Crea sito

Web e politica: D’Arcais si ricrede e sposa Grillo a sua insaputa

Paolo Flores D’Arcais, da sofisticato politologo a emulo di Grillo a sua insaputa! L’editoriale del direttore di Micromega segna il triste epilogo di un declino della classe (pseudo)intellettuale italiana.

Paolo Flores D’Arcais ha speso negli ultimi anni parole di becero snobismo nei confronti di Grillo e del Movimento Cinque Stelle. Ne ha preso le distanze quando ancora non esisteva nulla di organizzato: c’erano solo dei gruppi chiamati meet-up (dal nome del sito internet a cui si appoggiavano per incontrarsi) che, all’occorrenza, si mobilitavano per cercare di risolvere problemi legati alla propria città. Erano e sono aperti a tutti, e dentro ci trovi quasi esclusivamente persone di estrazione povera, che deve fare i conti con mille euro al mese. E non parlo solo di operai e impiegati, ma anche professionisti di ogni sorta: avvocati, ingegneri, medici, insegnanti etc. Li accomuna l’essere stati emarginati dalla società che conta e l’insostenibilità della loro condizione. Ma anche la condivisione del principio che la rivoluzione la si fa senza aiuti dall’alto, arrangiandosi, e con mezzi di assoluta civiltà. Soprattutto rimboccandosi le maniche: si chiedono permessi a lavoro per organizzare banchetti informativi, pulire una strada, organizzare un pedi-bus scolastico.

Insomma per sopperire alle lacune di un sistema politico bipartisan, che non ascolta la cittadinanza in loco, figuriamoci in parlamento. Tutto questo, il placido intellettuale D’Arcais non lo conosce, e non “si abbasserebbe” mai a farlo. Peccato che poi incappi nel rischio di coprirsi di ridicolo, quando parla da solone dalle colonne dei giornali che lo ospitano. Ieri in un editoriale sul Fatto Quotidiano incensava il web come strumento di aggregazione cognitiva, attraverso cui combattere “il marcio” della politica, formulando leggi e raccogliendo firme. Bisogna però scusare la sua ignoranza, dato che vive fra le muffe di circoli culturali chiusi, mesto retaggio di un vecchio comunismo di bottega. Fra le rosse nebbie del tabagismo non poteva certo vedere il lavoro carsico portato avanti dai meet-up. Tuttavia ha trovato più volte il modo di apostrofarli con l’antipolitica, i metodi antidemocratici, digradando poi verso giudizi più mitigati. Ora, la folgorazione: leggi scritte sul web da presentare alle future classi politiche sui nodi cruciali del Paese. Forse che non gli sia arrivata la notizia della proposta di legge di iniziativa popolare “Parlamento pulito”, firmata da 350 mila cittadini e presentata da Grillo – il primo firmatario – lo scorso anno alla commissione affari costituzionali del senato?

 

Sallusti ha diffamato, altro che reato d’opinione! Qui l’articolo

Difeso dalla sua corporazione e dalla casta dei politici, Sallusti afferma di voler scontare la pena in carcere recitando la parte del martire. Nell’articolo (leggilo in calce!) il giudice offeso viene dipinto come assassino.

Sallusti, direttore de Il Giornale, ha dalla sua gran parte del mondo del giornalismo. Grandi firme di destra, di sinistra e sedicenti indipendenti. I sepolcri imbiancati che gridano allo scandalo definiscono il delitto del giornalista un reato d’opinione. Opinione un corno! Purtroppo quello che è arrivato a scrivere (egli stesso o chi per lui), non solo è mendace, ma anche gravemente infamante: l’articolo era intitolato “Il dramma di una tredicenne. Il giudice ordina l’aborto“. Poi, circa a metà l’acme: “Se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice. Quattro adulti contro due bambini. Uno (feto in realtà, nda) assassinato, l’altra costretta alla follia”. Non pago l’autore rincara la dose narrando che il giudice tutelare ha decretato l’aborto coatto per la giovane. Falso! Falsissimo! Le sentenze di merito spiegano come la decisione sia stata presa dalla giovane, in comune accordo con la madre. L’intervento del magistrato si è reso necessario poiché mancava l’assenso del padre, che non era in buoni rapporti con la figlia.

L’elite del giornalismo italiano considera unanimemente che la pena comminata a Sallusti sia esagerata. Alcuni sostengono addirittura che il carcere per la diffamazione a mezzo stampa andrebbe abolito (ma allora andrebbe abolito per la diffamazione tuot cuort, se siamo tutti uguali davanti alla legge), perché costituirebbe un forte deterrente alla libertà d’espressione. Altri ancora, i più infingardi, gabellano la diffamazione come reato di opinione. A tutti si potrebbe rispondere: 1) la diffamazione, specie se avviene per mezzo di un quotidiano a tiratura nazionale, può distruggere la reputazione di una persona; 2) la libertà d’espressione viene ben declinata dall’articolo 21 Costituzione come facoltà di manifestare la propria opinione, e non di diffamare con menzogne sui giornali; 3) il carcere non è affatto un deterrente per quelle persone che sanno di scrivere o di affermare la verità. Quanti giornalisti, sconosciuti e non, sono stati querelati e in seguito prosciolti perché hanno firmato articoli o inchieste scomode ma vere? Sallusti ha diffamato pubblicando il falso e, de iure condito, può subire l’incarcerazione.

Link all’articolo:

http://www.dazebaonews.it/images/stories/pdf/SALLUSTI.pdf

Repubblica protegge gli intoccabili della trattativa Stato-mafia

Repubblica continua nella strenua difesa del capo dello Stato che, secondo i suoi stessi consiglieri, si è prodigato per salvare il suo amico Mancino dal processo sulla trattativa. Ma la posizione di Napolitano si fa sempre più compromessa.

È datata 24 agosto l’ultima arringa difensiva del quotidiano la Repubblica a supporto del capo dello Stato. La pietra dello scandalo è ancora una volta il tentativo – fortunatamente rivelatosi vano – da parte di Napolitano di influenzare la magistratura per salvare il suo amico Mancino. Questa volta l’editoriale assolutorio reca la firma di Ezio Mauro, direttore del giornale romano, che con beffarda ragionevolezza cerca di ridimensionare le polemiche riguardanti le telefonate fra Mancino e il Colle. L’intero mondo della carta stampata si schiera dalla parte di Repubblica sostenendo che la procura di Palermo, che indaga sulla trattativa, abbia leso delle presunte prerogative – quali non si sa – della Presidenza della Repubblica attraverso le intercettazioni telefoniche dove compare Napolitano. In altre termini s’intende che il capo dello Stato gode di una particolare immunità che impedisce agli inquirenti di ascoltare le sue conversazioni telefoniche. Peccato che questa tesi non trovi riscontri legislativi, né ve ne sono nella costituzione, risulta pertanto inopportuno il conflitto di attribuzione sollevato dal Colle.

Poche le voci fuori dal coro fra cui Di Pietro in parlamento, il Fatto fra i giornali e sul web Beppe Grillo: il loro appoggio va ai magistrati che intercettando la voce di Napolitano hanno agito nel pieno rispetto della legge; tanto più che il telefono sotto controllo non era il suo ma quello di Mancino. Ciononostante gli inquirenti palermitani sono stati crivellati da una violenta campagna mediatica ancora aperta, la cui ultima sferzata è arrivata da Giuliano Ferrara: “… I magistrati di Palermo dicono minchiate, puttanate – e con particolare riferimento a Ingroia afferma – Sono dei fottuti carrieristi che cercano la ribalta mediatica per ottenere un posto in politica”. Tuttavia l’aspetto cruciale dell’intera vicenda rimane il fatto che il Quirinale abbia impegnato tre organi dello Stato – una procura, l’Avvocatura e la consulta – per una questione campata in aria. Una mossa che contribuisce a gettare ulteriori ombre sulla trattativa fra Stato e mafia che ha portato alla morte del giudice Paolo Borsellino. Napolitano ha dunque fatto una scelta di campo proteggendo sotto la propria egida chi sa e non vuole fornire lumi su quella terribile stagione stragista.

Dal G8 alla Valsusa: breve reportage sulla repressione poliziesca (VIDEO)

Le stesse voci dei protagonisti rivelano la devianza di uno Stato che è avvezzo a silenziare il dissenso col discredito, colla forza e con qualsiasi altro mezzo utile mantenere lo status quo. I nuovi gerarchi come i vecchi, il popolo non ha potere: dissentire è un crimine.
Testo (guarda il filmato cliccando qui o sull’immagine sopra):
«Questo breve intervento, intitolato “Boicottaggi di Stato: la doppia morale dei nuovi conservatori”, si apre con un indovinello: chi è stato a pronunciare il seguente discorso?
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”
Ebbene, a dispensare questi nefasti consigli non è stato un criminale psicopatico, bensì un ex presidente emerito della repubblica, considerato dai pennivendoli di regime un esimio statista. Il suo nome è Francesco Cossiga, un moderato per definizione, con qualche nostalgia squadrista. Queste dichiarazioni risalgono al 2008 quando cresceva nel Paese l’onda di protesta studentesca, innescata dagli indiscriminati tagli alla scuola pubblica ad opera congiunta dei ministri Tremonti e Gelmini. I referenti messi in campo dal governo in quell’occasione per allestire un tavolo di confronto con gli studenti furono i poliziotti: scelta alquanto deprecabile, ma estremamente emblematica del perverso rapporto fra politica e cittadinanza. I politici oggigiorno si sentono dei piccoli principi rinascimentali e, talvolta, impiegano la polizia alla stregua di una propria milizia personale; Cossiga non ne ha fatto mistero, usandola per reprimere nel sangue il dissenso studentesco.
Le forze dell’ordine sono l’ultimo baluardo per la casta e presidiano assiduamente i palazzi del potere, siano essi luoghi istituzionali o mere espressioni dell’oligarchia finanziaria: nel mese di maggio di quest’anno a Francoforte si sono radunati giovani da tutta Europa per contestare pacificamente le politiche fiscali della Bce. Nonostante gli spostamenti del corteo fossero stati adeguatamente segnalati alle autorità competenti, la polizia con chiaro intento intimidatorio ha impedito la libera circolazione ai manifestanti bloccandone alcuni alle porte della città, altri a debita distanza dalla banca, altri ancora sono stati invece arrestati per presunti reati bagatellari. “Non disturbare il manovratore” sembra il monito che proviene dai colpi dei manganelli degli agenti che, a più riprese, non si limitano a difendere le plumbee sedi istituzionali, ma affondano persino attacchi scatenando tafferugli che per deontologia dovrebbero contribuire a evitare.
L’uso politico delle forze dell’ordine è di matrice autoritaria è serve a nascondere un problema: l’autismo e l’autoreferenzialità di una classe dirigente che non vuole e non può ascoltare le umane istanze di un popolo che chiede equità e giustizia. Serve a celare la grave crisi di rappresentanza che ammorba il Paese e ne rallenta il progresso. Non serve invece sciorinare la pomposa retorica delle distinzioni, dicendo che la componente buona della polizia è maggioritaria: se il partito dei poliziotti fedeli e ligi al dovere non alza la voce è come se non esistesse. La gente scende in piazza spinta dalle esigenze di una vita immiserita da anni di politiche truffaldine, ma ad accoglierla non ci sono più i partiti, bensì schiere di agenti in tenuta antisommossa.
Gli scenari fin qui evocati non possono che riportarci ai tragici fatti del G8 di Genova del 2001. Il tema è tornato recentemente d’attualità dopo l’uscita al cinema del film “Diaz”. Tralasciando che è un film di notevole valore storico, dato che si basa sulla ricostruzione probatoria del processo che ha portato alla condanna di diversi membri delle forze dell’ordine, la realtà che ha portato alla luce dovrebbe occupare la ribalta mediatica e politica: un plotone di esecuzione che irrompe in una scuola adibita a ostello, e, dopo la chiusura dei lavori al G8, pesta a sangue uomini e donne inermi. Non contenti i carnefici seviziano alcune vittime nel carcere di Bolzaneto, senza che nessun ministro l’indomani riferisse in parlamento. Non credo che questo sia un insabbiamento, ma che diversamente denoti la distanza tra politica e cittadini, che sono considerati tuttalpiù un’appendice scomoda della società utile solo in caso di elezioni. E la facilità con cui talvolta la magistratura dispone arresti nei confronti di manifestanti incensurati conferma questa tesi: nel settembre del 2011 ad esempio sono state arrestate in Val di Susa un’infermiera (madre di tre figli) e una studentessa di medicina che si trovavano in una baita nei pressi del cantiere di Chiomonte per garantire un minimo di assistenza medica ai Notav.
Nello zaino di una delle due donne sono stati rinvenuti lacci emostatici, disinfettanti e garze sterili: insomma il perfetto kit  da terrorista incallito. Risulta difficile comprendere le ragioni di tal provvedimento disposto dalla procura di Torino di cui Gian Carlo Caselli è il capo. Soprattutto se si considera che le due donne sono state trattenute in carcere per settimane per un ipotesi di reato alquanto bislacca: concorso morale in aggressione a pubblico ufficiale. Tradotto significa che siccome si trovavano dalla parte dei Notav e non da quella della polizia – ma va’? – sono state accusate di tifare per i valsusini. Sembra il teatro dell’assurdo, dove alla stregua della poetica orwelliana il solo trovarsi in un luogo bandito è causa di deportazione. Ma evidentemente per Caselli e colleghi tutto rientra nella normalità; tuttavia agli occhi dei più potrebbe apparire strano che il parlamento neghi l’arresto di Nicola Cosentino (concorso esterno in associazione camorrista) e di Alberto Tedesco (associazione a delinquere) per reati ben più gravi. Molti la vivono come un’ingiustizia che innesca una riflessione generale sull’uso che viene fatto delle carceri italiane: non un luogo dove ci finiscono tutti i delinquenti, ma solo alcuni, quelli sfigati, e spesso utilizzato anche come potente deterrente per chi si oppone al potere politico. Quanti mandanti a volto coperto di stragi e omicidi conta la storia italiana dal dopoguerra a oggi? Quanti i truffatori dello Stato? E infine quanti i capri espiatori?
Proviamo ora più nel concreto ad analizzare il comportamento e il funzionamento delle forze dell’ordine, per esempio considerando l’annosa questione dei permessi di soggiorno. I dibattiti che si celebrano attorno al tema immigrazione sono generalmente caratterizzati da argomenti funzionali alla retorica politica, e non alla risoluzione dei problemi. Quando si parla di determinazione della cittadinanza mediante il principio dello ius soli o dello ius sanguinis si pone l’accento su una questione marginale. Per rendersene conto basterebbe accompagnare in questura un immigrato che deve chiedere o rinnovare un permesso di soggiorno. Sorvolando sui paradossi legislativi secondo cui un extracomunitario dovrebbe mettere piede in Italia solo dopo aver già trovato un lavoro in regola (legge Bossi-Fini), chi approda nel nostro paese trova diversi ostacoli per regolarizzare la propria posizione. A dispetto della scarsità dei controlli sullo sfruttamento della manodopera clandestina imperante in tutta la Penisola, uno straniero deve cimentarsi con un iter burocratico snervante, composto per altro dalla richiesta di documenti superflui e tra loro equivalenti, come ad esempio il CUD, il Modello Unico e una dichiarazione del datore di lavoro che certifichi la presenza dell’immigrato sul posto di lavoro.
Tuttavia la critica non verte sulla legittimità di tale richiesta, quanto sull’inefficacia della stessa dovuta alla mancata predisposizione e/o implementazione di sportelli che accolgano e aiutino gli stranieri, regolari e non, a compilare cotanta risma mettendoli in pari con la legge. Ma la Bossi-Fini sappiamo che classifica gli irregolari come delinquenti e ne dispone l’arresto, congestionando le già precarie condizioni delle patrie galere. In barba al principio costituzionale di uguaglianza si può concludere che lo Stato italiano discrimina gli extracomunitari per il solo fatto di non essere nati all’interno del recinto dell’Unione Europea. Questo punto evidenzia una palese contraddizione che pesa come un macigno sulla credibilità della nostra politica estera: l’Italia ripudia l’immigrazione e al contempo ne beneficia, reclutando manovalanza clandestina che contribuisce ad abbassare i livelli medi dei salari.
Una doppia morale che si evince anche in altri ambiti istituzionali caratterizzando la storia della repubblica italiana fin dai suoi albori. Un doppio gioco che si staglia anche nell’ampio panorama delle opere pubbliche, non sempre ideate per rispondere alle esigenze della collettività. I comitati che si oppongono a infrastrutture inutili e dannose vengono spesso dipinti dalla stampa di regime come dei barbari retrogradi con probabili infiltrazioni terroristiche ed eversive. Eppure basterebbe recarsi in loco per rendersi conto che la realtà è un’altra: il più delle volte si tratta di cittadini ben informati sulla propria vertenza, che hanno tentato di comunicare con le istituzioni senza tuttavia ricevere alcuna risposta. Purtroppo questi gruppi non possiedono i mezzi per potersi difendere da attacchi strumentali, cadendo inesorabilmente sotto l’immane potenza di fuoco mediatica dispiegata dagli organi governativi. Così i Notav diventano blackbloc, i Nogronda Noglobal, gli studenti terroristi etc.
La mistificazione è un’arma bianca di distrazione di massa, la più diffusa nelle redazioni giornalistiche. La si usa soprattutto per nascondere delle verità scomode figlie di scelte scellerate di una politica degna del più bieco assolutismo. È il caso dell’omicidio Aldrovandi a cui non viene dato per nulla risalto da una stampa asservita alla casta, nonostante i poliziotti che parteciparono al massacro del ragazzo siano stati recentemente condannati in via definitiva. Un opportuno risalto mediatico della notizia avrebbe potuto quantomeno indurre il capo della Polizia a licenziare i responsabili del reato che invece sono stati semplicemente trasferiti. Una prassi molto simile a quella usata dal clero quando spedisce i sacerdoti pedofili ad annunciare la parola di Dio lontano dai luoghi dove hanno consumato le molestie. Un altro caso eclatante di mistificazione mediatica è rappresentato dalle notizie che circolano intorno a Nicola Mancino riguardo alla trattativa fra Stato e Mafia. Le sue incessanti pressioni sul Quirinale per poter ottenere un trattamento speciale dalla procura di Palermo sono passate in secondo piano in favore di una improbabile ipotesi di conflittualità fra le procure che si occupano della trattativa. Alcuni giornali per l’occasione si sono trasformati in dei veri e propri uffici stampa della Presidenza della Repubblica, sottolineando l’importanza di un coordinamento globale delle indagini tanto auspicato da Napolitano.
Sebbene la fiducia nell’attuale classe politica e nei suoi editori maggiordomi stia inesorabilmente crollando, occorre comunque equipaggiarsi al meglio contro le balle di regime. Nei periodi di declino infatti – o di basso impero – i governi e i loro cortigiani non risparmiano tiri mancini pur di rimanere attaccati allo scettro. Infine, ogni tanto, per evitare di abboccare a simili amenità, non guasterebbe farsi una capatina in quei luoghi tanto demonizzati dai mass media; magari nella selvaggia Val di Susa infestata dai sordidi pirati Notav o in qualche altro presidio contro le barbarie odierne. Ci si accorgerebbe toccando con mano di avere di fronte persone normali, e non pericolosi briganti».

Crisi politica, la soluzione del vate(r) d’Arcais: club di ariani

Continua la crociata degli intellettuali contro il Movimento Cinque Stelle. Questa volta muove dalle colonne del Fatto Quotidiano e a condurla è un veterano dei buoni salotti, dove i galantuomini sono soliti riunirsi per commentare corsi e ricorsi della storia. Stiamo parlando del famigerato Paolo Flores d’Arcais, una penna nobile che con lingua pedantesca si erge a difesa di legalità e giustizia. Oggi apre il suo editoriale parlando di Beppe Grillo e del suo movimento politico. Sostiene che Cinque Stelle ha “un carattere padronale (…) dove chi è fuori e chi è dentro lo decide Beppe con la procedura del Minosse dantesco”: una menzogna dettata o dall’ignoranza o dalla malafede. Infatti basterebbe leggersi le poche pagine del non-statuto per capire che chiunque non sia iscritto a partiti politici può farne parte. Ma, udite udite, il requisito aureo per potersi candidare alle elezioni di qualsiasi grado è quello di essere incensurati!

UNA RAZZA SUPERIORE – Una regoletta semplice insomma, che, se inserita – e rispettata, sic! – negli statuti degli odierni partiti, da sola sarebbe in grado di ripulirli dalla feccia che hanno accumulato dal secondo dopoguerra a oggi. Fantascienza forse, ma solo per l’Italia; è noto infatti che all’estero, come in Germania, c’è chi si vede stroncare una carriera politica per aver “soltanto” copiato una tesi di laurea. In altri paesi addirittura ci si dimette per non aver pagato i contributi alla colf! Suvvia d’Arcais, è il caso di prendersela col Cinque Stelle? Solo perché ha detto che non farà coalizioni? Capisco le sue velleità elitarie che abbracciano un mondo dominato da gruppi d’illuminati – com’è che li chiama nell’articolo? Ah sì, “club intellettuali” –, ma deve pur riconoscere che i cinque stelle sono gente onesta e preparata, magari non stilnovisti del linguaggio come lei, ma comunque degni di partecipare alla politica del Paese. A spaventare semmai è più la sua idea di formare una lega di superuomini che spazzino via le tenebre del malaffare, dell’ingiustizia. Una razza ariana, insomma, aristocratica che riporti l’ordine; ma la deriva a quel punto sarebbe inevitabile.

Il Fatto scarica il M5S: Grillo? Troppo sudicio e volgare

Posted aprile 16th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Giornalettismo & disinformazione

DOTTOR ING. GRAN MASCALZON DI GRAN CROC. — Dopo l’ennesima articolessa spregiativa su il Movimento Cinque Stelle (M5S) apparsa su il Fatto Quotidiano, è opportuno sfatare alcuni  falsi miti che gravitano attorno alla figura di Beppe Grillo. Innanzitutto occorre precisare che il giornale diretto da Padellaro sta conducendo — seppur alla chetichella — una campagna mediatica denigratoria nei confronti del neonato Movimento sulla base di semplici battute del suo fondatore. Qui sta il primo errore madornale: il M5S non si identifica in Beppe Grillo, ma in quello che il comico ha propugnato in anni di battaglie civili ad appannaggio dei beni comuni. Secondariamente impernia le sue invettive sulle imprecazioni del comico — sorrido mentre lo scrivo — scandalizzandosi come una turgida badessa per la volgarità del suo linguaggio. Già in passato sia durante manifestazioni che su magniloquenti editoriali Grillo è stato trattato come un menomato, un lebbroso balbuziente, indegno di parlare dai divini pulpiti da cui dissertano personaggi del calibro di (li metto in ordine decrescente di arroganza) — Dottor Ing. Gran Mascalzon di Gran Croc. — Paolo Flores d’Arcais, Eugenio Scalfari, Paolo Mieli, Gad Lerner.

UN GIORNALE CLERICALE — Non voglio generalizzare, ma questi sedicenti stilnovisti del giornalismo e del galateo proprio non riescono a vedere più in là del loro naso. Prendiamo ad esempio il primo della nomenclatura, quello col cognome “vagamente” nobiliare; in occasione di una manifestazione in difesa della legalità a Roma d’Arcais si dimenò come una prefica petulante affinché a Grillo venisse tolto il microfono e quindi la parola, per evitare che parlasse male del Capo di Stato. Questi maestrini d’altronde, dalle colonne dei loro giornali, non perdono occasione per sparare a zero sull’esuberanza “populista” e/o “demagogica” del comico stacanovista. Per quel che mi riguarda penso sia una mera mistificazione e trasfigurazione del comico/politico ispiratore del movimento che viene costantemente vilipeso appellando i suoi militanti “grillini”, epiteto spregiativo, sgraziato e limitativo. In realtà gli attivisti del M5S sono liberi cittadini con idee antitetiche all’attuale malaffare politico, insomma tutto fuorché antipolitica. Sono semmai la politica autentica, ovvero quella che si occupa della polis. Di che altro dovrebbe occuparsi un politico se non della buona amministrazione dei beni comuni (ospedali, scuole, strade etc.)?! Insomma il Fatto Quotidiano dovrebbe perdere un po’ di quella puzza sotto al naso che sta accumulando negli ultimi tempi. In fondo oggigiorno anche i preti dicono le parolacce!

Fonte:

Movimento 5 Stelle, l’obiettivo ‘terzo partito nazionale’ è a portata di mano