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Trattativa Stato-mafia for dummies

Posted giugno 8th, 2014 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata, Cronaca e opinioni

Immagine da ilfattoquodidiano.it

Riporto il commento di tale Francesco Pirrone all’articolo “La ‘trattativa Stato-mafia’ tra ricerca storica, inchieste e dibattito pubblico” di Ciro Dovizio dell’Associazione Lapsus Milano, pubblicato il 3 giugno 2014: una linea cronologiaca dei fatti salienti sulla trattativa Stato-mafia, per gli imbecilli che hanno votato e votano partiti complici, quando non subalterni, alla mafia.

“Il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione conferma le condanne di primo grado del Maxiprocesso di Palermo.
A febbraio 1992 Calogero Mannino si confida con il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli: “Ora o uccidono me, o uccidono Lima”
12 marzo 1992: dei sicari uccidono a Mondello l’europarlamentare Salvo Lima.
16 marzo 1992: il capo della polizia Vincenzo Parisi scrive in una nota riservata che sono state rivolte minacce di morte al presidente del consiglio Giulio Andreotti e ai ministri Vizzini e Mannino. Per marzo-luglio prevista campagna terroristica contro esponenti DC, PSI, PDS, strategia comprendente anche episodi stragisti.
20 marzo 1992: il ministro dell’interno Vincenzo Scotti davanti alla commissione affari costituzionali del senato afferma “nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo”. Andreotti dice che l’allarme è “una patacca”
4 aprile 1992: il maresciallo Guazzelli viene assassinato a colpi di mitra
24 aprile 1992: cade il governo presieduto da Giulio Andreotti
Aprile-maggio 1992: Mannino incontra informalmente più volte il capo della polizia Vincenzo Parisi, il numero 3 del sisde Bruno Contrada e il capo del ros antonio subranni, per avviare il contatto con cosa nostra ed evitare gli assassini dei politici.
Maggio 1992: in una lettera anonima del “corvo due” si parla dell’incontro tra Mannino e Riina in una chiesa di San Giuseppe Jato. Brusca dice che in questo periodo un commando doveva uccidere Mannino a Sciacca (dove è nato) o a Palermo.

23 maggio 1992: strage di Capaci
28 giugno 1992: si insedia il governo di Giuliano Amato. Mancino sostituisce Scotti al Viminale, Mancino dice: “pregai scotti di rimanere agli interni”. Scotti dice: “non mi disse nulla del genere”. Gargani cerca di sotituire Martelli alla Giustizia senza riuscirci.
29 giugno 1992: all’aeroporto di Fiumicino la Ferrario informa Borsellino dei contatti tra Ciancimino e i boss. Borsellino dice: “ci penso io”
fine giugno 1992: Borsellino piangendo dice ai magistrati Massimo Russo e Alessandra Camassa: “un amico mi ha tradito”
1 luglio 1992: alla DIA di Roma Borsellino interroga Gaspare Mutolo, quando viene convocato con una telefonata al viminale dove si sta insediando Mancino. Mancino nega di aver incontrato Borsellino. Al ritorno Mutolo dice che Borsellino è nervoso e si fuma due sigarette insieme. Borsellino dice di aver incontrato nell’anticamera del ministro Bruno Contrada che gli fa una battuta sul pentimento di Mutolo che era segreto. La sera dice alla moglie: “ho respirato aria di morte”.
Prima settimana luglio 1992: il papello arriva a Ciancimino Sr. Lui giudica le 12 richieste “irricevibili”.
13 luglio: Ciancimino mostra il papello ai carabinieri che dicono che è inaccettabile. LA TRATTATIVA SI INTERROMPE?
15 luglio 1992: Borsellino vomita e dice alla moglie: “sto vedendo la mafia in diretta. mi hanno detto che Subranni è punciutu”
19 luglio 1992: strage di Via d’Amelio
13 febbraio 1993: Giovanni Conso subentra a Martelli come guardasigilli. Viene scelto personalmente da Scalfaro.
14 maggio 1993: in via Fauro a Roma esplode una bomba quando passa Maurizio Costanzo. A pochi metri è posteggiata la macchina di Lorenzo Narracci, lo 007 il cui numero di telefono era stato trovato su un foglietto sul luogo della strage di Capaci
27 maggio 1993: strage di via dei Georgofili
giugno 1993: Nicolò Amato, capo del DAP viene sostituito da Capriotti insieme a cui entra il giudice Di Maggio, dopo essere nominato consigliere di stato perchè non aveva i titoli necessari. Conso dice: “l’ho scelto perchè andava in tv”
29 giugno 1993: viene fondata Forza Italia
27 luglio 1993: bomba in via Palestro a Milano
10 agosto 1993: in una relazione la DIA ipotizza una trattativa e dice: “E’ chiaro che una eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”
Novembre 1993: vengono lasciati scadere 343 41bis. Conso dice: presi quella decisione in assoluta solitudine
27 febbraio 1994: arrestati a Milano i fratelli Graviano
28 marzo 1994: Berlusconi vince le elezioni. Per i pentiti Dell’Utri ha sancito un patto con Cosa nostra
31 ottobre 1995: l’infiltrato Luigi Ilardo, confidente del colonnello Michele Riccio, incontra Provenzano a Mezzojuso. I ros non lo arrestano: Mori e Obinu guardano da lontano senza intervenire.
10 maggio 1996: prima di diventare collaboratore di giustizia, Luigi Ilardo viene ucciso
1 agosto 1996: Cirami, Bruno Napoli, Nava e Tarolli propongono un disegno di legge per istituire il “pentito dissociato”. Basta dissociarsi per avere sconti di pena.
2010: le procure di palermo e caltanissetta sentono: Martelli, Conso, Ferraro, Violante, Scalfaro, Ciampi, Mancino, Nicolò Amato.
25 novembre 2011: Mancino inizia a sentire Loris D’Ambrosio, consulente giuridico di Napolitano
21 dicembre 2011: Sandra Amurri ascolta per caso Mannino e Gargani: “a palermo hanno capito tutto, stavolta ci fottono. Quel cretino di ciancimino ha detto tante cazzate, ma su di noi ci ha azzeccato”
Questo è il contesto in cui è avvenuta la strage di via D’Amelio e chiunque legga in seguenza non può che convincersi di quello che aveva affermato il ministro dell’interno Vincenzo Scotti davanti alla commissione affari costituzionali del senato: “nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo”. A Palermo non si svolge un processo per il reato di “trattativa”, ma per il reato di “violenza o minaccia ad un corpo politico”, art. 338 del Codice penale, che corrisponde alla perfezione a quanto affermato da Scotti (…)

Fassino e la Madonna: “Le tangenti del PCI” di ieri e oggi (PD)

Posted maggio 14th, 2014 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata, Delinquenza politica, Lobby e malaffare, Politica

Fassino (Piero, nda), quando si tocca il tema tangenti al PCI, sembra Sant’Ignazio di Loyola davanti al saraceno che mette in dubbio la verginità della Madonna”. Cit. Saverio Vertone, editorialista, risalente al periodo di Tangentopoli

Fonte: Il compagno Q

L’antimafia arriva nelle scuole: ecco la proposta del M5S Sicilia

Posted febbraio 20th, 2013 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata, Politica, Profeti moderni

Gli sforzi della professoressa Maria Pia Fiumara sono stati raccolti dal M5S siciliano che ha presentato un disegno di legge che in Sicilia ha del rivoluzionario: introdurre alle medie e superiori due ore di “Educazione Antimafia”.

PALERMO – Fin’ora gli sforzi della professoressa Maria Pia Fiumara di introdurre l’antimafia nelle scuole siciliane si sono infranti nel muro di gomma di Palazzo dei Normanni. Una distrazione dettata dal fatto che le ultime due giunte regionali si sono sciolte a causa di collusione con i poteri mafiosi. L’impavida docente nel 2008 si prese la briga di raccogliere 4.000 firme per una petizione sul tema, convinta che per debellare il fenomeno mafioso fosse necessario partire dall’educazione scolastica. L’idea è stata ripresa qualche giorno fa da una deputata regionale del Movimento 5 Stelle, la ventiduenne Gianina Ciancio, che ha presentato all’Ars un disegno di legge dal titolo: “Educazione allo sviluppo della coscienza democratica contro le mafie e i poteri occulti”.

Una sigla che suona come un programma, difficilmente esauribile come un semplice corso per addestrare gli studenti a sopravvivere alla criminalità organizzata. La metà è ben più alta, come dice la stessa Ciancio, e passa attraverso un approccio didattico dinamico fatto non solo di storia dell’antimafia, ma anche di incontri e dibattiti con magistrati, giornalisti e altri protagonisti della società civile che lottano quotidianamente contro il crimine organizzato. Un progetto che secondo la deputata del M5S sarà finanziato in parte con i proventi dei beni confiscati a Cosa Nostra, la cui pertinenza per quanto riguarda gli immobili è della regione Sicilia. Tocca ora all’Ars approvare ed eventualmente emendare questo disegno di legge: vedremo chi avrà ancora il coraggio di osteggiare misure di reale contrasto alla mafia.

Elezioni: scoperta “fabbrica” di firme false. Coinvolta La Destra

Una lista di firme, un pubblico ufficiale che autenticasse, i timbri di alcuni tribunali: tutto falsificato. Sono le armi del delitto elettorale perfetto. Un’organizzazione che, secondo la Procura di Lodi, forniva firme false ai partiti per partecipare alle elezioni; fra i clienti ci sarebbe La Destra di Storace.

Potrebbe rivelarsi lo scoperchiamento di un vaso di Pandora. Una “fabbrica” di firme false che, come affermano gli inquirenti, funziona analogalmente a quegli uffici occulti che compilano false fatture per taroccare i bilanci di grandi aziende. L’indagine è partita da un elenco di 500 sottoscrizioni de La Destra – attuale partito di Francesco Storace – autenticate da un giudice di pace che in realtà non ne sapeva niente. Le firme sono relative alla presentazione delle liste per le candidature al parlamento (Camera, collegio Lombardia 3) e per quelle delle elezioni regionali lombarde. L’ex governatore del Lazio si dichiara “parte lesa” e dice di aver già sporto una denuncia (ma contro chi?).

C’è forse qualcuno che si divertirebbe a falsificare le firme per sostenere le candidature de La Destra? Storace, Storace… Forse è più plausibile che una formazione politica locale come la sua chieda aiutini per le sottoscrizioni in regioni distanti come la Lombardia. Parliamoci chiaro, chi firmerebbe a Sondrio o a Bergamo per mandare in parlamento o nella propria regione candidati di un movimento politico laziale? Storace, Storace… Nel frattempo la lista de La Destra è stata esclusa dalla corsa elettorale nella circoscrizione che comprende le province di Mantova, Lodi, Pavia e Cremona.

La procura lodigiana, titolare dell’inchiesta, fa sapere inoltre che anche le liste “Lega lombardo-veneta” e “Movimento Italia Giusta” sono coinvolte nella vicenda. In diversi appartamenti e in uno studio legale di Milano sono stati rinvenuti 83 timbri con i nomi di giudici di pace di diverse regioni (Lombardia, Liguria, Piemonte, Molise e Lazio), timbri dei Comuni di Monza e Pavia e del tribunale di Milano, elenchi di firme e moduli in bianco. Insomma, tutto l’occorrente per poter compilare i documenti necessari alla presentazione delle liste; alla faccia di chi si è fatto un mazzo tanto per produrre onestamente cotanta documentazione. Incombe infine una domanda: quanti e quali sono i clienti nell’agone politico italiano della fabbrica di firme false?

Banca Popolare di Milano, prestiti facili per i politici del Pdl

Alla Banca Popolare di Milano politici di spicco del Pdl ottenevano facili prestiti durante l’amministrazione di Ponzellini. Santanchè, Brambilla, La Russa, Romani sono solo alcuni dei fortunati destinatari delle ingenti somme: una storia di favori.

L’ex presidente Massimo Ponzellini finisce ai domiciliari nel maggio 2012, e da allora alla Banca Popolare di Milano (Bpm) tira aria di fuggi fuggi. Non per i normali correntisti, che per aprire un mutuo vengono radiografati da testa a piedi, ma per alcuni politici di destra abituati in passato a ricevere facili prestiti su intercessione di Ponzellini. Si tratta di ingenti somme ottenute con garanzie ridicole, roba che se le presentasse un normale cliente verrebbe quantomeno deriso; e non dal presidente, ovviamente, ma da un semplice direttore di filiale. Il caso più eclatante è quello di Paolo Berlusconi, fratello dell’ex premier, che vanta un fido personale di un milione di euro e un altro di cinque per sua holding Pbf Srl, interamente utilizzati, il cui rientro è previsto a breve. La Bpm ha magnanimamente accettato come garanzie una fideiussione personale di Berlusconi junior e l’impegno, da parte della sua società, di cedere i proventi derivanti da una fantomatica operazione immobiliare. Ben altre cifre riguardano invece la Quintogest, una finanziaria a corto di fondi per la quale Ignazio La Russa si è prodigato non poco.

Come si evince dalle intercettazioni telefoniche del luglio 2011 l’ex ministro della difesa sollecitava Ponzellini ad aumentare il fido di Quintogest, cui Bpm aveva già prestato 44 milioni di euro. A Spingere La Russa fu probabilmente la partecipazione di sua moglieLaura De Cicco, nella finanziaria attraverso la società Idi Consulting. Altri trattamenti di riguardo sono toccati ai deputati Pdl Santanchè, Brambilla e Romani, evidentemente i clienti più bisognosi dell’intera banca – ma aiutare precari e piccole imprese no? Alla notizia ha fatto eco, domenica su Rai Tre, l’inchiesta del programma Report che ha portato alla luce i collegamenti fra Ponzellini Pdl e Lega. Immagini impietose hanno immortalato politici ammanicati col banchiere meneghino che scappavano di fronte alle domande del giornalista Sigfrido Ranucci. In particolare l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è distinto in quanto a inciviltà: dopo aver accuratamente evitato di rispondere a Ranucci, lo ha afferrato per un braccio spingendolo via come un bullo di periferia. Il giornalista aveva semplicemente chiesto lumi sulla nomina di Ponzellini a presidente di Pbm. Ma d’altronde si sa, le domande fuori copione non sono proprio gradite alla casta.

Evasione: 181 mld all’anno, quasi tutti delle mafie e big company

Posted ottobre 10th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Criminalità organizzata, Delinquenza politica, Economia, Ingiustizia sociale

Una cifra che da sola basterebbe a far abbassare le tasse e a pagare gli interessi sul debito, ma il governo non sembra interessato a riscuoterla.

È una questione di metodo! Combattere l’evasione fiscale è una cosa complessa, una cosa da veri tecnici. La cifra nera dell’economia è frutto del lavoro di vari settori della criminalità. Per ben raffigurare tale fenomeno si potrebbe immaginare una piramide sociale capovolta: nel punto più basso (vertice) ci starebbero, come di consueto, le categorie meno abbienti, e via via salendo quelle più agiate, per finire poi con la base dove si collocano le grandi compagnie e la criminalità organizzata. La fetta di solido corrispondente a ciascuna categoria rappresenta la quantità di capitali evasi; si capisce quindi che i piccoli professionisti (dall’artigiano al dottore) sono coloro che incidono di meno sull’intero ammontare del bottino. In linea di principio una buona manovra di recupero di queste somme dovrebbe dapprima intaccare i ceti più alti: è lì che si nasconde il vero malloppo, e mal che vada sarà difficile rimanere a bocca asciutta. Invece le autorità agiscono in maniera diametralmente opposta: iniziano a raschiare dal vertice, che contiene poco o nulla, dispensando al contrario clemenza con le fasce opulente.

Siamo tutti d’accordo che sia sbagliato evadere a tutti i livelli, ma se si vuole affermare un principio democratico di uguaglianza bisognerebbe partire da chi gode di una posizione privilegiata. Dato che non si può colpire tutti, che si colpisca almeno con intelligenza. Ed ecco l’empio rosario delle cifre* (evasione su base annua) che va a riempire il nostro solido capovolto: 1) autonomi e piccole imprese (professionisti, negozi etc.): 8,2 miliardi; 2) società di capitali (spa e srl): 22,4 mld; 3) economia sommersa (es. lavoro nero): 34,3 mld; 4) big company (le grandi aziende): 38 mld; 5) economia criminale (mafia e malavita): 78,2 mld. Ricordo che Monti ha tagliato gli stanziamenti alla Direzione Investigativa Antimafia che, tra le altre cose, sequestra i proventi del crimine organizzato. Ha inoltre rinunciato a tassare i grandi capitali evasi transitati in Svizzera, le rendite finanziarie (Tobin tax solo minacciata) e si potrebbe continuare per ore. In compenso sta facendo incetta di controlli su piccoli esercenti, pensionati e ladri di biciclette! Una strategia non certo degna del miglior Sherlock Holmes, ma di sicura (anche se ingiusta) efficacia.

*Fonte: contribuenti.it

Smantellata l’antimafia: governo decurta indennità al personale

Sempre meno fondi alla lotta contro il crimine, lo testimonia un documento in possesso del Fatto Quotidiano. La Dia, che in dodici anni si è vista ridurre gli stanziamenti dell’80%, subirà ancora tagli.

I fatti valgono più di mille parole spese dai politici sul contrasto al crimine. È un fatto che la Direzione Investigativa Antimafia (Dia) abbia subito dei tagli nel tempo: si è passati dai 28 milioni del 2001 ai 3,6 previsti per il triennio 2013-2015. A rivelarlo è il Fatto Quotidiano che ha potuto visionare un documento governativo di programmazione della spesa, dove vengono sconfessate le promesse dell’esecutivo. Il 12 novembre dello scorso anno infatti la legge di stabilità aveva già ridotto gli stanziamenti per la Dia, che dal prossimo anno saranno ancora più esigui. Ad essere colpita sarà soprattutto la spesa per il personale, che a causa di un atto  amministrativo di fine agosto, è stata riclassificata come un onere soggetto a decurtazione. Lo stipendio dei membri della Dia verrà  dunque alleggerito, in particolare verrà dininuito il cosiddetto Tea (trattamento economico aggiuntivo), istituito dall’ex direttore Gianni De Gennaro per motivare i suoi uomini. Si tratta di un’indennità pari a 250 euro al mese che veniva corrisposta a degli ispettori con trent’anni di servizio alle spalle: bruscoletti se pensiamo a quanto ricevono i parlamentari.

Come accennato, la scure dei tagli alla Dia è passata fra le mani di governi sia di destra che di sinistra. Non poteva perciò mancare la sferzata finale congiunta da parte di un governo sostenuto da entrambi gli schieramenti. Tra l’altro la direttiva dei tagli – come dimostra il documento a cui fa riferimento il Fatto – arriva direttamente dal Ministero dell’Economia presieduto da Mario Monti. Non si capisce dunque come il premier intenda risollevare le sorti finanziarie dell’Italia. Sì, perché la Dia non combatte solo la mafia militare, ma anche il riciclaggio di denaro sporco che inquina inesorabilmente l’economia nostrana. La Dia è un’invenzione del prode Giovanni Falcone, grande innovatore della lotta antimafia, che per primo pensò all’organizzazione di un pool interforze – Polizia, Carabinieri, Finanza – a supporto del lavoro dei magistrati. “I provvedimenti del ministero continuano a essere irrazionali – commenta il segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia Enzo Marco Letizia – e puniscono quelle donne e uomini che più di altri contribuiscono alla confisca dei beni delle mafie… Lo Stato sembra proprio averli abbandonati“.

Repubblica protegge gli intoccabili della trattativa Stato-mafia

Repubblica continua nella strenua difesa del capo dello Stato che, secondo i suoi stessi consiglieri, si è prodigato per salvare il suo amico Mancino dal processo sulla trattativa. Ma la posizione di Napolitano si fa sempre più compromessa.

È datata 24 agosto l’ultima arringa difensiva del quotidiano la Repubblica a supporto del capo dello Stato. La pietra dello scandalo è ancora una volta il tentativo – fortunatamente rivelatosi vano – da parte di Napolitano di influenzare la magistratura per salvare il suo amico Mancino. Questa volta l’editoriale assolutorio reca la firma di Ezio Mauro, direttore del giornale romano, che con beffarda ragionevolezza cerca di ridimensionare le polemiche riguardanti le telefonate fra Mancino e il Colle. L’intero mondo della carta stampata si schiera dalla parte di Repubblica sostenendo che la procura di Palermo, che indaga sulla trattativa, abbia leso delle presunte prerogative – quali non si sa – della Presidenza della Repubblica attraverso le intercettazioni telefoniche dove compare Napolitano. In altre termini s’intende che il capo dello Stato gode di una particolare immunità che impedisce agli inquirenti di ascoltare le sue conversazioni telefoniche. Peccato che questa tesi non trovi riscontri legislativi, né ve ne sono nella costituzione, risulta pertanto inopportuno il conflitto di attribuzione sollevato dal Colle.

Poche le voci fuori dal coro fra cui Di Pietro in parlamento, il Fatto fra i giornali e sul web Beppe Grillo: il loro appoggio va ai magistrati che intercettando la voce di Napolitano hanno agito nel pieno rispetto della legge; tanto più che il telefono sotto controllo non era il suo ma quello di Mancino. Ciononostante gli inquirenti palermitani sono stati crivellati da una violenta campagna mediatica ancora aperta, la cui ultima sferzata è arrivata da Giuliano Ferrara: “… I magistrati di Palermo dicono minchiate, puttanate – e con particolare riferimento a Ingroia afferma – Sono dei fottuti carrieristi che cercano la ribalta mediatica per ottenere un posto in politica”. Tuttavia l’aspetto cruciale dell’intera vicenda rimane il fatto che il Quirinale abbia impegnato tre organi dello Stato – una procura, l’Avvocatura e la consulta – per una questione campata in aria. Una mossa che contribuisce a gettare ulteriori ombre sulla trattativa fra Stato e mafia che ha portato alla morte del giudice Paolo Borsellino. Napolitano ha dunque fatto una scelta di campo proteggendo sotto la propria egida chi sa e non vuole fornire lumi su quella terribile stagione stragista.

Trattativa Stato-mafia, morte o esilio per renitenti: tre i caduti

Due i magistrati antimafia: Barillaro privato della scorta muore in uno strano incidente, Ingroia “esodato” vola in Guatemala. Uno il testimone scomodo: D’ambrosio, consigliere del Colle, scomparso a causa di un infarto. Tre indizi in odor di prova.

Un filo rosso unisce i vissuti di tre uomini diversi che hanno trovato nella ricerca della verità un fronte comune per contrastare la perenne collusione fra Stato e mafia. La fine di luglio ha segnato indelebilmente la storia di questo paese: mercoledì 25 muore il giudice Barillaro, uomo chiave della lotta contro la mafia. Attualmente ricopriva il ruolo di gip al tribunale di Firenze, dove ancora si sta indagando sulla famigerata quanto appurata trattativa fra Stato e mafia. Come consigliere applicato alla corte d’assise d’appello di Caltanisetta, ha redatto la sentenza nel processo Borsellino ter sulla strage di via D’Amelio e la sentenza nel processo a Totò Riina e altri per l’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone. Di recente si era occupato del traffico illecito di capitali fra Italia e Cina, un flusso di denaro di circa 4,5 miliardi che scorreva negli argini sicuri della criminalità organizzata. Barillaro parlava così di Borsellino: “Ora tutti lo osannano, ma a quei tempi era stato lasciato solo”. Il Viminale gli aveva da poco tolta la scorta, nonostante la succeduta lettera di minacce che inneggiava alla sua morte.

Il 25 luglio è anche il giorno in cui Antonio Ingroia lascia l’incarico di sostituto procuratore di Palermo per trasferirsi in Guatemala. Il magistrato titolare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia andrà a combattere il narcotraffico nella piccola repubblica centroamericana per conto delle Nazioni Unite. Una notizia surreale dato che si tratta di una delle indagini più importanti capitate fra le mani del pm palermitano. Tanto più che lo stesso Ingroia dice di andarsene con l’amaro in bocca: da qui si capisce tutto il dispiacere di un pm che non può restare a vedere l’esito di quanto ha costruito in istruttoria. Infine il 26 luglio muore d’infarto il magistrato Loris D’Ambrosio, consigliere del Quirinale ed ex collaboratore del giudice Giovanni Falcone. D’Ambrosio aveva recentemente rilasciato al Fatto Quotidiano un’intervista dove ammetteva di aver aiutato Mancino, per conto di Napolitano, a ottenere un trattamento favorevole coi giudici. Mancino è infatti indagato per falsa testimonianza nell’ambito del processo di Palermo sulla trattativa. Insomma, l’unico che al Colle era disposto a parlare ci ha improvvisamente lasciato. Se qualcosa non cambia, della trattativa non rimarrà che un ricordo.

Trattativa, Dell’Utri: “Ingroia è pazzo” e il magistrato si dimette

Dell’Utri offende il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia. Il magistrato decide di dimettersi, fra i motivi c’è quello di non esporre la procura a pressioni e polemiche.

Le dichiarazioni di Dell’Utri alla vigilia della richiesta del suo rinvio a giudizio pesano come un macigno. “Se c’è un pazzo – alla procura di Palermo, nda – è proprio Ingroia” ha affermato il fondatore di Forza Italia fra gli ambulacri del tribunale siciliano. Già da tempo il sostituto procuratore Antonio Ingroia meditava di dimettersi, non appena però fosse riuscito a concludere definitivamente le indagini sulla trattativa Stato-mafia. L’offesa di Dell’Utri alla sua persona è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il magistrato infatti dopo aver ottenuto una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del senatore del Pdl è stato bersagliato dalla stampa asservita alla corte di Arcore. A nulla sono valsi i tentativi dei colleghi di convincere Ingroia a fare un passo indietro, che dal canto suo risponde: “Lascio la procura per rasserenare il clima”. Il magistrato ha voluto inoltre precisare che l’inchiesta rimarrà nelle mani di validi inquirenti che hanno collaborato con lui al difficile compito di ricostruire una verità scomoda.

Una verità che certamente i dodici indagati di questa inchiesta preferirebbero non rivelare. Escludendo mafiosi conclamati come Riina e Provenzano sulla cui riluttanza a collaborare non v’è dubbio, tra gli altri probabili imputati – alcuni dei quali ricoprono ancora cariche apicali – aleggia una spaventosa omertà. Insieme ai media corrotti anche la Presidenza della Repubblica ha cercato di mettere i bastoni fra le ruote alla procura palermitana, sollevando un conflitto di attribuzione dall’evidente sapore intimidatorio. Oltre che per Dell’Utri sono state ravvisate responsabilità nei confronti degli alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni e degli esponenti politici Calogero Mannino e Nicola Mancino. Solo a quest’ultimo viene contestato il reato di falsa testimonianza, mentre per gli altri si tratta di attentato a corpo politico dello Stato. Il fatto che le dimissioni di Ingroia siano state indotte anche da pressioni politiche o interne alla magistratura rimane tuttavia più che un dubbio.

Napolitano terrorizzato dalla pubblicazione delle sue telefonate

Il Presidente della Repubblica blocca i lavori della procura di Palermo che stava per mettere agli atti dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia le sue telefonate con Mancino. Episodio che stride con la giornata di oggi in cui si celebra il ventennale della scomparsa del giudice Paolo Borsellino.

Cosa può spingere un vegliardo ottuagenario prossimo a ritirarsi a vita privata a scaldarsi tanto? L’anzianità dovrebb’essere l’età della serenità e della saggezza, e invece al sol pensier che la procura di Palermo renda noto il contenuto di un paio di sue telefonate Napolitano perde le staffe. Scompone il suo decoro istituzionale fatto di ridicoli moniti e assurdi tentativi di moralizzazione, insinuando il dubbio che i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia abbiano abusato del loro potere inficiando le prerogative dell’Inquilino del Quirinale. Lo fa impegnando inutilmente un’altra istituzione come l’Avvocatura dello Stato per accusare prepotentemente Messineo e Ingroia (apostrofato ieri come pazzo da Dell’Utri), che a detta di insigni giuristi hanno operato nel pieno rispetto della legge. Nel decreto con cui ha incaricato l’Avvocatura il “Presidentissimo” chiede addirittura che le succitate intercettazioni vengano distrutte, ma il procuratore di Palermo Messineo ribatte che ciò può essere fatto solo davanti al gip e non su iniziativa degli inquirenti.

Insomma una querelle degna della corte del Re Sole, dove Napolitano recita la parte del monarca che vuole a tutti i costi il potere assoluto per silenziare l’ordinario e onesto lavoro di una certa procura. Per di più qui si sta parlando di intercettazioni indirette, nel senso che il telefono sotto controllo non era quello del Capo di Stato, bensì quello di un comune cittadino – seppur molto influente – come Nicola Mancino. Se poi l’ex ministro dell’Interno telefona anche al Presidente della Repubblica è ovvio che nelle intercettazioni ci finiscono entrambi. La vicenda invero si staglia in un panorama più complesso in cui Mancino e Napolitano si affannerebbero per salvare le rispettive reputazioni: Mancino ai tempi della strage di via D’Amelio faceva parte dell’esecutivo e probabilmente era a conoscenza della trattativa (e chissà mai che non verrà asseverato che ne fosse un fautore). Quella stessa trattativa che Paolo Borsellino non avrebbe mai accettato, motivo per cui è stato ammazzato. Loro si affannano, e noi oggi nel giorno del ventennale della sua morte commemoriamo la figura di un giudice che si è immolato per servire noi tutti. 19 luglio 1992 – 19 luglio 2012, ancora nessun colpevole.

Dal Colle omertà sulla trattativa: mafia e Stato si assomigliano

Napolitano si rifiuta di parlare della missiva spedita per redarguire le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia. Se questo è un presidente della repubblica…

Dall’unità d’Italia le istituzioni non hanno mai brillato per trasparenza, men che meno oggi. La notizia di ieri sulle raccomandazioni epistolari inviate dal Quirinale al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito è passata in sordina. Nella missiva si chiedevano informazioni riguardo alle indagini sulla trattativa Stato-mafia delle tre procure italiane più antipatiche alla casta: Palermo, Messina, Firenze. La lettera è dei primi mesi di quest’anno ed è stata sollecitata dalle continue pressioni di Nicola Mancino, ministro dell’interno all’epoca delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Mancino infatti, dopo essere stato sentito dai magistrati di Palermo, ha bombardato di messaggi la Presidenza della Repubblica lamentando di essere stato lasciato solo ad affrontare il processo; secondo le intercettazioni dell’inchiesta palermitana, avrebbe addirittura chiamato il procuratore del capoluogo siciliano Francesco Messineo per evitare un confronto in tribunale coll’ex guardasigilli Claudio Martelli.

Sconcerta il fatto che alla lettera del Quirinale abbia fatto seguito un controllo del pg Esposito sull’operato della procura di Messina, anch’essa scomoda per aver alzato il tiro delle indagini. Curiosamente, poco dopo, un’altra intercettazione immortala Mancino mentre ringrazia Esposito per la sua iniziativa considerata “un segnale forte in difesa dei politici”. L’intera vicenda non fa altro che gettare un’ulteriore onta sull’operato della giustizia italiana. E questo a dispetto degli odierni comunicati del Colle che parlano di legittimo esercizio delle funzioni di Napolitano in merito alla lettera inviata al pg Esposito. Normale amministrazione, vorrebbero farci credere, ma non sembra tanto normale che un ex parlamentare chiami il suo amico capo di Stato per togliersi dalle calcagna dei magistrati. Sono cose da basso impero, non certo da moderna democrazia. Oltretutto contribuiscono a svilire e a disincentivare il lavoro dei magistrati onesti che vogliono far luce sul periodo stragista dei primi anni novanta.