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Elezioni. Verona: no del sindaco leghista al comizio di Grillo

Lo Tsunami Tour del Movimento 5 Stelle procede a singhiozzo. Il primo intoppo capita a Verona, dove il sindaco leghista Tosi si attarda a concedere piazza Brà – quella intorno all’Arena – per il comizio di Beppe Grillo.

Che il Movimento 5 Stelle fosse inviso a tutti i partiti è cosa nota, ma che i politici si nascondessero dietro al dito della burocrazia per mettergli i bastoni fra le ruote è una scorrettezza da basso impero. Non bastassero i tentativi di boicottaggio da parte dei consolati e dei falsari del contrassegno elettorale, ora gli attivisti del M5s devono confrontarsi con l’ostilità delle amministrazioni locali. A Verona il nove febbraio farà tappa la campagna elettorale di Beppe Grillo, chiamata evocativamente Tsunami Tour.

Gli attivisti veronesi del M5s, per l’occasione hanno chiesto formalmente alla giunta del sindaco leghista Flavio Tosi l’autorizzazione per poter organizzare l’evento in piazza Brà, quella dell’Arena per intenderci. La risposta è stata un bel deferimento alla “disciplina elettorale” con cui la prefettura si riserva di regolare la propaganda delle formazioni politiche. Un prassi consolidata, secondo gli attivisti veronesi del M5s, “per ritardare l’inizio legale della campagna elettorale”. Gli organizzatori prevedono inoltre la presenza di una folla numerosa, motivo per cui necessitano della piazza più grande della città.

Video:

Beppe Grillo – Tsunami Tour a Pisa – 15.01.2013

Elezioni, governo nega il voto a 25.000 studenti all’estero

Il presidente Giorgio Napolitano emana un decreto per agevolare il voto degli italiani all’estero. Nel provvedimento si dimenticano però gli studenti del progetto Erasmus, circa 25.000 ragazzi sparsi in tutto il mondo. Lo stesso numero di elettori fu determinante nel 2006 per la vittoria del centrosinistra.

Prodi ci vinse le elezioni con 25.000 voti, ma l’attuale governo sembra non curarsene. Nemmeno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – lo stesso, per intenderci, che firmava le “leggi vergogna” di berlusconiana memoria e che la Consulta ha recentemente incoronato re al di sopra delle legge con una sentenza scontata, criticata aspramente persino dai più grandi costituzionalisti italiani come Zagrebelsky e Cordero – ha mosso un dito per difendere il diritto di quei 25.000 studenti all’estero di esprimere democraticamente il voto alle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio. Parliamoci chiaro, questi per la maggior parte sono studenti meritevoli che hanno ottenuto la possibilità di andare a studiare all’estero sulla base dei crediti universitari conseguiti, facendo domanda di adesione al progetto di scambio culturale denominato Erasmus.

Secondo gli ultimi dati resi disponibili dal Rapporto Annuale Erasmus, nell’anno accademico 2010/2011 gli studenti italiani che hanno deciso di andare a studiare temporaneamente all’estero sono stati più di 22.000. Ma la tendenza è in forte crescita e si contano circa 1.000 studenti in più all’anno (*), circostanza presumibilmente dovuta alla volontà dei ragazzi di trovare dei solidi agganci per un futuro lavoro appagante, che in italia è stato loro negato. Negato, proprio come il diritto al voto che hanno perso a causa di un decreto legge – il numero 223 del 18 dicembre 2012 – approvato dal Consiglio dei Ministri di concerto col Quirinale. Il provvedimento, pubblicato alla chetichella sulla Gazzetta Ufficiale la vigilia di Natale, dispone una serie di agevolazioni per gli italiani temporaneamente all’estero – ma non ivi residenti – per “motivi di servizio o di missioni internazionali”, al fine di garantire il libero accesso alle prossime votazioni politiche.

Non sono dunque contemplati gli studenti Erasmus – vedi art. 2 del testo –, che per votare dovrebbero recarsi in Italia a loro spese, senza il benché minimo rimborso. Il problema, tuttavia, non è ignoto ai vertici istituzionali, dato che già nelle scorse due legislature – una presieduta dalla sinistra e l’altra dalla destra – si scatenarono petizioni di studenti che chiedevano di poter esercitare il proprio diritto di voto al pari dei loro compagni di università spagnoli, inglesi, tedeschi e persino messicani, i cui rispettivi paesi hanno attivato comode procedure di voto telematico. Cos’hanno da dire a proposito i signori Monti Mario e Napolitano Giorgio, che si sono trincerati dietro un decreto legge discriminatorio e platealmente in contrasto con l’articolo 48 della Carta Costituzionale? Il sospetto, più che fondato, è che si voglia impedire a una frangia di persone colte e ben orientate verso il rinnovamento di una classe politica in declino, di poter influire sull’esito delle urne di lunedì 25 febbraio.

Mario! Giorgio!… Paura eh?!

(*) Fonte: byoblu.com, Non faranno votare 25mila studenti

Beppe Grillo/Casa Pound: finta liaison manipolata dai media (VIDEO)

Titoli di fuoco hanno subito tacciato Grillo di affinità col movimento di estrema destra Casa Pound. Nel filmato in calce, riportato senza manipolazioni, si vede però un’altra scena: un dialogo accidentale, per strada, dove ognuno spiega le proprie ragioni. “Se mi dici – spiega Grillo a un ragazzo di Casa Pound – andiamo contro la Polizia e diamo delle manganellate, io non ci sto”.

Non bastasse la fregatura del simbolo scopiazzato, il Movimento 5 Stelle subisce l’ennesimo attacco a mezzo stampa riguardo a una presunta liaison dangereuses fra Beppe Grillo e Casa Pound. I titoli più sensazionalistici si omologano nella locuzione “Beppe Grillo apre ai neofascisti di Casa Pound”, mentre i giornali più sobri (?!) come Repubblica titolano “Grillo ai fascisti di Casa Pound: – se volete benvenuti nel M5S”. Se questa è informazione… Nel filmato in calce ci si può tranquillamente fare un opinione senza mediazioni taroccate. Non si vedrà altro che il comico genovese parlare con dei ragazzi del movimento d’ispirazione fascista su temi d’interesse comune.

“Il nostro – spiega Grillo agli militanti di Casa Pound – è un movimento ecumenico (…) se un ragazzo di Casa Pound ha i requisiti per entrarci, ci entra”. Quali saranno mai questi requisiti? Fedina penale pulita, non essere iscritti a partiti, non avere due legislature alle spalle (a qualsiasi livello istituzionale: comune, provincia, regione, parlamento) e fare politica per spirito di servizio civile, senza velleità di carriera. Quest’ultimo principio è quello che ha ispirato i più grandi uomini di stato che l’Italia abbia mai conosciuto; uno su tutti Giovanni Falcone (VIDEO). Qualche simpatizzante del Movimento 5 Stelle, tuttavia, si è risentito delle parole che Grillo ha scambiato con Casa Pound. È il caso di un consigliere comunale di Carpi, eletto come indipendente grazie al sostegno di Grillo e iscritto all’Anpi, che ha deciso di tagliare i ponti col MoVimento, forse fuorviato dall’ingannevole battage mediatico riservato alla vicenda.

Video:

Beppe Grillo & Casapound al Viminale 10.1.2013 – VIDEO INTEGRALE NON MANIPOLATO

Rigassificatore di Trieste: comune dice no, ma viene approvato

Cortocircuito democratico a Trieste: comune e provincia dicono no alla costruzione di un rigassificatore, così la regione se lo approva da sé. Ecco spiegato nell’articolo come si bypassa, a norma di legge (!), la volontà popolare.

A Trieste in questi giorni è esploso un caso che travalica i confini del capoluogo friulano. La costruzione in città di un’opera ad alto impatto ambientale, come un rigassificatore, dovrebbe essere sottoposta al vaglio degli abitanti del medesimo ambito territoriale (comune, provincia). Come è recentemente successo in Val d’Aosta, dove – grazie allo statuto speciale di cui è dotata – è stato possibile indire un referendum propositivo regionale per decidere se costruire o meno un inceneritore di rifiuti – chiamato ingannevolmente dai promotori piro-gassificatore disattendendo le direttive europee, che identificano detti impianti esclusivamente col termine “inceneritore”. Ma a Trieste le cose sono andate diversamente, e a prendersi in carico la decisione di costruire è stata solo la regione. In realtà l’iter di approvazione dell’opera ha inizialmente seguito le canoniche tappe procedurali, salvo poi incagliarsi. Quando cioè la regione ha chiesto le necessarie autorizzazioni a comune e provincia ha ricevuto un bel due di picche. Ed è qui che una legge beffarda – la 241 del 1990 e s.m.i. – è intervenuta a salvare l’ecomostro e gli interessi che nasconde.

Se prima questa legge era fondata su precetti di buon senso, dopo la sua riforma – art. 49 del Decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 – si è trasformata in pretesto per bypassare le più elementari regole democratiche di governo del territorio. In particolare laddove recita che si conferisce potere “decisorio” a un ente, qualora questo abbia ottenuto la diffida a procedere da parte di altre amministrazioni pubbliche. Applicato al caso in esame significa che la regione Friuli Venezia Giulia, stante il diniego del comune e della provincia di Trieste, ha imbastito un tavolo di tecnici che deliberasse in prima persona (*). Questi sotto pressione della giunta hanno approvato all’unanimità il progetto, scaricando di responsabilità i politici regionali ben consci del fatto che l’opera non nutre il favore della popolazione. Insomma un lavarsi le mani in piena regola ad opera di una classe politica friulana che non vuole scontentare nessuno. Né le lobby che concorreranno alla costruzione del rigassificatore, né i cittadini; ma questi ultimi, si sa, covano già un profondo malumore.

* Chiamasi istituto della Conferenza dei servizi, disposto dalla suddetta modifica alla legge 241/90.

Cacciato dal Pd perché ha denunciato la speculazione edilizia

Il caso di Carmine Parisi è uno dei tanti all’interno del Pd: a livello locale è alto il numero di epurati che si sono opposti al malaffare politico-imprenditoriale.

Il Pd è un partito giovane che ha inglobato diverse anime della sinistra italiana. I dissidi sono all’ordine del giorno, sia a livello nazionale che a livello locale. Ma la storia di Carmine Parisi ci svela che certe fratture sono insanabili specialmente quando ci si confronta sui rapporti tra imprenditoria e pubblica amministrazione. Sul blog di Beppe Grillo lunedì è stata pubblicata una lista di cosiddette epurazioni, perpetrate soprattutto nei consigli comunali a scapito di numerosi esponenti del partito di Bersani. Motivo? Il semplice non allinearsi a decisioni calate dall’alto che non producevano benefici per la comunità, bensì vantaggi economici per pochi. Come nel caso di Agropoli, ridente cittadina del Cilento, già colpita da colate di cemento selvagge negli anni del boom economico, di cui Carmine Parisi è consigliere comunale. Il giovane militante del Pd, dopo essere stato eletto tra le file della maggioranza, ha voluto portare avanti una battaglia serrata in difesa del territorio, senza tuttavia trovare l’appoggio del suo partito. In particolare Parisi contestava la presenza nelle liste di alcuni costruttori di Agropoli poi eletti consiglieri.

Un anno fa l’editto: espulsione per contrasti con le indicazioni di partito. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la mancata stesura di un piano urbanistico che tutelasse i pochi spazi verdi scampati fino ad allora alla speculazione edilizia. Occorre precisare che Agropoli è una città immersa nel Parco Nazionale del Cilento, riconosciuto Patrimonio dell’umanità dell’Unesco e dal 1997 Riserva della biosfera. La dissidenza del consigliere ha trovato la solidarietà di un compagno di partito, anch’egli espulso nello stesso periodo. Entrambi partecipavano alla redazione e diffusione del giornalino “Trasparenza e Legalità” nel quale denunciavano una serie di conflitti d’interessi legati ai costruttori eletti con loro nella maggioranza. Una vicenda che lancia un messaggio inquietante ai giovani con le mani pulite che vogliono avvicinarsi alla politica. Eppure nel Pd nessuno sembra preoccuparsene, nemmeno dopo che il consigliere Parisi ha segnalato ai vertici del partito la sua espulsione arbitraria. Di diverso avviso sono state invece le reazioni dei Giovani Democratici, organizzazione giovanile del Pd, che hanno subito preso le distanze dai loro superiori.

Guarda il video dell’intervista a Carmine Parisi:

“Cacciato dal Pd perché ho denunciato la speculazione edilizia”

Napolitano terrorizzato dalla pubblicazione delle sue telefonate

Il Presidente della Repubblica blocca i lavori della procura di Palermo che stava per mettere agli atti dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia le sue telefonate con Mancino. Episodio che stride con la giornata di oggi in cui si celebra il ventennale della scomparsa del giudice Paolo Borsellino.

Cosa può spingere un vegliardo ottuagenario prossimo a ritirarsi a vita privata a scaldarsi tanto? L’anzianità dovrebb’essere l’età della serenità e della saggezza, e invece al sol pensier che la procura di Palermo renda noto il contenuto di un paio di sue telefonate Napolitano perde le staffe. Scompone il suo decoro istituzionale fatto di ridicoli moniti e assurdi tentativi di moralizzazione, insinuando il dubbio che i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia abbiano abusato del loro potere inficiando le prerogative dell’Inquilino del Quirinale. Lo fa impegnando inutilmente un’altra istituzione come l’Avvocatura dello Stato per accusare prepotentemente Messineo e Ingroia (apostrofato ieri come pazzo da Dell’Utri), che a detta di insigni giuristi hanno operato nel pieno rispetto della legge. Nel decreto con cui ha incaricato l’Avvocatura il “Presidentissimo” chiede addirittura che le succitate intercettazioni vengano distrutte, ma il procuratore di Palermo Messineo ribatte che ciò può essere fatto solo davanti al gip e non su iniziativa degli inquirenti.

Insomma una querelle degna della corte del Re Sole, dove Napolitano recita la parte del monarca che vuole a tutti i costi il potere assoluto per silenziare l’ordinario e onesto lavoro di una certa procura. Per di più qui si sta parlando di intercettazioni indirette, nel senso che il telefono sotto controllo non era quello del Capo di Stato, bensì quello di un comune cittadino – seppur molto influente – come Nicola Mancino. Se poi l’ex ministro dell’Interno telefona anche al Presidente della Repubblica è ovvio che nelle intercettazioni ci finiscono entrambi. La vicenda invero si staglia in un panorama più complesso in cui Mancino e Napolitano si affannerebbero per salvare le rispettive reputazioni: Mancino ai tempi della strage di via D’Amelio faceva parte dell’esecutivo e probabilmente era a conoscenza della trattativa (e chissà mai che non verrà asseverato che ne fosse un fautore). Quella stessa trattativa che Paolo Borsellino non avrebbe mai accettato, motivo per cui è stato ammazzato. Loro si affannano, e noi oggi nel giorno del ventennale della sua morte commemoriamo la figura di un giudice che si è immolato per servire noi tutti. 19 luglio 1992 – 19 luglio 2012, ancora nessun colpevole.

Milano, ritirata cittadinanza onoraria a Dalai Lama: Cina gioisce

Vergognoso episodio in cui il comune di Milano si dimostra essere assoggettato ai diktat che arrivano dalla Cina: il Dalai Lama Tenzin Gyatso non diventerà cittadino onorario di Milano.
Ci risiamo. Lo scorso giugno la giunta del comune di Milano si rimangia la parola data: in occasione della sua visita nel capoluogo meneghino il Dalai Lama Tenzin Gyatso avrebbe dovuto ricevere la cittadinanza onoraria, ma in extremis l’esecutivo presenta un decreto che dispone una celebrazione analoga senza il conferimento del titolo onorifico. Il sospetto che siano arrivate pressioni dall’ambasciata cinese rimane irrilevante di fronte a un istituzione democratica che si piega a logiche di convenienza diplomatica. Il coraggio che si è chiesto al nuovo sindaco Pisapia è stato subito disatteso da questa gaffe miserabile. Un gesto esemplare sarebbe servito per dare un segnale di discontinuità con la solita politica degli inciuci e della deferenza ai poteri forti. Persino il governatore Formigoni ha trovato parole solidali per Pisapia, affermando che per fare politica occorre scendere a compromessi. Insomma quando ci sono di mezzo gli affari destra e sinistra vanno sempre a braccetto.
Pare infatti che alcuni diplomatici di Pechino abbiano minacciato il ritiro della Cina dall’Esposizione Universale Milano 2015. E poiché comune e regione partecipano alla società che gestisce l’evento, l’abbandono da parte dei cinesi sarebbe stato un duro colpo per l’economia dell’organizzazione. L’unica voce levatasi a favore della cittadinanza di Tenzin Gyatso è stata quella di Mattia Calise, giovane consigliere del Movimento Cinque Stelle, che ha ribadito la posizione del suo gruppo deciso a non accettare i diktat della Cina. Ma il suo intervento si è spento nell’indifferenza del resto dell’assemblea consiliare. Milano non ha saputo contrastare l’egemonia politico-economica di un governo che reprime nel sangue i moti di protesta tibetani e viola la libertà individuale del suo popolo. Curioso il fatto che nel 2007, durante una precedente visita del Dalai Lama in Italia, l’Ulivo milanese rimproverò all’allora sindaco Moratti di non aver organizzato alcun incontro ufficiale. A Pdl e Pd(-l) evidentemente piace fare gli onori di casa solo in presenza di dittatori del calibro di Gheddafi e Mubarak.
Video:
Calise Mattia consiglio comunale del 21 06 2012: pro cittadinanza onoraria al Dalai Lama

Dal G8 alla Valsusa: breve reportage sulla repressione poliziesca (VIDEO)

Le stesse voci dei protagonisti rivelano la devianza di uno Stato che è avvezzo a silenziare il dissenso col discredito, colla forza e con qualsiasi altro mezzo utile mantenere lo status quo. I nuovi gerarchi come i vecchi, il popolo non ha potere: dissentire è un crimine.
Testo (guarda il filmato cliccando qui o sull’immagine sopra):
«Questo breve intervento, intitolato “Boicottaggi di Stato: la doppia morale dei nuovi conservatori”, si apre con un indovinello: chi è stato a pronunciare il seguente discorso?
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”
Ebbene, a dispensare questi nefasti consigli non è stato un criminale psicopatico, bensì un ex presidente emerito della repubblica, considerato dai pennivendoli di regime un esimio statista. Il suo nome è Francesco Cossiga, un moderato per definizione, con qualche nostalgia squadrista. Queste dichiarazioni risalgono al 2008 quando cresceva nel Paese l’onda di protesta studentesca, innescata dagli indiscriminati tagli alla scuola pubblica ad opera congiunta dei ministri Tremonti e Gelmini. I referenti messi in campo dal governo in quell’occasione per allestire un tavolo di confronto con gli studenti furono i poliziotti: scelta alquanto deprecabile, ma estremamente emblematica del perverso rapporto fra politica e cittadinanza. I politici oggigiorno si sentono dei piccoli principi rinascimentali e, talvolta, impiegano la polizia alla stregua di una propria milizia personale; Cossiga non ne ha fatto mistero, usandola per reprimere nel sangue il dissenso studentesco.
Le forze dell’ordine sono l’ultimo baluardo per la casta e presidiano assiduamente i palazzi del potere, siano essi luoghi istituzionali o mere espressioni dell’oligarchia finanziaria: nel mese di maggio di quest’anno a Francoforte si sono radunati giovani da tutta Europa per contestare pacificamente le politiche fiscali della Bce. Nonostante gli spostamenti del corteo fossero stati adeguatamente segnalati alle autorità competenti, la polizia con chiaro intento intimidatorio ha impedito la libera circolazione ai manifestanti bloccandone alcuni alle porte della città, altri a debita distanza dalla banca, altri ancora sono stati invece arrestati per presunti reati bagatellari. “Non disturbare il manovratore” sembra il monito che proviene dai colpi dei manganelli degli agenti che, a più riprese, non si limitano a difendere le plumbee sedi istituzionali, ma affondano persino attacchi scatenando tafferugli che per deontologia dovrebbero contribuire a evitare.
L’uso politico delle forze dell’ordine è di matrice autoritaria è serve a nascondere un problema: l’autismo e l’autoreferenzialità di una classe dirigente che non vuole e non può ascoltare le umane istanze di un popolo che chiede equità e giustizia. Serve a celare la grave crisi di rappresentanza che ammorba il Paese e ne rallenta il progresso. Non serve invece sciorinare la pomposa retorica delle distinzioni, dicendo che la componente buona della polizia è maggioritaria: se il partito dei poliziotti fedeli e ligi al dovere non alza la voce è come se non esistesse. La gente scende in piazza spinta dalle esigenze di una vita immiserita da anni di politiche truffaldine, ma ad accoglierla non ci sono più i partiti, bensì schiere di agenti in tenuta antisommossa.
Gli scenari fin qui evocati non possono che riportarci ai tragici fatti del G8 di Genova del 2001. Il tema è tornato recentemente d’attualità dopo l’uscita al cinema del film “Diaz”. Tralasciando che è un film di notevole valore storico, dato che si basa sulla ricostruzione probatoria del processo che ha portato alla condanna di diversi membri delle forze dell’ordine, la realtà che ha portato alla luce dovrebbe occupare la ribalta mediatica e politica: un plotone di esecuzione che irrompe in una scuola adibita a ostello, e, dopo la chiusura dei lavori al G8, pesta a sangue uomini e donne inermi. Non contenti i carnefici seviziano alcune vittime nel carcere di Bolzaneto, senza che nessun ministro l’indomani riferisse in parlamento. Non credo che questo sia un insabbiamento, ma che diversamente denoti la distanza tra politica e cittadini, che sono considerati tuttalpiù un’appendice scomoda della società utile solo in caso di elezioni. E la facilità con cui talvolta la magistratura dispone arresti nei confronti di manifestanti incensurati conferma questa tesi: nel settembre del 2011 ad esempio sono state arrestate in Val di Susa un’infermiera (madre di tre figli) e una studentessa di medicina che si trovavano in una baita nei pressi del cantiere di Chiomonte per garantire un minimo di assistenza medica ai Notav.
Nello zaino di una delle due donne sono stati rinvenuti lacci emostatici, disinfettanti e garze sterili: insomma il perfetto kit  da terrorista incallito. Risulta difficile comprendere le ragioni di tal provvedimento disposto dalla procura di Torino di cui Gian Carlo Caselli è il capo. Soprattutto se si considera che le due donne sono state trattenute in carcere per settimane per un ipotesi di reato alquanto bislacca: concorso morale in aggressione a pubblico ufficiale. Tradotto significa che siccome si trovavano dalla parte dei Notav e non da quella della polizia – ma va’? – sono state accusate di tifare per i valsusini. Sembra il teatro dell’assurdo, dove alla stregua della poetica orwelliana il solo trovarsi in un luogo bandito è causa di deportazione. Ma evidentemente per Caselli e colleghi tutto rientra nella normalità; tuttavia agli occhi dei più potrebbe apparire strano che il parlamento neghi l’arresto di Nicola Cosentino (concorso esterno in associazione camorrista) e di Alberto Tedesco (associazione a delinquere) per reati ben più gravi. Molti la vivono come un’ingiustizia che innesca una riflessione generale sull’uso che viene fatto delle carceri italiane: non un luogo dove ci finiscono tutti i delinquenti, ma solo alcuni, quelli sfigati, e spesso utilizzato anche come potente deterrente per chi si oppone al potere politico. Quanti mandanti a volto coperto di stragi e omicidi conta la storia italiana dal dopoguerra a oggi? Quanti i truffatori dello Stato? E infine quanti i capri espiatori?
Proviamo ora più nel concreto ad analizzare il comportamento e il funzionamento delle forze dell’ordine, per esempio considerando l’annosa questione dei permessi di soggiorno. I dibattiti che si celebrano attorno al tema immigrazione sono generalmente caratterizzati da argomenti funzionali alla retorica politica, e non alla risoluzione dei problemi. Quando si parla di determinazione della cittadinanza mediante il principio dello ius soli o dello ius sanguinis si pone l’accento su una questione marginale. Per rendersene conto basterebbe accompagnare in questura un immigrato che deve chiedere o rinnovare un permesso di soggiorno. Sorvolando sui paradossi legislativi secondo cui un extracomunitario dovrebbe mettere piede in Italia solo dopo aver già trovato un lavoro in regola (legge Bossi-Fini), chi approda nel nostro paese trova diversi ostacoli per regolarizzare la propria posizione. A dispetto della scarsità dei controlli sullo sfruttamento della manodopera clandestina imperante in tutta la Penisola, uno straniero deve cimentarsi con un iter burocratico snervante, composto per altro dalla richiesta di documenti superflui e tra loro equivalenti, come ad esempio il CUD, il Modello Unico e una dichiarazione del datore di lavoro che certifichi la presenza dell’immigrato sul posto di lavoro.
Tuttavia la critica non verte sulla legittimità di tale richiesta, quanto sull’inefficacia della stessa dovuta alla mancata predisposizione e/o implementazione di sportelli che accolgano e aiutino gli stranieri, regolari e non, a compilare cotanta risma mettendoli in pari con la legge. Ma la Bossi-Fini sappiamo che classifica gli irregolari come delinquenti e ne dispone l’arresto, congestionando le già precarie condizioni delle patrie galere. In barba al principio costituzionale di uguaglianza si può concludere che lo Stato italiano discrimina gli extracomunitari per il solo fatto di non essere nati all’interno del recinto dell’Unione Europea. Questo punto evidenzia una palese contraddizione che pesa come un macigno sulla credibilità della nostra politica estera: l’Italia ripudia l’immigrazione e al contempo ne beneficia, reclutando manovalanza clandestina che contribuisce ad abbassare i livelli medi dei salari.
Una doppia morale che si evince anche in altri ambiti istituzionali caratterizzando la storia della repubblica italiana fin dai suoi albori. Un doppio gioco che si staglia anche nell’ampio panorama delle opere pubbliche, non sempre ideate per rispondere alle esigenze della collettività. I comitati che si oppongono a infrastrutture inutili e dannose vengono spesso dipinti dalla stampa di regime come dei barbari retrogradi con probabili infiltrazioni terroristiche ed eversive. Eppure basterebbe recarsi in loco per rendersi conto che la realtà è un’altra: il più delle volte si tratta di cittadini ben informati sulla propria vertenza, che hanno tentato di comunicare con le istituzioni senza tuttavia ricevere alcuna risposta. Purtroppo questi gruppi non possiedono i mezzi per potersi difendere da attacchi strumentali, cadendo inesorabilmente sotto l’immane potenza di fuoco mediatica dispiegata dagli organi governativi. Così i Notav diventano blackbloc, i Nogronda Noglobal, gli studenti terroristi etc.
La mistificazione è un’arma bianca di distrazione di massa, la più diffusa nelle redazioni giornalistiche. La si usa soprattutto per nascondere delle verità scomode figlie di scelte scellerate di una politica degna del più bieco assolutismo. È il caso dell’omicidio Aldrovandi a cui non viene dato per nulla risalto da una stampa asservita alla casta, nonostante i poliziotti che parteciparono al massacro del ragazzo siano stati recentemente condannati in via definitiva. Un opportuno risalto mediatico della notizia avrebbe potuto quantomeno indurre il capo della Polizia a licenziare i responsabili del reato che invece sono stati semplicemente trasferiti. Una prassi molto simile a quella usata dal clero quando spedisce i sacerdoti pedofili ad annunciare la parola di Dio lontano dai luoghi dove hanno consumato le molestie. Un altro caso eclatante di mistificazione mediatica è rappresentato dalle notizie che circolano intorno a Nicola Mancino riguardo alla trattativa fra Stato e Mafia. Le sue incessanti pressioni sul Quirinale per poter ottenere un trattamento speciale dalla procura di Palermo sono passate in secondo piano in favore di una improbabile ipotesi di conflittualità fra le procure che si occupano della trattativa. Alcuni giornali per l’occasione si sono trasformati in dei veri e propri uffici stampa della Presidenza della Repubblica, sottolineando l’importanza di un coordinamento globale delle indagini tanto auspicato da Napolitano.
Sebbene la fiducia nell’attuale classe politica e nei suoi editori maggiordomi stia inesorabilmente crollando, occorre comunque equipaggiarsi al meglio contro le balle di regime. Nei periodi di declino infatti – o di basso impero – i governi e i loro cortigiani non risparmiano tiri mancini pur di rimanere attaccati allo scettro. Infine, ogni tanto, per evitare di abboccare a simili amenità, non guasterebbe farsi una capatina in quei luoghi tanto demonizzati dai mass media; magari nella selvaggia Val di Susa infestata dai sordidi pirati Notav o in qualche altro presidio contro le barbarie odierne. Ci si accorgerebbe toccando con mano di avere di fronte persone normali, e non pericolosi briganti».