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Pmi veneta a Grillo: “Voto in cambio di aiuti”. Lui: “Partecipate” (VIDEO)

Posted febbraio 10th, 2013 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Economia, Politica, Profeti moderni

Ieri a Treviso l’incontro fra rappresentanti della Piccola e Media Impresa e Beppe Grillo. “Condividiamo le stesse idee” dice il comico precisando di non essere disposto a fare promesse in cambio di voti.

TREVISO – Ieri Beppe Grillo ha fatto visita ad alcuni rappresentanti della Piccola e Media Impresa veneta. Secondo il comico è stato un incontro dove si è scoperto di condividere le stesse istanze: abbattimento della pressione fiscale, chiusura di Equitalia, modifica e/o abolizione dell’Irap, pagamento dell’Iva solo a fatture incassate etc. Dalla convergenza sulle priorità per dare respiro alle aziende, si è passati tuttavia a discutere di una prassi antipatica al comico genovese. “Mi hanno chiesto: ‘Cosa farai per noi’ – afferma Grillo –, gli ho risposto che non mendichiamo il voto, se vogliono possono iscriversi e portare le loro idee all’interno del MoVimento”.

Insomma, sembra soffocata sul nascere quella atavica prassi invalsa fra associazioni di categoria e vecchi politicanti: voto in cambio di leggi su misura. Le antenne di Grillo però hanno captato il malcostume, esortando i piccoli artigiani e imprenditori veneti a impegnarsi politicamente in prima persona. Sulla scia di quanto detto agli attivisti di Casa Pound – travisato completamente da certa cattiva stampa – il fondatore del Movimento 5 Stelle conferma l’idea di una forza politica aperta, “ecumenica” come direbbe lui: “Se hai i requisiti per entrare – ripete come un mantra – ti iscrivi e porti le tue idee all’interno. Se vengono condivise vanno avanti”.

Video:

Incontro Grillo e Casaleggio con imprenditori a Treviso

“Fuori l’elenco dei mutui del Pd con Mps”, l’appello dalla rete

È quanto chiede Claudio Messora dalle pagine del suo blog Byoblu.com. L’appello è stato anche rilanciato dallo stesso Messora durante la trasmissione televisiva L’Ultima Parola (VIDEO).

Ci sono stati due chiari avvertimenti che hanno segnato la storia del ménage à trois Monte Paschi-Pd-Pdl. Il primo è stato quello di Pier Luigi Bersani quando poche settimane fa disse riferendosi ai Berluscones: “Se ci attaccano li sbraniamo”. Alla boutade si agganciò subito Beppe Grillo replicando dai palchi del suo tour elettorale: “Gargamella – Bersani, nda –, con cosa vorresti sbranare? Ti sono rimaste solo le gengive“. Il messaggio implicito del segretario del Partito Democratico era inequivocabile: se voi del Pdl ci attaccate, innescate una guerra senza quartiere dove cadremo entrambi visto il coinvolgimento del vostro coordinatore nazionale Denis Verdini nell’inchiesta su Monte Paschi.

Il secondo monito proviene da Giorgio Napolitano che esorta stampa e magistratura a non diffondere notizie destabilizzanti per il sistema bancario italiano. A godere di questa cappa di silenzio ci sarebbe un ammucchiata di interessi: dagli organi di vigilanza (Consob e Bankitalia), poco solerti nell’intervenire, ai due partiti che con l’istituto senese andavano a nozze, Pd e Pdl. Ora l’appello alla trasparenza, forse l’unico di buon senso, lanciato dal blogger Claudio Messora ai vertici del Partito Democratico: “Se il Pd vuole almeno provare ad avere titolo per rivendicare un po’ di credibilità, deve fornire l’elenco di tutti i mutui a tasso agevolato, di tutti i finanziamenti e i prestiti in sofferenza ottenuti da nominati, dirigenti ed eletti, unitamente all’elenco di tutte le contribuzioni di nominati e dirigenti del Monte dei Paschi di Siena, insieme alle donazioni degli stessi, spontanee o meno. In fondo, tutto questo ci è costato 4 miliardi di euro almeno: abbiamo il diritto di sapere e il diritto di mandarli tutti a casa”.

Video:

Caro PD, fuori tutti i nomi di chi ha preso mutui agevolati da Monte dei Paschi

Tariffe acqua 2013: profitti garantiti per i gestori del servizio

Continuano i tentativi di eludere l’esito del referendum sull’acqua pubblica, l’ultimo è stato quello dell’attuale governo che reintroduce il profitto garantito alle società di gestione private.

Dopo aver ricevuto la delega dal parlamento, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas (Aeeg) ha approvato il Metodo tariffario transitorio per il servizio idrico. Rientra dalla finestra quello che era stato fatto uscire dalla porta col referendum sull’acqua del 2011: la remunerazione del capitale investito. Nella delibera dell’Aeeg si legge infatti che “gli oneri finanziari sul capitale immobilizzato” dovranno essere coperti dalle tariffe. Ciò significa che, nella selva di voci che infestano le nostre bollette, potremmo trovarne una dedicata a garantire un profitto sicuro al gestore del servizio. Non solo, in sede di consultazione, al fine di elaborare atti di regolamentazione tariffaria o di altro genere, saranno invitate al tavolo dell’Aeeg gli operatori del settore. Un modo gentile per dirci: “Cari cittadini i controllati si siederanno a decidere, insieme ai controllori, le regole del gioco”. Nulla di male s’intende, tuttavia la questione è passata in sordina dal parlamento, e addirittura è scomparsa dai maggiori organi d’informazione. Forse perché sarebbe difficile spiegare a una folta platea che un autorità indipendente (?!) come l’Aeeg chiede consiglio alle imprese sottoposte alla sua vigilanza su come regolare il mercato.

In fondo a questo governo e a questo parlamento si chiede soltanto un po’ più di coraggio. Il coraggio di affermare i propri aneliti neoliberisti; basterebbe che i tecnici semplificassero un po’ il linguaggio e dicessero apertamente che vogliono affidare il monopolio di risorse come l’acqua a società di capitali private, scalabili, controllabili, dal profitto garantito perché l’acqua è un bene a domanda fissa, non si può rinunciare a consumarla. Persino la cosiddetta sinistra di Bersani non ha nulla da eccepire a riguardo, tant’è che avvallò spudoratamente un decreto legge del governo Berlusconi che mirava alla privatizzazione del servizio idrico, presentato a soli due mesi dal successo referendario per l’acqua pubblica; fortunatamente in quell’occasione il provvedimento fu cassato dalla corte costituzionale. Ora destra sinistra e Monti tornano alla carica scavalcando la volontà popolare che abrogava la legge sulla remunerazione del capitale investito. Hanno cambiato le parole, come quando aggirarono un altro esito referendario, quello del ’93, ribattezzando il finanziamento ai partiti “rimborso elettorale”.

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Francia, stop esodo dei ricchi: bocciata la tassa sui megaredditi

Bocciata la legge, ma non il principio. La Consulta francese blocca la tassa sui redditi milionari perché iniqua, ora il governo dovrà modificarla se vuole proseguire la sua battaglia sociale.

L’aliquota del 75% applicata sui redditi che sforano il milione di euro all’anno, ha da subito sollevato polemiche dopo che ha trovato applicazione nella finanziaria del 2013. Mostri sacri della finanza e del cinema, uno su tutti Gérard Depardieu, hanno gridato alla scandalo e trasferito residenza e guadagni in lidi fiscali più accoglienti. Una fuga che lor signori si possono permettere a differenza della quasi totalità dei loro concittadini francesi, fedeli, volenti o nolenti, a uno stato che li stringe nella morsa fiscale più dura degli ultimi tempi. La misura definita nella legge di bilancio “eccezionale” e della durata di soli due anni avrebbe prodotto, secondo alcuni osservatori, un modico gettito di 210 milioni di euro all’anno. Cifra assai scarsa, scrive sabato scorso il Financial Times, per raggiungere quei 20 miliardi dichiarati da Hollande che servono ad abbattere il deficit dello Stato. Un introito basso, certo, per l’erario francese, indice tuttavia di una debole propensione della classe (super)ricca ad aiutare un paese in crisi, indotto come l’Italia dall’Europa a tagliare la spesa sociale per risanare i conti pubblici.

Molti dirigenti dell’alta finanza hanno di fatto anticipato la mossa del governo migrando nelle vicine Londra e Bruxelles, quando ancora Hollande imperversava in campagna elettorale contro i grandi patrimoni. Fra i detrattori c’è chi dice addirittura che la legge ha il sapore di una confisca e che l’aliquota del 75% è destinata a perdurare anche oltre i due anni prescritti (*). Del resto l’opinione pubblica se n’è fatta una ragione, e in un sondaggio di settembre (**) si è detta favorevole alla norma tanto indigesta per la finanza. Il motivo è semplice: di fronte a un impoverimento generale il maggiore sforzo dev’essere sostenuto dai più abbienti, che tuttavia hanno scelto la più comoda e codarda – ma i francesi non erano patriottici?! – via della fuga. Ora, però, la sentenza del Conseil constitutionnel, equivalente della nostra Corte costituzionale, ha bocciato l’introduzione della tassa asserendo che non può essere applicata al reddito personale, ma a quello del nucleo famigliare. La palla passa dunque al governo, chiamato ad apporre le necessarie modifiche per varare una norma che, prima in Europa, va a colpire i veri detentori del potere.

* Fonte: “Buyout experts join Paris fight”, Financial Times del 29/12/2012

** Fonte: Il Fatto Quotidiano

Debito pubblico oltre i 2000 mrd ma nessuno parla di “cifra nera”

Posted dicembre 17th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Economia

L’aumento del debito anche quest’anno è stato inarrestabile, sforata quota 2000 è destinato ancora a crescere. Tuttavia nei dati comunemente presi in considerazione non figura la zavorra della cifra nera: ecco spiegato che cos’è.

A Natale molleremo in regalo ai nostri nipotini un po’ di debito in più: btp e obbligazioni, invece di giocattoli e dolci. L’Italia ha finalmente raggiunto il traguardo dei 2000 miliardi, potremo dunque smetterla di recitare l’antifona dei “quasi” 2000 miliardi: ora sono proprio 2000. Una cifra ragguardevole che ci mette in coda soltanto alla Grecia nella speciale classifica dei paesi europei più indebitati (*). Monti non è riuscito a frenare la corsa inarrestabile del debito, nonostante l’ingente applicazione di tagli alla spesa pubblica, dalla sanità agli stanziamenti per gli enti locali. Negli ultimi tempi, grazie anche all’innalzamento della pressione fiscale, il bilancio dello Stato ha sempre chiuso in avanzo primario, purtroppo però non siamo mai riusciti a ripagare per intero gli interessi sul debito. E così ogni anno l’economia italiana è stata sempre più schiacciata dallo spread e dall’estenuante impegno di piazzare i nostri titoli sul mercato. E la crescita che fine ha fatto? Orfani della cosiddetta “fase due” del governo, quella ipoteticamente portatrice di sviluppo economico, ora ci troviamo a fronteggiare la crisi soltanto con qualche chilo di debito in più sul groppone.

Eppure qualche misura per risparmiare senza aumentare di troppo le tasse la si sarebbe trovata comunque. Sono anni ormai che comitati cittadini di ogni genere suggeriscono a una classe dirigente con orecchie da mercante dove andare a incidere col bisturi. Qualche esempio? Rinunciare all’acquisto di cacciabombardieri, di treni ad alta velocità, a progetti al limite dell’assurdo come il ponte sullo Stretto di Messina o al Corridoio 5 in Val di Susa, alle “missioni di pace” internazionali etc. Oppure a quella zavorra che azzoppa la nostra economia che si potrebbe chiamare, mutuando l’espressione dagli studi in ambito giuridico del magistrato Piercamillo Davigo, la cifra nera del debito. Ieri il programma televisivo Report ha fornito un ottimo esempio di quello che si può a tutti gli effetti considerare un debito sommerso. Si tratta dei contratti che Eni ha stipulato con la russa Gazprom per l’acquisto di gas naturale. Un accordo commerciale che prevede l’acquisto forfettario di gas anche se l’Italia non ne avrà bisogno. E il costo di questo surplus, dato che il maggiore azionista di Eni è lo Stato, dove pensate verrà scaricato? Ma sulle bollette naturalmente! Non si chiamerà debito, però è salato lo stesso.

* Il riferimento è al rapporto debito/pil e non a cifre assolute, dove tra l’altro l’Italia primeggia.

Grecia, contro la povertà: vendita cibo scaduto per due soldi

Posted dicembre 12th, 2012 by marcomachiavelli and filed in carestie e miseria, Delinquenza politica, Economia, Ingiustizia sociale

Cresce il numero dei poveri nel paese ellenico chiuso nella morsa fra debito e povertà. Mentre il governo pensa a commercializzare il cibo scaduto, i creditori internazionali chiedono nuovi tagli alla spesa pubblica.

La Grecia è povera e aumentano i nuovi poveri. Sono circa un terzo della popolazione secondo lo studio statistico dell’istituto ellenico Elstat, che prende tuttavia in esame l’anno 2009. In tre anni la situazione non è certo migliorata, e anzi ci sono stati tagli alla spesa pubblica di grossa entità. Il governo ora ha pensato di riparare con quella che sembra più una trovata pubblicitaria che un’efficace rimedio: vendere i cibi scaduti, scontati del 66%, che altrimenti sarebbero finiti in discarica. A parte la stranezza di quel 66 – perché non un bel 65 tondo, on un 70 – e l’atavico fascismo di imporre un prezzo o una regola – perché non lasciare libertà di decidere lo sconto o di donare, dato che si tratta di merce fuori mercato –, si deduce che la volontà dell’esecutivo sia quella di guadagnarci qualcosa anche su queste piccole vendite. Ovvero, di inglobare nel mercato una fetta di popolazione che viveva nell’indigenza e non versava devotamente le tasse. Ciò significa nuovo gettito per lo Stato, a fronte di un mancato guadagno su merci che diversamente sarebbero andate distrutte.

Il nuovo presunto gettito servirà, non tanto a una nuova iniezione di soldi nella spesa pubblica – sanità, cultura, benessere – quanto a ripagare i creditori internazionali che quotidianamente speculano sulle spalle dei cittadini greci meno abbienti. Si dirà, ma i Greci hanno il più alto tasso di corruzione d’Europa (seguiti a ruota dall’Italia peraltro); peccato che il danno causato alle finanze elleniche sia opera di poche migliaia di persone su un paese che ne conta 11 milioni. E a pagare sono e saranno come al solito gli ultimi, non la classe dirigente bancarottiera e corrotta. Se l’obbiettivo dei creditori – troika: Ue, Bce, Fmi – è quello di rientrare dei prestiti, che applichino almeno dei tassi d’interesse agevolato e che prestino i soldi direttamente allo Stato invece che alle banche private loro consociate. Sulla Grecia, porto di mare ad uso e consumo delle grandi potenze mondiali, sta calando un crepuscolo che porterà lo Stato a vendere ai magnati della finanza il proprio patrimonio artistico e naturale. È già stato scritto, è già avvenuto, e la spirale cleptomane dei beni ellenici non è destinata a esaurirsi a breve.

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Equitalia, fatturato in crescita fra pignoramenti e ingiunzioni

Posted dicembre 5th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Discriminazioni, Economia, Ingiustizia sociale

I dati parlano di un impennata dei crediti recuperati da Equitalia. Mano ferma e impassibile quella dell’agenzia privata a capitale pubblico, inflessibile anche coi meno abbienti: ecco i dati.

Equitalia S.p.A., ente di diritto privato a capitale pubblico – metà dell’Inps e metà dell’Agenzia delle Entrate –, riscuote successo. Non certo fra la plebe composta per lo più di contribuenti certosini – cittadini, piccole e medie imprese – che, se non pagano, è perché non ce la fanno; secondo il principio di un vecchio adagio infatti i ladri, o evasori, non possono mai superare il numero degli onesti, altrimenti lo Stato naufragherebbe dritto verso la bancarotta. Il successo di Equitalia S.p.A. viene accolto dunque da governo, che deve comunque remunerare l’agenzia per i suoi servigi, e salotti buoni dell’imprenditoria, verso cui non viene esercitata la stessa pressione esattoriale riservata agli ultimi. Una disparità di trattamento talvolta registrata nero su bianco, come dimostrato dalla puntata della trasmissione Report del 06-11-2011. In quell’occasione l’ex ministro Brunetta si era visto sospendere un’ingiunzione di Equitalia, mostratasi deferente nei confronti del politico. Ancor prima in verità, nell’aprile del 2010, Report pubblicava stralci di una direttiva Equitalia che ordinava di “non sollecitare i pagamenti” nei casi di “morosità rilevanti”, con particolare riferimento a partiti, imprese e Vip.

La notizia, ripresa nell’immediato anche dal Fatto Quotidiano, ci ha consegnato inevitabilmente un’immagine sporca dell’agenzia privata di riscossione, nata sotto il governo Berlusconi III. Alla luce di questo profilo, i dati del fatturato Equitalia suonano come una mannaia che si abbatte quasi esclusivamente sulle teste dei meno abbienti: 3 miliardi e 800 di recupero coattivo nel 2005, fino ad arrivare ai circa 9 miliardi incassati nel 2010 con un rialzo del 130% (*). Si segnala inoltre un aumento di pignoramenti presso terzi arrivati a circa 133 mila; i preavvisi di fermo (su auto e moto) raggiungono ormai quota 1 milione e 600 mila, mentre i fermi veri e propri ammontano a circa 600 mila. Ulteriore addendo è quello relativo alle iscrizioni di ipoteca su case, capannoni e terreni (anticamera della vendita all’asta), pari a circa 150.000, mentre i pignoramenti immobiliari azionati da Equitalia ammontano a circa 12.000, contro gli 8.700 del 2007(**). Insomma un bollettino di guerra che avrebbe potuto risparmiare qualche vittima se la riscossione fosse rimasta in mano agli enti territoriali. Comuni, province e regioni dispongono già infatti di uffici preposti e, vivendo a più stretto contatto con le realtà locali, potrebbero dispensare, oltre alle tanto odiate cartelle esattoriali, anche un po’ più di umanità.

* Dati elaborati da Cgia Mestre

** Fonte: Fiscal-focus.info

Banca Popolare di Milano, prestiti facili per i politici del Pdl

Alla Banca Popolare di Milano politici di spicco del Pdl ottenevano facili prestiti durante l’amministrazione di Ponzellini. Santanchè, Brambilla, La Russa, Romani sono solo alcuni dei fortunati destinatari delle ingenti somme: una storia di favori.

L’ex presidente Massimo Ponzellini finisce ai domiciliari nel maggio 2012, e da allora alla Banca Popolare di Milano (Bpm) tira aria di fuggi fuggi. Non per i normali correntisti, che per aprire un mutuo vengono radiografati da testa a piedi, ma per alcuni politici di destra abituati in passato a ricevere facili prestiti su intercessione di Ponzellini. Si tratta di ingenti somme ottenute con garanzie ridicole, roba che se le presentasse un normale cliente verrebbe quantomeno deriso; e non dal presidente, ovviamente, ma da un semplice direttore di filiale. Il caso più eclatante è quello di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier, che vanta un fido personale di un milione di euro e un altro di cinque per sua holding Pbf Srl, interamente utilizzati, il cui rientro è previsto a breve. La Bpm ha magnanimamente accettato come garanzie una fideiussione personale di Berlusconi junior e l’impegno, da parte della sua società, di cedere i proventi derivanti da una fantomatica operazione immobiliare. Ben altre cifre riguardano invece la Quintogest, una finanziaria a corto di fondi per la quale Ignazio La Russa si è prodigato non poco.

Come si evince dalle intercettazioni telefoniche del luglio 2011 l’ex ministro della difesa sollecitava Ponzellini ad aumentare il fido di Quintogest, cui Bpm aveva già prestato 44 milioni di euro. A Spingere La Russa fu probabilmente la partecipazione di sua moglieLaura De Cicco, nella finanziaria attraverso la società Idi Consulting. Altri trattamenti di riguardo sono toccati ai deputati Pdl Santanchè, Brambilla e Romani, evidentemente i clienti più bisognosi dell’intera banca – ma aiutare precari e piccole imprese no? Alla notizia ha fatto eco, domenica su Rai Tre, l’inchiesta del programma Report che ha portato alla luce i collegamenti fra Ponzellini Pdl e Lega. Immagini impietose hanno immortalato politici ammanicati col banchiere meneghino che scappavano di fronte alle domande del giornalista Sigfrido Ranucci. In particolare l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è distinto in quanto a inciviltà: dopo aver accuratamente evitato di rispondere a Ranucci, lo ha afferrato per un braccio spingendolo via come un bullo di periferia. Il giornalista aveva semplicemente chiesto lumi sulla nomina di Ponzellini a presidente di Pbm. Ma d’altronde si sa, le domande fuori copione non sono proprio gradite alla casta.

Grecia, la Troika “Svendere o fallire”, intanto chiudono ospedali

Posted novembre 15th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Economia, Politica, Spaventapasseri

Mentre negli ospedali ellenici si lesina sulle punture, la Banca centrale europea, con calma, decide se concedere nuovi aiuti economici.

Mentre il povero – si fa per dire – ministro delle Finanze greco, tal Yannis Stournaras, cerca di piazzare sul mercato nuovi titoli di stato – per pagare quelli in scadenza –, “a palazzo” il direttivo della Banca Centrale Europea medita, con calma, una possibile soluzione. Le due realtà, quella istituzionale-finanziaria delle scrivanie in mogano e quella degli ospedali a mezzo servizio, entrano in rotta di collisione, la cui disarmante manifestazione è il costante assedio della popolazione al parlamento di Atene. La Grecia del presidente Samaras naviga a vista e, strozzata dai debiti, non può attuare politiche di sviluppo a lungo termine, perché ogni abbozzo di riforma è vincolato ai dettami della troika (Fmi, Bce, Ue). La repubblica ellenica risulta essere infatti la beneficiaria del più ingente prestito mai erogato dal Fondo Monetario Internazionale (*), sebbene l’emergenza odierna dipenda necessariamente da un placet della Bce. Oggi scadrà appunto l’asta di obbligazioni, dalla quale il ministro Stuornaras si aspetta di ricavare il miliardo che serve a ripagare i titoli che scadranno venerdì.

Estinguere debiti aprendone altri, a tassi sempre maggiori s’intende, e sempre che ci si riesca. L’esito dell’operazione dipenderà tuttavia dalla scelta della Bce di alzare o meno il plafond delle risorse destinate al salvataggio delle banche elleniche. Il limite è di 12 miliardi che gli istituti ellenici possono ottenere ogniqualvolta offrano come garanzia buoni del tesoro precedentemente acquistati. Le preoccupazioni a questo punto vertono sul fatto che tale somma sia già stata superata con l’asta di martedì scorso, ma la stessa Bce potrebbe scongiurare il rischio aumentando, come ha fatto quest’estate, la cifra del prestito. Basterebbe un cenno, eppure si tergiversa portando all’esasperazione un popolazione già sbandata nell’estremismo di destra con l’elezione in parlamento di un partito neonazista. Insomma, dopo tre finanziarie dissanguanti, un referendum sulla permanenza nell’Ue soffocato in culla, l’anatocismo dei creditori internazionali e il terrorismo psicologico dei media sulle ricadute di un possibile default, alla Grecia non rimane che povertà e disperazione.

*fonte: Wikipedia

L’anatema di Obama: repubblicano licenzia operai, Fitch e S&P KO

Posted novembre 12th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Economia, Giustizia, Politica

Gli effetti della vittoria di Obama non finiscono di stupire: il magnate del carbone Robert Murray, sfegatato fan di Romney, deluso dall’esito delle urne licenzia 163 operai. Intanto in Italia due agenzie di rating, dopo aver sfiduciato la politica del presidente democratico, vengono rinviate a giudizio.

La Procura della Repubblica di Trani ha disposto, dopo due anni d’indagini, il rinvio a giudizio di sette dirigenti delle più importanti agenzie di rating al mondo. Stiamo parlando di Fitch e di Standard & Poor’s (S&P), accusate dagli inquirenti di aver messo in piedi una macchina del fango per deprezzare le obbligazioni dello Stato italiano. L’inchiesta è nata in seguito agli esposti presentati dai legali rappresentanti delle associazioni di consumatori Adusbef e Federconsumatori, che hanno ravvisato nella condotta dei vertici delle agenzie un potenziale danno economico per l’erario italiano. In particolare si denunciava l’agenzia S&P per aver licenziato un dispaccio che dava un marcato giudizio negativo alla manovra finanziaria del nostro governo, prima della sua pubblicazione ufficiale. L’accusa mossa dagli inquirenti è quella di aver manipolato il mercato finanziario, peggiorando di fatto la quotazione dei titoli obbligazionari italiani. Un danno pagato dai contribuenti sotto forma di interessi sulle obbligazioni che hanno inevitabilmente subito un’impennata.

Prevedibile conseguenza è stata l’influenza esercitata dalle citate agenzie sull’operato del governo, che ha dovuto abdicare alla propria sovranità in termini di politica economica. Il caso ha voluto che le imputazioni venissero confermate dal gip poco dopo la vittoria di Obama, salutata improvvidamente da Fitch e Moody’s – altra indagata eccellente nell’inchiesta di Trani, poi prosciolta – con l’annuncio di un possibile declassamento dei titoli del tesoro americano. Ironia della sorte… Ma nei cda delle agenzie di rating qualcosa dovrà cambiare se non vorranno trovarsi sommersi dagli avvisi di garanzia. Magari proprio per mano di qualche omologa americana delle nostre associazioni di consumatori. Sembra il compimento di un taumaturgico anatema di Obama, che oggi tuttavia ha segnato negativamente la vita di numerosi lavoratori d’oltre oceano. Il magnate americano del carbone Robert Murray ha infatti licenziato 163 operai a causa della sconfitta del suo beniamino Mitt Romney alle elezioni presidenziali. “Se vince Obama – scriveva ai suoi dipendenti – l’industria del carbone verrà eliminata e la stessa fine farà il vostro lavoro”. Profezia o imperdonabile pretesto?

Boom elettorale Grillo-Obama: Italia e Usa sfiduciati dai mercati

Posted novembre 11th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Economia, Politica, Profeti moderni

All’indomani del successo del Movimento 5 Stelle in Sicilia i mercati sfiduciano l’Italia con un – 1,5 su Piazza Affari, mentre le agenzie di rating Moody’s e Fitch minacciano di declassare i titoli Usa dopo la vittoria di Obama: venti di guerra tra democrazia e finanza?

USA – Prim’ancora che la vittoria di Obama fosse ufficializzata, le agenzie di rating Moody’s e Fitch diramavano dispacci su un possibile declassamento dei titoli di stato americani. In particolare Moody’s paventava un giudizio che dall’attuale “AAA” sarebbe sceso a “Aa1″. Un segnale dell’alta finanza che suona come un diktat per il presidente appena rieletto, il quale dovrà scegliere se continuare con la politica keynesiana del “deficit spending” o attuare l’austerity suggerita dai ratings. Una partita che si gioca tutta sulle future sorti del debito pubblico americano, già ampiamente attestatosi oltre il 100% del Pil grazie a una norma approvata dal Congresso nella scorsa legislatura. A far infuriare i grandi investitori americani è stata però la cosiddetta legge Dodd-Frank, introdotta da Obama dopo aver messo mano alle casse federali per salvare banche e assicurazioni. Si tratta di un codice etico che devono adottare i destinatari degli aiuti governativi, al fine di rendere più trasparenti le proprie attività. Un duro colpo per chi era abituato a mercanteggiare titoli tossici o derivati, dove chi vende sa tutto e chi compra un bel niente.

SICILIA – Il Movimento 5 Stelle primeggia sull’isola e Piazza Affari risponde (in negativo). La borsa di Milano perde in fatti un punto e mezzo percentuale il giorno dopo l’affermazione del movimento fondato da Grillo come prima forza politica della Sicilia. Non solo, anche lo spread segue lo stesso andazzo e sale oltre quota 350, confermando che l’esito delle regionali siciliane è stato mal digerito dai mercati. Agli attenti operatori di borsa non sarà certamente sfuggito l’euroscetticismo dei Cinque Stelle che, attraverso il loro capo, hanno più volte espresso la volontà di sottoporre a referendum la scelta di rimanere o meno nell’eurozona. Un altro aspetto che accomuna Grillo a Obama è il rifiuto di chiedere a comitati d’affari finanziamenti per la campagna elettorale: in Sicilia, come anche nelle altre regioni, i fondi sono stati raccolti grazie a micro-donazioni di privati cittadini raggiunti da una capillare organizzazione di banchetti informativi sul territorio e dalla pubblicità su internet. Difficilmente ricattabili dall’alta finanza i movimenti di Grillo e Obama rappresentano una bomba a orologeria disposta a far saltare gli interessi dei creditori internazionali pur di salvaguardare il welfare.

Ft: Sicilia, i 5 Stelle primo partito con 25.000 euro di campagna

Posted ottobre 31st, 2012 by marcomachiavelli and filed in Economia, Politica

Il Financial Times s’interessa delle elezioni siciliane, autentica cartina di tornasole per le politiche nazionali: le posizioni dei Cinque Stelle turbano i mercati finanziari.

Ottobre, 29. Il Financial Times titola in prima pagina: “Gli elettori in Sicilia concedono al comico l’ultima risata”. Il comico è ovviamente Beppe Grillo e il titolo ironizza sul fatto che i siciliani si affidino a un istrione per rilanciare la propria regione. Non a un professore in Loden munito di abaco e gessetto, di cui comunque il dissesto finanziario siciliano necessiterebbe, bensì un gruppo di giovani alle prime armi che sono diventati la prima forza politica sull’isola con pochi soldi. Venticinquemila per la precisione, tutti raccolti con microdonazioni e con la vendita di gadget, che sono serviti per finanziare una campagna elettorale gremita di folle. Passi da gigante, dunque, per il M5s che aumenta il suo elettorato in Sicilia di circa il 500%(*) rispetto alle regionali del 2008, dove in realtà presentava una lista denominata “Amici di Beppe Grillo” appoggiando la candidatura alla presidenza di Sonia Alfano. La vittoria tuttavia, fa notare il Ft, è andata al candidato Rosario Crocetta, esponente sui generis di uno strano assemblamento politico che comprende Pd e Udc: i due partiti tradizionalmente agli antipodi hanno preferito coalizzarsi piuttosto che affrontarsi.

Il carattere locale di questa tornata elettorale ha fatto sì che le divergenze fra i due schieramenti non emergessero in maniera netta. Anche se bisogna precisare che la candidatura di Crocetta, dichiaratamente omosessuale, dev’essere stata mal digerita a livello nazionale dai ferventi cattolici del partito di Casini. Secondo il Ft questo tipo di coalizioni riflette l’estremo tentativo della vecchia politica di non scomparire, oltre che rimarcare la distanza fra cittadini e l’attuale sistema partitico. Sconcertante a tal proposito è il dato sull’astensionismo, calcolato intorno al 47% degli aventi diritto al voto: quasi un siciliano su due non si è recato alle urne. Numeri che se ribaltati sul piano nazionale fanno tremare le gambe ai mercati, preoccupati da una possibile debacle delle forze politiche europeiste che lascerebbero il passo ai movimenti euroscettici. Fra questi, oltre ai Cinque Stelle, si può annoverare pure una parte consistente del Pdl che, dopo le recenti contestazioni di Berlusconi alla Germania “egemone”, assume una posizione “più populista, vicina a quella di Grillo”.

*Fonte: Regione Sicilia, servizio elettorale