potuto testare l’effetto del mais Nk 603 nell’arco di due anni su dei gruppi di ratti, la cui speranza di vita è appunto di circa un biennio. Una sintesi di questa ricerca sarà fra poco divulgata sulla prestigiosa rivista Food and Chemical Toxicology, e messa dunque al vaglio della comunità scientifica. Intanto il commissario europeo alla Salute John Dalli ha chiesto all’Agenzia per la sicurezza alimentare (Efsa) di analizzare lo studio di Séralini.

Inceneritore Parma: procura chiede il sequestro, le lobby i danni

A Parma si attende il giudizio del gip sul possibile sequestro dell’inceneritore. Dalla procura trapelano i reati contestati: abuso d’ufficio ed edilizio. Ma a chiedere i danni è l’azienda sott’accusa.

PARMA – Esultano in città i comitati contro l’inceneritore, dopo che il procuratore capo Gerardo Laguardia ha depositato a fine luglio la richiesta di sequestro del cantiere. L’impianto avrebbe dovuto vedere la luce entro dicembre di quest’anno, ma l’ipotesi sembra ormai tramontata. Tra i parmigiani è difficile trovare sostenitori dell’opera, tant’è che l’ex sindaco Pietro Vignali, sospinto dai suoi concittadini, aveva emesso un’ordinanza per chiudere il cantiere già nel 2011; Il motivo era la mancanza di regolari permessi. Lo stesso Vignali tuttavia era tra i fautori dell’opera, ma non ha potuto respingere l’onda di protesta suscitata dall’inceneritore di Uguzzolo. Iren, ditta appaltatrice dell’opera, ha così pensato di trascinare davanti al tar il Comune di Parma, ottenendo la riapertura del cantiere. Non contenta aveva anche preteso una somma di 28 milioni di euro a titolo di risarcimento per lo stop ai lavori. La patata bollente è ora nelle mani del giudice Maria Cristina Sarli che dovrà esprimersi sulle misure richieste dalla procura e dal pm Roberta Licci. Sebbene non si conoscono ancora i nomi degli indagati, i sospetti ruotano attorno ai vertici di Iren, Comune di Parma e Provincia.

Secondo indiscrezioni i reati contestati sarebbero abuso edilizio e abuso d’ufficio, ma ce n’è uno ben più grave nemmeno classificabile come reato. Sì, perché solo recentemente è stato pubblicato il piano industriale e finanziario dell’inceneritore. Iren se l’era tenuto nascosto finché la nuova giunta non ha chiesto e ottenuto che venisse pubblicato. Era interesse dei parmigiani in primis sapere in che modo l’incenerimento dei rifiuti incidesse sulla loro bolletta. Eppure Iren S.p.A., evitando di pubblicarlo, ha agito in piena regola. Nessuna legge infatti obbliga una società privata a divulgare notizie sulle proprie strategie di mercato; neppure una holding il cui capitale sociale è detenuto in maggioranza da soggetti pubblici. Certo, nel caso in cui uno di questi soggetti chieda informazioni, come ha fatto il neo sindaco di Parma, l’amministrazione è tenuta a rilasciargliele. Ma se invece a presiedere il comune c’è un consiglio compiacente con la società, chi provvede a controllarne la condotta? E se il comune decidesse di vendere le proprie quote a investitori privati? Sta di fatto che il piano di Iren prevedeva tariffe salatissime per i parmigiani, che hanno eletto sindaco Pizzarotti anche grazie alla sua campagna contro l’inceneritore.

Ilva-killer: il procuratore “Nessuna novità s’inquina da 30 anni”

Secondo il procuratore di Taranto Franco Sebastio i giornali scoprono l’acqua calda. Già nel 1982 infatti il magistrato fece condannare i vertici Ilva/Italsider per le polveri killer.

La storia è una ruota che gira, l’Ilva ne è un esempio. Trent’anni fa lo stesso procuratore che oggi indaga sulle emissioni nocive a Taranto, tal Franco Sebastio, fece condannare l’allora direttore dello stabilimento siderurgico Sergio Noce. Erano altri tempi e l’Ilva si chiamava ancora Italsider, ma la sostanza non cambia: ieri come oggi le emissioni dell’acciaieria causano morti e malattie. Secondo le perizie del tribunale solo negli ultimi 13 anni i decessi attribuibili direttamente alle esalazioni nocive sarebbero 346, mentre i ricoveri circa 1500. Si tratta comunque di numeri destinati ad aumentare, dato che stiamo parlando di patologie che si possono manifestare anche dopo molti anni. Calcolando un certo numero di casi non censiti e le malformazioni dei feti, si può concludere che sarà difficile ripagare i danni di un tale disastro. In aggiunta il procuratore Sebastio riferisce che, in qualità di cittadino, non crede più ai proclami fatti dalla politica in merito alla bonifica dello stabilimento. E come lui la gente si aspetta che questa volta alle parole seguano i fatti.

Già, perché negli anni successivi alle prime condanne degli anni 80 vennero annunciati una serie di interventi di risanamento che in parte rimasero solo sulla carta. Quando si spensero i riflettori dopo l’azione della magistratura tutto tornò come prima, o forse peggio. Da qui si capisce lo scetticismo del procuratore Sebastio che chiede immantinente concretezza alla classe politica odierna. Intanto procede l’iter giudiziario, dove il Tribunale del riesame ha da poco depositato le motivazioni della sentenza che conferma le disposizioni della gip Patrizia Todisco. L’Ilva si è dunque vista respingere la propria istanza di ricorso che chiedeva la continuazione delle attività nell’impianto. Il collegio del Riesame peraltro ribadisce che i vertici aziendali hanno agito con coscienza nell’inosservanza della legge, provocando un grave pericolo per la salute e la vita di un numero indeterminato di persone. Non si esclude inoltre un coinvolgimento nelle indagini di cariche istituzionali per omissione di controllo. Sono invece già fissate a ottobre le date delle udienze di due importanti processi per la morte di 30 operai uccisi dal cancro, gli imputati sono 29 dirigenti avvicendatisi in 30 anni alla guida dell’acciaieria.