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Elezioni, disfatta dei partiti: troppa omertà fra gli “onesti”

La disastrosa sconfitta dei partiti alle recenti comunali è un fatto inconfutabile. Hanno perso tutti insieme perché si sono omologati e hanno cominciato a parlare la stessa lingua, trincerandosi dietro un governo tecnico su cui scaricare la responsabilità dell’austerità. Eppure non ce l’hanno fatta comunque, incassando una sonora batosta in termini di consenso elettorale. Il Pdl è addirittura sparito nelle grandi città. Le colpe di questa debacle sono imputabili al basso profilo morale – per non dire delinquenziale – della classe dirigente partitica. Non mi riferisco tanto a chi ha stretto accordi con la mafia come Berlusconi e Dell’Utri o Cuffaro dell’Udc di Casini, bensì a chi nei rispettivi partiti sapeva e non denunciava. Purtroppo questi ultimi sono una silenziosa maggioranza sia all’interno delle istituzioni che nel resto del paese. Annichiliti da una paura spesso infondata rinunciano alla propria dignità, nella puerile speranza che le malefatte dei loro colleghi finiscano nel dimenticatoio.

In realtà loro non sono in grado di commettere materialmente nessun tipo di delitto, nemmeno di pensarlo; ma sono pericolosi tanto quanto i criminali più efferati. Infatti la loro melliflua spossatezza genera omertà che è una vera manna per la delinquenza. Non c’è bisogno di pagarli minacciarli gambizzarli ammazzarli, tengono la bocca chiusa e stanno al loro posto proprio come un comodino. Innocui, docili, beneducati, talvolta istruiti e sempre servizievoli, buoni oratori benpensanti che fanno la smorfia giusta al momento giusto. Burattini che secondo l’Alighieri nemmeno erano degni di entrare all’inferno, costretti nel vestibolo a rincorrere vanamente un’insegna bianca pungolati e morsi da bestie ripugnanti. Sono quelli che il rimpianto Gramsci ricordava nella sua più celebre invettiva “Odio gli indifferenti” e che hanno causato l’odierna disfatta dei partiti, gettandoli nella più cruda infamia della loro storia dopo il fascismo. A proposito c’è ancora qualche esponente delle camicie nere infiltrato in parlamento: l’ex An, prima confluita nel Pdl, ora in Fli è un antico retaggio che ci trasciniamo dal Ventennio – come il suo progenitore l’Msi – di cui non abbiamo saputo fare a meno (peraltro in palese contrasto coi principi costituzionali).

In discussione oggi non c’è la tipologia di riforme da attuare per migliorare lo status quo, ma piuttosto la credibilità di chi ci rappresenta. Questa classe politica è inadeguata a guidare l’Italia e non può dileguarsi prima di aver scontato una giusta pena. I danni che ha arrecato sono troppi: li stanno pagando con l’immane perdita di consenso, li dovranno pagare affrontando un processo pubblico, alla stregua di chi viene imputato per bancarotta fraudolenta. Il debito pubblico è figlio della partitocrazia. Intanto nel Paese nascono nuovi movimenti d’opinione che trovano la loro più viva e concreta affermazione nel Movimento Cinque Stelle, senza tuttavia sottovalutare il mondo dell’associazionismo e di altre autentiche liste civiche (da non confondere con quelle civetta). Gente nuova che però esibisce antichi cavalli di battaglia: nonostante il mondo liberista insorga a difesa di un mercato drogato e controllato da pochi, questi moderni francescani ribadiscono la centralità del cittadino subordinando il mercato alle scelte della politica.

Se l’industria e la finanza sono a servizio di pochi oltre a essere inutili sono anche dannose. Ma la critica al capitalismo discende dal masterpiece di Marx, dove i problemi odierni sono trattati in maniera minuziosa. Che la produzione industriale fosse finalizzata all’accumulo di ricchezze da parte di un’élite e non al consumo era già stato teorizzato dall’acuto realismo del filosofo, che ha subito l’ostracismo della classe dominante dell’epoca. Tornando al presente, non possiamo non osservare che il processo ben descritto da Marx si è sviluppato nel successivo secolo fino ai giorni nostri, concentrando a livello mondiale l’80% della ricchezza nelle mani del 20% della popolazione. Nello Stivale la tendenza è la stessa seppur con percentuali differenti: gli ultimi dati disponibili parlano di una ricchezza pari al 50% in mano al 10% degli italiani. La conseguenza logica di questa disparità e che a quel 10% fa comodo disporre di una classe politica debole, deferente, inetta e facilmente corruttibile. Il fine ovviamente è quello di continuare a mantenere il possesso di quel 50-80%; perciò i 5 Stelle sono invisi al potere, sono facce nuove assetate di giustizia, e hanno dimostrato di saper rinunciare al denaro del finanziamento pubblico rispettando quanto espresso dal referendum del ’93. Cave canem.

Dell’Utri salvato dalla Cassazione: festeggiamenti ad Arcore

ROMA – La cassazione annulla la sentenza d’appello che condannava il senatore Dell’Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, respingendo al contempo la richiesta di un inasprimento della pena avanzata dalla procura generale di Palermo. Suscita scalpore il fatto che la corte fosse presieduta da un certo Aldo Grassi, noto compagno di merende del giudice “ammazza-sentenze” Corrado Carnevale – quello che, per intenderci, ha cancellato svariati verdetti che condannavano mafiosi, per vizi di forma. Ironia della sorte, il ruolo di zelante difensore del senatore in coppola è stato interpretato dal procuratore generale della Corte suprema, che con una patetica sviolinata ai giudici – definiti di “grandissimo e indiscusso profilo professionale” – ha chiesto che venisse annullata la sentenza di secondo grado. Raccontata così sembrerebbe una farsa, eppure il pg Francesco Iacoviello ha vestito di fatto i panni dell’avvocato di Dell’Utri, facendo presagire una sentenza favorevole per l’imputato già in fase di udienza.

UN ONESTO MAFIOSO IN BORGHESE – Tuttavia la decisione della V sezione della Cassazione non può cancellare l’onta mafiosa che incombe sul più stretto collaboratore di Berlusconi. L’impianto probatorio dei processi di primo e secondo grado svela una serie di inquietanti elementi che attestano gli stretti rapporti che Dell’Utri intesseva con la mafia. Lo stesso (dis)onorevole non ha mai smentito tali circostanze, facendosene talvolta un vanto (come dimostra questo video al minuto 2:30); insomma, per Dell’Utri, intrattenersi con mafiosi di grande calibro era una consuetudine neanche tanto sconveniente. Ma veniamo al nocciolo della questione: serve davvero una sentenza per sapere se questa persona ha una credibilità e un’attitudine tali da poter rappresentare con dignità il popolo italiano in parlamento? Quest’uomo non rinnega affatto i suoi legami con criminali mafiosi e molto probabilmente non finirà mai in carcere grazie alla sospetta clemenza della Cassazione. A seguito della sua condanna in appello Dell’Utri dichiarò: “Mangano è stato un eroe, non ha mai risposto alle domande dei giudici che volevano sapere di me e di Berlusconi”. Secondo molti questo è stato un avvertimento lanciato proprio a Berlusconi, che tradotto suonerebbe così: “Caro Silvio se finisco in galera non starò zitto come Mangano, ma ti sputtanerò quanto basta per farti marcire nella più angusta delle prigioni”; da quel momento il cavaliere si dev’essere prodigato per far ottenere al suo amico Marcello un verdetto favorevole, come poi è avvenuto di fatto ieri al Palazzo di Giustizia. Forse, in queste ore, ad Arcore stanno stappando bottiglie di spumante a profusione…

Fonti:

La Pax Dell’Utri

Strage di via D’Amelio: la verità tra le righe

Posted ottobre 28th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata

PALERMO – Giovedì scorso la Corte d’appello di Catania ha dichiarato inammissibile l’istanza di revisione per il processo della strage di via D’Amelio. Il procuratore generale nisseno Roberto Scarpinto, è stato dunque invitato a procedere per calunnia nei confronti di Scarantino e Candura, autori di un vero e proprio depistaggio. I due manovali di Cosa nostra infatti si autoaccusarono di colpe gravissime, come il furto dell’auto usata per l’attentato, facendo condannare altri sicari della mafia, che però dopo i riscontri alle dichiarazioni di Spatuzza si sono rivelati estranei alla vicenda. Dopo quasi vent’anni dall’eccidio, ancora non si trovano i misteriosi pupari. Tutti sempre pronti a cercare d’individuare gli esecutori materiali dell’efferato crimine – eccetto uno sparuto numero di magistrati e uomini del mondo dell’informazione – e mai nessuno che tenta di scoprire chi ha ordito le trame. Forse non si arriverà mai a una sentenza di condanna per i reali mandanti, ma per rendere onore alla memoria di un magistrato, che per spirito di servizio ha sacrificato la sua vita, è opportuno divulgare quello che molti tacciono. E cioè che Paolo Borsellino era a conoscenza della trattativa fra Stato e mafia, e che fu ucciso perché l’avrebbe contrastata platealmente. Non si può biasimare a questo punto i giudici catanesi che hanno respinto la revisione del processo.

Il loro compito è stato quello di ravvisare se ci fossero gli estremi per celebrare un nuovo dibattimento. Siccome sarebbe stata necessaria una sentenza definitiva che incriminasse altri soggetti, hanno decretato nulla l’istanza, attenendosi così alle regole della giurisprudenza. Nodo cruciale della storia rimane però l’isolamento a cui Paolo Borsellino è stato sottoposto, una volta calata la sua popolarità dopo il Maxiprocesso. Se le istituzioni del tempo non sono state solidali con lui, allora sono quantomeno corresponsabili della sua morte, e se ancora i politici della Seconda Repubblica non hanno saputo prendere le distanze dai loro predecessori, be’ allora il sangue del probo magistrato macchia anche le loro mani. A Catania inoltre i giudici hanno sospeso l’esecuzione della pena a sei degli otto condannati all’ergastolo per l’eccidio del 19 luglio ’92. Magra consolazione per chi ha sete di giustizia, che comunque aggiunge un’altra tesserina al mosaico. Risulta tuttavia improbabile che due o tre sicari di basso rango abbiano potuto architettare un depistaggio così ben congegnato, senza l’aiuto di qualche membro delle istituzioni. Se non fosse stato infatti per le dichiarazioni di Spatuzza, nessuno avrebbe potuto contestare le menzogne di Scarantino e Candura, che adesso lamentano di essere stati costretti a mentire da un gruppo di investigatori della Polizia vicino a Falcone e Borsellino.

Fonti:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=WTGoNkNJE2I

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=4802:strage-di-via-damelio-pena-sospesa-per-sei-condannati&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Strage di via D’Amelio: revisione del processo

Posted ottobre 17th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata

Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta morirono in un attentato e ancora gli inquirenti sembrano brancolare nel buio. Sono quasi 20 anni che vanno a sbattere contro il muro di gomma costruito da politica e malavita, ma forse questa volta sta per aprirsi una breccia. Venerdì 14 il procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato ha avviato il procedimento di revisione per sette ergastolani e altri quattro condannati per la strage di via D’Amelio. L’iniziativa è nata sulla scia delle nuove indagini della Procura nissena, avviate dopo le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, ex braccio destro dei boss di Brancaccio. Le deposizioni rese dal superpentito sono state passate a setaccio per parecchi mesi e hanno trovato numerosi riscontri, inducendo così Scarpinato a trasmettere l’istanza di revisione alla Corte d’appello di Catania. Il magistrato che ha riaperto le indagini sulla strage ha definito un “clamoroso depistaggio” quello fornito dai due falsi pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, rei di essersi autoaccusati di fatti gravissimi che non avrebbero commesso, costretti da esponenti della polizia.

Candura sostenne infatti di aver rubato la 126 che esplose in via D’Amelio su ordine di Scarantino, uno strano personaggio con precedenti per droga che, a dire di ex boss di calibro, con Cosa nostra non ha mai avuto a che fare. In realtà le parole di Spatuzza non lasciano dubbi sul ruolo che ha giocato nell’eccidio, e annientano la marea di fandonie raccontate dai due infimi sgherri di cui sopra. Non ci sono elementi per definire tal depistaggio un complotto, ma appare evidente che sia stata attuata una strategia per occultare i fatti, in cui pezzi dello Stato e criminali si sono spalleggiati a vicenda. Ora si attende che la Corte di appello di Catania si dichiari competente e avvii il procedimento di revisione, in caso contrario dovrà trasmettere il fascicolo a Messina, dove ad occuparsi della questione potrebbe essere il Pg Franco Cassata, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa a Reggio Calabria. Se la loquacità del collaboratore di giustizia più vicino ai Graviano non accenna a diminuire, sarà sempre più difficile per gli alti ranghi della politica chiamarsi fuori dalla vicenda.

Fonti:

il Fatto Quotidiano del 15 ottobre, “Via D’Amelio, si ricomincia da zero” pagina 12
http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/424900/