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Boldrini: voce tremante mentre annuncia ghigliottina su Imu-Bankitalia (VIDEO)

Posted febbraio 1st, 2014 by marcomachiavelli and filed in Ingiustizia sociale, Lobby e malaffare, Politica

La presidente della camera stenta a pronunciare con la consueta fermezza la sua deliberazione. “Un abuso” secondo Grillo delle sue prerogative e sul blog del comico parte il sondaggio sull’inedito uso della “ghigliottina” da parte della Boldrini.

Perché la presidente della camera non ostenta la sua irriducibile protervia? Dal suo insediamento siamo abituati ad assistere alle sue inflessibili deliberazioni avvenute, fin ora, entro i limiti del regolamento di Montecitorio. Ieri tuttavia non appena si è manifestato lo spettro della decadenza del cosiddetto decreto Imu-Bankitalia i lavori parlamentari hanno subito un’improvvisa accelerazione. Malgrado molti osservatori politici facciano notare che lo stop anticipato al dibattito parlamentare fosse facilmente prevedibile, l’applicazione della cosiddetta ghigliottina sembra comunque non trovare precedenti nella storia della Camera. Il Movimento 5 Stelle col chiaro intento di far scadere i termini di conversione dell’Imu-Bankitalia aveva programmato una serie d’interventi, previsti dal regolamento, per raggiungere il suo scopo. Né più né meno del compito di una strenua opposizione; ma con un colpo di mano la Boldrini li ha fermati, attuando ciò che nessun suo predecessore aveva mai osato fare. La ghigliottina, contemplata al senato, non esiste nel regolamento della Camera.

Ciò non è bastato a fermare la presidente che come si evince dal filmato annuncia il blocco degli interventi dei 5 Stelle con voce tremula. Trattasi forse di stanchezza? Improbabile vista la fretta con cui parla, piuttosto traspare un tono di chi debba eseguire un ordine mal digerito, col timore di tradire il proprio elettorato. La Boldrini infatti appartiene a Sinistra Ecologia e Libertà, l’ultimo partito di sinistra radicale rimasto in parlamento. Una contraddizione allora da parte della presidente favorire, abusivamente secondo Beppe Grillo, la conversione di un decreto che stacca un assegno di 7,5 miliardi alle banche in un momento dove la povertà investe una fetta sempre più grande di popolazione. Il caos nel quale è stato indetto il voto ha dell’incredibile, guardare per credere, ma la fretta con cui la Boldrini dopo l’approvazione lascia il banco di presidenza supera anche il tremore della voce avuto in precedenza. Intanto sul blog di Beppe Grillo si è aperto un sondaggio sulle possibili soluzioni che la presidente della camera dovrebbe adottare per rimediare all’uso della ghigliottina. Inutile dire che le ipotesi proposte sono poco lusinghiere.

Video: DL Bankitalia: la Boldrini fa ricorso alla tagliola e scatena la protesta del M5S

Sanità. Commissione d’inchiesta: “Elettroshock per 1400 pazienti”

Dal 2008 al 2010 l’elettroshock sarebbe stato utilizzato su 1400 pazienti. È ciò che emerge dalla relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale. I punti critici sono strutturali e riguardano anche la fatiscenza e l’igiene degli ospedali.

ROMA – La relazione finale del senatore Marino ha raggelato l’aula di Palazzo Madama. Pochi gli uditori giovedì scorso in Senato per un tema che non tocca da vicino il gotha della politica, ma, come diceva De André “una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale”. E così le parole del presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale hanno finito per travalicare i confini parlamentari consegnandoci un quadro della sanità italiana davvero agghiacciante. Tre i capitoli principali di questa emergenza:

1) cure: incolmabili le differenze di trattamento per una medesima patologia da regione a regione, ma anche all’interno dello stesso territorio regionale. Quasi cento inoltre le strutture ove si utilizza ancora l’elettroshock quale rimedio per i disturbi mentali anche lievi. In alcune di queste la “terapia” elettroconvulsiva viene scelta come prima opzione di intervento. In totale dal 2008 al 2010 circa 1400 pazienti sarebbero stati sottoposti all’elettroshock. Pessime sono altresì le condizioni igieniche e terapeutiche in cui versano gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, meglio noti come Opg;

2) fatiscenza delle strutture: su oltre mille ospedali italiani più della metà non sarebbe conforme alle norme antisismiche. Duecento di questi, in base alle perizie consultate dal presidente Marino, rischierebbero lo “sbriciolamento” in caso di forti scosse. “Sono strutture distribuite soprattutto lungo l’arco appenninico – spiega la relazione –, nella zona dell’Italia centrale ma soprattutto meridionale, in particolare in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia”;

3) sprechi: “C’è una evidente povertà di risorse umane e tecnologiche – ha affermato Marino –. È chiaro che anche nei luoghi del disagio più estremo, come gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, la sensazione è che la carenza di servizi è direttamente proporzionale alla carenza di risorse, sia strutturali, sia tecnologiche che umane”. A fronte di ciò le Asl non accennano a diminuire il ricorso a consulenze esterne, anche quando le mansioni richieste possono essere svolte dal personale interno. Nel 2008 le spese per le consulenze ammontavano a 790 milioni di euro: “Una cifra inaccettabile – ha aggiunto Marino – se pensiamo che gli ultimi ticket sono stati introdotti in Italia per rastrellare una cifra pari a 850 milioni di euro”.

Ignazio Marino prima di diventare senatore della Repubblica con il Pd è stato un medico di fama internazionale, pioniere italiano del trapianto di fegato. Dopo essere entrato in parlamento tra le file dei Ds, tenta nel 2009 la scalata alle primarie del Pd che prevedibilmente perde piazzandosi dietro a Bersani (vincitore) e Franceschini. Una personalità, quella di Marino, che poco si confaceva, evidentemente, alla poltrona di segretario di un partito troppo impelagato fra banche, assicurazioni e grandi imprese.

Processo Mediaset: legittimo impedimento negato al cittadino B.

Posted febbraio 2nd, 2013 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Giustizia, Politica, Spaventapasseri

L’avvocato Ghedini avanza la richiesta di legittimo impedimento a causa della campagna elettorale. Il giudice di appello la respinge e il processo Mediaset non si ferma.

Il cittadino B. si sente diverso dagli altri davanti alla legge. Un po’ perché dice di essere perseguitato dalle toghe rosse, un po’ perché si arroga diritti che i comuni mortali non hanno. Dopo il lodo Alfano, bocciato dal referendum del giugno 2011 per volontà di 27 milioni di italiani, il lupo sembra aver perso il pelo ma non il vizio. Ieri al processo d’appello sulla truffa dei diritti televisivi Mediaset gli avvocati del Cav, Niccolò Ghedini e Piero Longo, si sono visti respingere la richiesta di legittimo impedimento per il loro assistito dai giudici della corte di appello di Milano.

Accogliere l’istanza, dato che B. è il principale imputato, avrebbe significato mandare a monte il processo fino alla fine della campagna elettorale. L’effetto desiderato da parte dei legali sarebbe ancora una volta quello di allungare i tempi processuali, favorendo così l’avvento della prescrizione. Un leitmotiv che Ghedini e Longo conoscono bene e che vorrebbero utilizzare per scongiurare la pesante spada di Damocle che pende sulla testa del Cav: una condanna a quattro anni di reclusione più l’interdizione dai pubblici uffici per cinque; quest’ultima se confermata in appello comporterebbe per B. la perdita dell’immunità sostanziale riservata ai parlamentari.

I giudici, dal canto loro, definiscono “generiche” le motivazioni addotte alla richiesta di legittimo impedimento perché il processo d’appello arriverà a sentenza dopo le elezioni, senza dunque condizionarne l’esito. I sodali di B., come al solito, si stracciano le vesti e parlano velatamente di sentenza politica, a cominciare da Ghedini: “Questo processo (…) impedisce al cittadino Silvio Berlusconi di poter essere al pari con i suoi contendenti (elettorali, nda)”; finendo poi col leaderino Alfano: “Come Pdl riteniamo scandalosa la decisione della corte di appello di Milano. Vogliono impedire al Capo della coalizione di centrodestra di fare campagna elettorale”.

Elezioni: scoperta “fabbrica” di firme false. Coinvolta La Destra

Una lista di firme, un pubblico ufficiale che autenticasse, i timbri di alcuni tribunali: tutto falsificato. Sono le armi del delitto elettorale perfetto. Un’organizzazione che, secondo la Procura di Lodi, forniva firme false ai partiti per partecipare alle elezioni; fra i clienti ci sarebbe La Destra di Storace.

Potrebbe rivelarsi lo scoperchiamento di un vaso di Pandora. Una “fabbrica” di firme false che, come affermano gli inquirenti, funziona analogalmente a quegli uffici occulti che compilano false fatture per taroccare i bilanci di grandi aziende. L’indagine è partita da un elenco di 500 sottoscrizioni de La Destra – attuale partito di Francesco Storace – autenticate da un giudice di pace che in realtà non ne sapeva niente. Le firme sono relative alla presentazione delle liste per le candidature al parlamento (Camera, collegio Lombardia 3) e per quelle delle elezioni regionali lombarde. L’ex governatore del Lazio si dichiara “parte lesa” e dice di aver già sporto una denuncia (ma contro chi?).

C’è forse qualcuno che si divertirebbe a falsificare le firme per sostenere le candidature de La Destra? Storace, Storace… Forse è più plausibile che una formazione politica locale come la sua chieda aiutini per le sottoscrizioni in regioni distanti come la Lombardia. Parliamoci chiaro, chi firmerebbe a Sondrio o a Bergamo per mandare in parlamento o nella propria regione candidati di un movimento politico laziale? Storace, Storace… Nel frattempo la lista de La Destra è stata esclusa dalla corsa elettorale nella circoscrizione che comprende le province di Mantova, Lodi, Pavia e Cremona.

La procura lodigiana, titolare dell’inchiesta, fa sapere inoltre che anche le liste “Lega lombardo-veneta” e “Movimento Italia Giusta” sono coinvolte nella vicenda. In diversi appartamenti e in uno studio legale di Milano sono stati rinvenuti 83 timbri con i nomi di giudici di pace di diverse regioni (Lombardia, Liguria, Piemonte, Molise e Lazio), timbri dei Comuni di Monza e Pavia e del tribunale di Milano, elenchi di firme e moduli in bianco. Insomma, tutto l’occorrente per poter compilare i documenti necessari alla presentazione delle liste; alla faccia di chi si è fatto un mazzo tanto per produrre onestamente cotanta documentazione. Incombe infine una domanda: quanti e quali sono i clienti nell’agone politico italiano della fabbrica di firme false?

Monti boccia referendum contro inceneritore, Grillo s’infuria

Il governo boccia il referendum della Valle d’Aosta contro la costruzione di un inceneritore impugnandolo davanti alla Consulta. Beppe Grillo, grande sostenitore di questa consultazione popolare, si dice amareggiato, ma i promotori del referendum sono sicuri che nella loro regione non si costruiranno più inceneritori.

Di rado succede che un governo nazionale si occupi di questioni relative alle regioni e, in particolare, di casi così specifici. A novembre in Valle d’Aosta si è tenuto un referendum propositivo storico: per la prima volta dall’introduzione di quest’istituto si è raggiunto il quorum, dando così immediata applicazione ai relativi quesiti. Si trattava di ratificare una legge di iniziativa popolare, bocciata dal consiglio regionale, ma che grazie al referendum è stata approvata immantinente. La legge vieta la costruzione di inceneritori in Valle d’Aosta perché costituirebbero un pericolo per la salute pubblica. Così, venerdì scorso, il consiglio dei ministri presieduto da Mario Monti ha annunciato di voler impugnare la legge valdostana contro l’incenerimento dei rifiuti.

Il contenzioso sarà portato davanti alla Corte Costituzionale che dovrà esprimersi sulla liceità della norma. Certo è che una fretta simile da parte di un governo nazionale non si era mai vista. Neppure rispetto a questioni analoghe ma decisamente più importanti, come è successo in Emilia e in Lombardia durante le ultime elezioni regionali. Una legge nazionale prevede infatti che i presidenti di regione non possano candidarsi per più di due mandati consecutivi, al fine di evitare un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di una singola persona. Ebbene, sia in Emilia Romagna che in Lombardia i due governatori sono rispettivamente al terzo e al quarto mandato consecutivo. Nel caso della Lombardia, l’incompatibilità del presidente Formigoni è stata segnalata con un esposto alla procura di Milano da parte degli attivisti locali del Movimento 5 Stelle.

Ma il giudice, pur condividendo i motivi della denuncia, non ha potuto procedere contro il governatore lombardo perché la regione “non ha recepito le disposizioni della legge nazionale”, nonostante i tempi per ratificarla fossero già scaduti da un pezzo. Perché in quell’occasione il governo nazionale non ebbe nulla da eccepire? Forse che Roberto Formigoni conta più di 130.000 valdostani? “Mi dispiace, ma io so io e voi non siete un cazzo”. In realtà il referendum contro l’incenerimento dei rifiuti era già stato contestato davanti al Tar di Aosta da un’associazione di imprese interessate all’opera, ma il giudice ne aveva confermato la legittimità perché pertinente alla tutela della salute. Tuttavia Monti e ministri sostengono che si tratti di materia ambientale e quindi impugnabile.

Comunque vada sarà un insuccesso per la democrazia; la volontà popolare, si sa, è un optional per questi politici. Scontate, inoltre, le reazioni del comitato promotore del referendum che chiede il rispetto di quanto deliberato direttamente dai cittadini valdostani. A sostegno dell’iniziativa, più che mai osteggiata dalla classe politica locale con intimidazioni e manifesti indecenti, si sono spesi l’associazione Valle Virtuosa, la Società Internazionale di Medici per l’Ambiente (Isde) e il Movimento 5 Stelle col suo fondatore Beppe Grillo, ospite di una serata di propaganda referendaria. Si attendono ora nuovi sviluppi giudiziari sulla vicenda, che ad ogni modo ha acclarato il netto rifiuto dei cittadini valdostani alla costruzione di inceneritori nel loro territorio.

Sull’argomento:

Valle d’Aosta: primo referendum propositivo della storia italiana

Video:

Beppe Grillo ad Aosta 16 Novembre 2012 ore 21.00

Elezioni, governo nega il voto a 25.000 studenti all’estero

Il presidente Giorgio Napolitano emana un decreto per agevolare il voto degli italiani all’estero. Nel provvedimento si dimenticano però gli studenti del progetto Erasmus, circa 25.000 ragazzi sparsi in tutto il mondo. Lo stesso numero di elettori fu determinante nel 2006 per la vittoria del centrosinistra.

Prodi ci vinse le elezioni con 25.000 voti, ma l’attuale governo sembra non curarsene. Nemmeno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – lo stesso, per intenderci, che firmava le “leggi vergogna” di berlusconiana memoria e che la Consulta ha recentemente incoronato re al di sopra delle legge con una sentenza scontata, criticata aspramente persino dai più grandi costituzionalisti italiani come Zagrebelsky e Cordero – ha mosso un dito per difendere il diritto di quei 25.000 studenti all’estero di esprimere democraticamente il voto alle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio. Parliamoci chiaro, questi per la maggior parte sono studenti meritevoli che hanno ottenuto la possibilità di andare a studiare all’estero sulla base dei crediti universitari conseguiti, facendo domanda di adesione al progetto di scambio culturale denominato Erasmus.

Secondo gli ultimi dati resi disponibili dal Rapporto Annuale Erasmus, nell’anno accademico 2010/2011 gli studenti italiani che hanno deciso di andare a studiare temporaneamente all’estero sono stati più di 22.000. Ma la tendenza è in forte crescita e si contano circa 1.000 studenti in più all’anno (*), circostanza presumibilmente dovuta alla volontà dei ragazzi di trovare dei solidi agganci per un futuro lavoro appagante, che in italia è stato loro negato. Negato, proprio come il diritto al voto che hanno perso a causa di un decreto legge – il numero 223 del 18 dicembre 2012 – approvato dal Consiglio dei Ministri di concerto col Quirinale. Il provvedimento, pubblicato alla chetichella sulla Gazzetta Ufficiale la vigilia di Natale, dispone una serie di agevolazioni per gli italiani temporaneamente all’estero – ma non ivi residenti – per “motivi di servizio o di missioni internazionali”, al fine di garantire il libero accesso alle prossime votazioni politiche.

Non sono dunque contemplati gli studenti Erasmus – vedi art. 2 del testo –, che per votare dovrebbero recarsi in Italia a loro spese, senza il benché minimo rimborso. Il problema, tuttavia, non è ignoto ai vertici istituzionali, dato che già nelle scorse due legislature – una presieduta dalla sinistra e l’altra dalla destra – si scatenarono petizioni di studenti che chiedevano di poter esercitare il proprio diritto di voto al pari dei loro compagni di università spagnoli, inglesi, tedeschi e persino messicani, i cui rispettivi paesi hanno attivato comode procedure di voto telematico. Cos’hanno da dire a proposito i signori Monti Mario e Napolitano Giorgio, che si sono trincerati dietro un decreto legge discriminatorio e platealmente in contrasto con l’articolo 48 della Carta Costituzionale? Il sospetto, più che fondato, è che si voglia impedire a una frangia di persone colte e ben orientate verso il rinnovamento di una classe politica in declino, di poter influire sull’esito delle urne di lunedì 25 febbraio.

Mario! Giorgio!… Paura eh?!

(*) Fonte: byoblu.com, Non faranno votare 25mila studenti

Francia, stop esodo dei ricchi: bocciata la tassa sui megaredditi

Bocciata la legge, ma non il principio. La Consulta francese blocca la tassa sui redditi milionari perché iniqua, ora il governo dovrà modificarla se vuole proseguire la sua battaglia sociale.

L’aliquota del 75% applicata sui redditi che sforano il milione di euro all’anno, ha da subito sollevato polemiche dopo che ha trovato applicazione nella finanziaria del 2013. Mostri sacri della finanza e del cinema, uno su tutti Gérard Depardieu, hanno gridato alla scandalo e trasferito residenza e guadagni in lidi fiscali più accoglienti. Una fuga che lor signori si possono permettere a differenza della quasi totalità dei loro concittadini francesi, fedeli, volenti o nolenti, a uno stato che li stringe nella morsa fiscale più dura degli ultimi tempi. La misura definita nella legge di bilancio “eccezionale” e della durata di soli due anni avrebbe prodotto, secondo alcuni osservatori, un modico gettito di 210 milioni di euro all’anno. Cifra assai scarsa, scrive sabato scorso il Financial Times, per raggiungere quei 20 miliardi dichiarati da Hollande che servono ad abbattere il deficit dello Stato. Un introito basso, certo, per l’erario francese, indice tuttavia di una debole propensione della classe (super)ricca ad aiutare un paese in crisi, indotto come l’Italia dall’Europa a tagliare la spesa sociale per risanare i conti pubblici.

Molti dirigenti dell’alta finanza hanno di fatto anticipato la mossa del governo migrando nelle vicine Londra e Bruxelles, quando ancora Hollande imperversava in campagna elettorale contro i grandi patrimoni. Fra i detrattori c’è chi dice addirittura che la legge ha il sapore di una confisca e che l’aliquota del 75% è destinata a perdurare anche oltre i due anni prescritti (*). Del resto l’opinione pubblica se n’è fatta una ragione, e in un sondaggio di settembre (**) si è detta favorevole alla norma tanto indigesta per la finanza. Il motivo è semplice: di fronte a un impoverimento generale il maggiore sforzo dev’essere sostenuto dai più abbienti, che tuttavia hanno scelto la più comoda e codarda – ma i francesi non erano patriottici?! – via della fuga. Ora, però, la sentenza del Conseil constitutionnel, equivalente della nostra Corte costituzionale, ha bocciato l’introduzione della tassa asserendo che non può essere applicata al reddito personale, ma a quello del nucleo famigliare. La palla passa dunque al governo, chiamato ad apporre le necessarie modifiche per varare una norma che, prima in Europa, va a colpire i veri detentori del potere.

* Fonte: “Buyout experts join Paris fight”, Financial Times del 29/12/2012

** Fonte: Il Fatto Quotidiano

Ilva, sequestro o non sequestro? Ecco il punto della situazione

Un dilemma apparentemente burocratico che coinvolge governo e procura, ma che in realtà riguarda la salute dei cittadini e lo sviluppo industriale del Paese.

L’informazione si sta arrovellando sul problema del sequestro dell’Ilva da una strana prospettiva. C’è chi lo definisce uno scontro tra procura e governo: la prima sequestra, il secondo dissequestra. La prima dice che bisogna anzitutto tutelare la salute dei cittadini (leggi qui le agghiaccianti parole dell’ordinanza di sequestro), appellandosi alla Costituzione, il secondo vuole preservare salute e lavoro. La procura applica la legge, la politica cerca di soddisfare sommariamente le richieste della procura con un decreto lampo. Ma per riaprire, afferma il gip Patrizia Todisco, occorre adempiere a una serie di prescrizioni stilate da esperti, per le quali sono previsti tempi lunghi. Il governo, tuttavia, non demorde e cerca di modificare il dispositivo del giudice per consentire la riapertura. È a questo punto che la procura tarantina si vedrebbe costretta dalla legge a sollevare un conflitto di attribuzione. Un atto dovuto dato che la politica, col decreto lampo, ha cercato di oltrepassare i limiti che la Costituzione le impone; recependo solo in parte le citate prescrizioni, tale provvedimento tenderebbe a sostituirsi alle emanazioni della giustizia, prevaricando la funzione della procura il cui verdetto è chiaro: non si lavora se non in sicurezza.

Al governo, in questo frangente, è stato affidato il lavoro sporco. L’Ilva per l’attuale esecutivo – per quanto in carica ancora non si sa – rappresenta una leva per ottenere consenso parlamentare. Mi spiego, il patron dell’acciaieria, Emilo Riva, ha finanziato – e forse finanzia – diverse formazioni politiche di destra e di sinistra; tra il 2006 e il 2007 ha spiccato assegni a Forza Italia per 245.000 euro e alla persona di Bersani per 98.000 euro. Nulla da eccepire a livello legale, le somme sono state regolarmente registrate in Parlamento, ma la generosità di Riva non ha proprio un fine meramente patriottico. Perciò, quando il ministro Clini firma un decreto che accontenta gli animi dell’imprenditore d’acciaio, sta più o meno scientemente sottoscrivendo un armistizio con i partiti, che daranno più volentieri fiducia al governo se l’Ilva rimane aperta. Ovviamente questo tipo di tacito accordo soffre della precarietà del motto latino “verba volant”, perciò, qualora si rompessero gli equilibri su cui poggia, ciascuna delle parti potrebbe infrangere il patto. E infatti Berlusconi in questi giorni ha sfiduciato – sempre e solo a parole – Monti e il suo governo. Ora non resta che aspettare le mosse della procura di Taranto pronta a rivolgersi alla Consulta in caso di dissequestro.

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Grecia, contro la povertà: vendita cibo scaduto per due soldi

Posted dicembre 12th, 2012 by marcomachiavelli and filed in carestie e miseria, Delinquenza politica, Economia, Ingiustizia sociale

Cresce il numero dei poveri nel paese ellenico chiuso nella morsa fra debito e povertà. Mentre il governo pensa a commercializzare il cibo scaduto, i creditori internazionali chiedono nuovi tagli alla spesa pubblica.

La Grecia è povera e aumentano i nuovi poveri. Sono circa un terzo della popolazione secondo lo studio statistico dell’istituto ellenico Elstat, che prende tuttavia in esame l’anno 2009. In tre anni la situazione non è certo migliorata, e anzi ci sono stati tagli alla spesa pubblica di grossa entità. Il governo ora ha pensato di riparare con quella che sembra più una trovata pubblicitaria che un’efficace rimedio: vendere i cibi scaduti, scontati del 66%, che altrimenti sarebbero finiti in discarica. A parte la stranezza di quel 66 – perché non un bel 65 tondo, on un 70 – e l’atavico fascismo di imporre un prezzo o una regola – perché non lasciare libertà di decidere lo sconto o di donare, dato che si tratta di merce fuori mercato –, si deduce che la volontà dell’esecutivo sia quella di guadagnarci qualcosa anche su queste piccole vendite. Ovvero, di inglobare nel mercato una fetta di popolazione che viveva nell’indigenza e non versava devotamente le tasse. Ciò significa nuovo gettito per lo Stato, a fronte di un mancato guadagno su merci che diversamente sarebbero andate distrutte.

Il nuovo presunto gettito servirà, non tanto a una nuova iniezione di soldi nella spesa pubblica – sanità, cultura, benessere – quanto a ripagare i creditori internazionali che quotidianamente speculano sulle spalle dei cittadini greci meno abbienti. Si dirà, ma i Greci hanno il più alto tasso di corruzione d’Europa (seguiti a ruota dall’Italia peraltro); peccato che il danno causato alle finanze elleniche sia opera di poche migliaia di persone su un paese che ne conta 11 milioni. E a pagare sono e saranno come al solito gli ultimi, non la classe dirigente bancarottiera e corrotta. Se l’obbiettivo dei creditori – troika: Ue, Bce, Fmi – è quello di rientrare dei prestiti, che applichino almeno dei tassi d’interesse agevolato e che prestino i soldi direttamente allo Stato invece che alle banche private loro consociate. Sulla Grecia, porto di mare ad uso e consumo delle grandi potenze mondiali, sta calando un crepuscolo che porterà lo Stato a vendere ai magnati della finanza il proprio patrimonio artistico e naturale. È già stato scritto, è già avvenuto, e la spirale cleptomane dei beni ellenici non è destinata a esaurirsi a breve.

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Trattativa Stato-mafia, “Distruggete le telefonate di Napolitano”

È questo l’agghiacciante dispositivo della Consulta. Le telefonate del Presidente della Repubblica non possono essere intercettate. Una sentenza anti-storica, anti-costituzionale e antidemocratica: vediamo perché.

Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, ha vissuto nell’ultimo anno attimi di vivido terrore. Fino a martedì, quando la Corte costituzionale ha disposto la distruzione delle sue intercettazioni con Nicola Mancino, imputato nel processo sulla trattativa fra Stato e mafia. In accordo con quanto espresso da giuristi indipendenti, e con un precedente storico che riguarda l’ex presidente Scalfaro, non esistono norme che impediscano di intercettare le telefonate del capo di Stato (*), soprattutto se costui non è sottoposto a indagine. Nel nostro caso Napolitano conversava al telefono con Mancino che presumibilmente gli chiedeva, da privato cittadino, un indebito intervento sugli organi di coordinamento della magistratura. Il fine sarebbe stato quello di evitare un confronto in aula con un teste – l’ex ministro Martelli – che avrebbe compromesso ulteriormente la sua posizione da imputato. Quest’ipotesi è stata in parte confermata dall’ex consigliere giuridico del Colle Loris D’Ambrosio, recentemente deceduto, in un’intervista al Fatto Quotidiano, dove ammetteva che Mancino subissava di telefonate il Quirinale per chiedere aiuto.

Ad allertare il Colle fu un’intervista del procuratore palermitano Di Matteo al quotidiano Repubblica, datata 22 giugno 2012, in cui veniva segnalata l’esistenza delle intercettazioni Napolitano-Mancino. Poco dopo l’avvocatura dello Stato venne incaricata di sollevare il conflitto di attribuzione, al fine di cancellare ogni possibile traccia delle conversazioni telefoniche. Questa settimana l’amaro verdetto della consulta: “Non spettava alla Procura di Palermo valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica” captate nell’ambito dell’inchiesta. I pm di Palermo, di conseguenza, dovevano “chiedere al giudice l’immediata distruzione” di tali intercettazioni, “ai sensi dell’articolo 271, terzo comma, cpp e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”. Due principi vengono qui perentoriamente affermati: il primo è che il presidente della Repubblica gode di privilegi di fronte alla legge, il secondo riguarda l’ennesimo tentativo istituzionale di ostacolare l’accertamento della verità in merito alle responsabilità della stagione stragista ’92-’93.

* Fonte: Zagrebelsky e Cordero affondano il ricorso di Napolitano contro i pm di Palermo.

 

Equitalia, fatturato in crescita fra pignoramenti e ingiunzioni

Posted dicembre 5th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Discriminazioni, Economia, Ingiustizia sociale

I dati parlano di un impennata dei crediti recuperati da Equitalia. Mano ferma e impassibile quella dell’agenzia privata a capitale pubblico, inflessibile anche coi meno abbienti: ecco i dati.

Equitalia S.p.A., ente di diritto privato a capitale pubblico – metà dell’Inps e metà dell’Agenzia delle Entrate –, riscuote successo. Non certo fra la plebe composta per lo più di contribuenti certosini – cittadini, piccole e medie imprese – che, se non pagano, è perché non ce la fanno; secondo il principio di un vecchio adagio infatti i ladri, o evasori, non possono mai superare il numero degli onesti, altrimenti lo Stato naufragherebbe dritto verso la bancarotta. Il successo di Equitalia S.p.A. viene accolto dunque da governo, che deve comunque remunerare l’agenzia per i suoi servigi, e salotti buoni dell’imprenditoria, verso cui non viene esercitata la stessa pressione esattoriale riservata agli ultimi. Una disparità di trattamento talvolta registrata nero su bianco, come dimostrato dalla puntata della trasmissione Report del 06-11-2011. In quell’occasione l’ex ministro Brunetta si era visto sospendere un’ingiunzione di Equitalia, mostratasi deferente nei confronti del politico. Ancor prima in verità, nell’aprile del 2010, Report pubblicava stralci di una direttiva Equitalia che ordinava di “non sollecitare i pagamenti” nei casi di “morosità rilevanti”, con particolare riferimento a partiti, imprese e Vip.

La notizia, ripresa nell’immediato anche dal Fatto Quotidiano, ci ha consegnato inevitabilmente un’immagine sporca dell’agenzia privata di riscossione, nata sotto il governo Berlusconi III. Alla luce di questo profilo, i dati del fatturato Equitalia suonano come una mannaia che si abbatte quasi esclusivamente sulle teste dei meno abbienti: 3 miliardi e 800 di recupero coattivo nel 2005, fino ad arrivare ai circa 9 miliardi incassati nel 2010 con un rialzo del 130% (*). Si segnala inoltre un aumento di pignoramenti presso terzi arrivati a circa 133 mila; i preavvisi di fermo (su auto e moto) raggiungono ormai quota 1 milione e 600 mila, mentre i fermi veri e propri ammontano a circa 600 mila. Ulteriore addendo è quello relativo alle iscrizioni di ipoteca su case, capannoni e terreni (anticamera della vendita all’asta), pari a circa 150.000, mentre i pignoramenti immobiliari azionati da Equitalia ammontano a circa 12.000, contro gli 8.700 del 2007(**). Insomma un bollettino di guerra che avrebbe potuto risparmiare qualche vittima se la riscossione fosse rimasta in mano agli enti territoriali. Comuni, province e regioni dispongono già infatti di uffici preposti e, vivendo a più stretto contatto con le realtà locali, potrebbero dispensare, oltre alle tanto odiate cartelle esattoriali, anche un po’ più di umanità.

* Dati elaborati da Cgia Mestre

** Fonte: Fiscal-focus.info

Banca Popolare di Milano, prestiti facili per i politici del Pdl

Alla Banca Popolare di Milano politici di spicco del Pdl ottenevano facili prestiti durante l’amministrazione di Ponzellini. Santanchè, Brambilla, La Russa, Romani sono solo alcuni dei fortunati destinatari delle ingenti somme: una storia di favori.

L’ex presidente Massimo Ponzellini finisce ai domiciliari nel maggio 2012, e da allora alla Banca Popolare di Milano (Bpm) tira aria di fuggi fuggi. Non per i normali correntisti, che per aprire un mutuo vengono radiografati da testa a piedi, ma per alcuni politici di destra abituati in passato a ricevere facili prestiti su intercessione di Ponzellini. Si tratta di ingenti somme ottenute con garanzie ridicole, roba che se le presentasse un normale cliente verrebbe quantomeno deriso; e non dal presidente, ovviamente, ma da un semplice direttore di filiale. Il caso più eclatante è quello di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier, che vanta un fido personale di un milione di euro e un altro di cinque per sua holding Pbf Srl, interamente utilizzati, il cui rientro è previsto a breve. La Bpm ha magnanimamente accettato come garanzie una fideiussione personale di Berlusconi junior e l’impegno, da parte della sua società, di cedere i proventi derivanti da una fantomatica operazione immobiliare. Ben altre cifre riguardano invece la Quintogest, una finanziaria a corto di fondi per la quale Ignazio La Russa si è prodigato non poco.

Come si evince dalle intercettazioni telefoniche del luglio 2011 l’ex ministro della difesa sollecitava Ponzellini ad aumentare il fido di Quintogest, cui Bpm aveva già prestato 44 milioni di euro. A Spingere La Russa fu probabilmente la partecipazione di sua moglieLaura De Cicco, nella finanziaria attraverso la società Idi Consulting. Altri trattamenti di riguardo sono toccati ai deputati Pdl Santanchè, Brambilla e Romani, evidentemente i clienti più bisognosi dell’intera banca – ma aiutare precari e piccole imprese no? Alla notizia ha fatto eco, domenica su Rai Tre, l’inchiesta del programma Report che ha portato alla luce i collegamenti fra Ponzellini Pdl e Lega. Immagini impietose hanno immortalato politici ammanicati col banchiere meneghino che scappavano di fronte alle domande del giornalista Sigfrido Ranucci. In particolare l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è distinto in quanto a inciviltà: dopo aver accuratamente evitato di rispondere a Ranucci, lo ha afferrato per un braccio spingendolo via come un bullo di periferia. Il giornalista aveva semplicemente chiesto lumi sulla nomina di Ponzellini a presidente di Pbm. Ma d’altronde si sa, le domande fuori copione non sono proprio gradite alla casta.