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Francia, stop esodo dei ricchi: bocciata la tassa sui megaredditi

Bocciata la legge, ma non il principio. La Consulta francese blocca la tassa sui redditi milionari perché iniqua, ora il governo dovrà modificarla se vuole proseguire la sua battaglia sociale.

L’aliquota del 75% applicata sui redditi che sforano il milione di euro all’anno, ha da subito sollevato polemiche dopo che ha trovato applicazione nella finanziaria del 2013. Mostri sacri della finanza e del cinema, uno su tutti Gérard Depardieu, hanno gridato alla scandalo e trasferito residenza e guadagni in lidi fiscali più accoglienti. Una fuga che lor signori si possono permettere a differenza della quasi totalità dei loro concittadini francesi, fedeli, volenti o nolenti, a uno stato che li stringe nella morsa fiscale più dura degli ultimi tempi. La misura definita nella legge di bilancio “eccezionale” e della durata di soli due anni avrebbe prodotto, secondo alcuni osservatori, un modico gettito di 210 milioni di euro all’anno. Cifra assai scarsa, scrive sabato scorso il Financial Times, per raggiungere quei 20 miliardi dichiarati da Hollande che servono ad abbattere il deficit dello Stato. Un introito basso, certo, per l’erario francese, indice tuttavia di una debole propensione della classe (super)ricca ad aiutare un paese in crisi, indotto come l’Italia dall’Europa a tagliare la spesa sociale per risanare i conti pubblici.

Molti dirigenti dell’alta finanza hanno di fatto anticipato la mossa del governo migrando nelle vicine Londra e Bruxelles, quando ancora Hollande imperversava in campagna elettorale contro i grandi patrimoni. Fra i detrattori c’è chi dice addirittura che la legge ha il sapore di una confisca e che l’aliquota del 75% è destinata a perdurare anche oltre i due anni prescritti (*). Del resto l’opinione pubblica se n’è fatta una ragione, e in un sondaggio di settembre (**) si è detta favorevole alla norma tanto indigesta per la finanza. Il motivo è semplice: di fronte a un impoverimento generale il maggiore sforzo dev’essere sostenuto dai più abbienti, che tuttavia hanno scelto la più comoda e codarda – ma i francesi non erano patriottici?! – via della fuga. Ora, però, la sentenza del Conseil constitutionnel, equivalente della nostra Corte costituzionale, ha bocciato l’introduzione della tassa asserendo che non può essere applicata al reddito personale, ma a quello del nucleo famigliare. La palla passa dunque al governo, chiamato ad apporre le necessarie modifiche per varare una norma che, prima in Europa, va a colpire i veri detentori del potere.

* Fonte: “Buyout experts join Paris fight”, Financial Times del 29/12/2012

** Fonte: Il Fatto Quotidiano

Pd primarie-farsa con l’attuale legge elettorale: vince la nomina

Posted dicembre 20th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Politica

Secondo l’ipotesi del consigliere regionale 5 Stelle, Davide Bono, le imminenti primarie del Pd sono una farsa. Conti alla mano se il partito di Bersani otterrà un risultato modesto, entreranno in parlamento solo persone nominate.

La disinformazione imperante, ala sinistra, imbastisce articoloni sull’apertura del Partito Democratico verso la sua “base” – termine che designa un ruolo di subordine rispetto a un’aristocrazia. Persino il Fatto Quotidiano, per non far torto ai suoi lettori affezionati al bureau di Bersani, si astiene da critiche ragionate. Ma come, la farsa è sotto gli occhi di tutti e i paladini della (semi)libera informazione non se ne accorgono?! Il consigliere del Movimento 5 Stelle Davide Bono ha illustrato quanto poco valore abbia organizzare delle primarie, se poi il segretario del Pd ha un potere di nomina così ampio. Sebbene certa stampa, in coro con Bersani, parli beffardamente di un 10% di nominati da inserire nelle liste, in realtà  si omette di dire che quella percentuale è calcolata sulla totalità dei seggi disponibili – 945 – anziché sul numero dei partecipanti. Dunque è una costante; anche se alle primarie si presentassero in 100, i nominati sarebbero 90. Ma il primo ostacolo da superare per gli aspiranti parlamentari rimane quello della raccolta delle firme: il poco tempo a disposizione finirà per favorire gli esponenti più in vista piuttosto che la tanto decantata “base”.

Per giunta chi siede attualmente in parlamento – cooptato nelle liste del 2008 senza voto – ha diritto a presentarsi senza l’obbligo di raccogliere firme. Ancora: come fa notare Bono a quel fantomatico 10% vanno aggiunti 47 capilista e 10 vecchie glorie che, avendo superato il limite di tre legislature previsto dallo statuto Pd, chiederanno una deroga per la candidatura. Insomma, un potenziale carrozzone di 150 candidati nominati dal segretario Bersani, destinato a occupare tutti i seggi disponibili qualora il Pd non ottenesse il premio di maggioranza. E la “base” dovrebbe pure pagare due euro per esprimere un voto che verosimilmente non verrà neppure preso in considerazione?! “Ma mi faccia il piacere!” avrebbe detto Totò. Tra le deroghe che sono state chieste spicca quella di Rosy Bindi, ospite qualche giorno fa della trasmissione Agorà dove ha confermato la sua volontà di candidarsi. Durante la diretta, tuttavia, la deputata del Pd – cinque legislature alle spalle – è rimasta preda della vergogna: solo dopo l’insistenza del conduttore è riuscita ad ammettere sommessamente di aver chiesto la deroga al partito.

Video:

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Posted dicembre 19th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Politica

Il segretario del PD Bersani millanta la paternità delle Parlamentarie – la consultazione per eleggere i candidati al parlamento ideata dal Movimento 5 Stelle. Grillo risponde a tono definendo le votazioni posticce del PD “buffonarie”, e il suo leader “un succhiaruote della democrazia”: vediamo perché.

“Il pdmenoelle ha deciso di dare voce ai cittadini per le liste elettorali. Un’idea originale (chissà da chi ha copiato…) che Bersani ha spiegato – Il pdmenoelle ha dato vita a una procedura che non ha precedenti in Italia e in Europa (e neppure su Saturno, ndr). Abbiamo messo un meccanismo (!?) che renderà fortissima la presenza delle donne a un livello sconosciuto in Italia e forse anche in Europa. Belin, questo passa il tempo a seguire cosa fa il M5S dove le donne votate per le politiche on line sono state maggioranza assoluta. Bersani è un succhiaruote della democrazia”. Questo è l’incipit dell’articolo pubblicato ieri da Beppe Grillo sul suo blog. A complemento si potrebbe aggiungere che il meccanismo che porterà gli iscritti del Pd a scegliere i candidati al parlamento non è ancora chiaro. Soprattutto riguardo al numero degli intoccabili, coloro cioè che non si sottoporranno al voto dei militanti, ma verranno nominati dal bureau dei mandarini. Fra i beneficiari di questa ennesima (o estrema) unzione si annoverano ufficialmente Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Franco Marini, Giorgio Merlo, Maria Pia Garavaglia, Beppe Fioroni.

“Mai più senza di loro”, come scrive Grillo, un centinaio e rotti in tutto, che serviranno presumibilmente a garantire il controllo sui novizi. I 47 capilista, più altri 90 circa, verranno dunque candidati su insindacabile giudizio di Bersani che è già pronto a spiccare deroghe sulla candidabilità dei suoi compagni di merende. Il Partito Democratico ha infatti uno statuto che prevede un massimo di tre legislature per i suoi esponenti, regola puntualmente disattesa da un’aristocrazia intestina renitente al ricambio generazionale. È il caso, ad esempio, di Massimo D’Alema, sette legislature nel parlamento italiano, più una in quello europeo. Un’eternità se pensiamo agli otto anni due legislature di uno statista di vaglia come De Gasperi, troppo poco, evidentemente, per l’attuale classe politica. Ognuno ha i propri tempi, ma quelli del Pd dovrebbero stringersi se non si vuole portare l’aggettivo “democratico” solo in effige. Le votazioni dei candidati, spudoratamente scopiazzate da Grillo, avrebbero potuto essere realmente una dimostrazione di apertura al rinnovamento, per chi ancora ci crede.

Video:

Piero Ricca contro un vergognoso D’Alema

Debito pubblico oltre i 2000 mrd ma nessuno parla di “cifra nera”

Posted dicembre 17th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Economia

L’aumento del debito anche quest’anno è stato inarrestabile, sforata quota 2000 è destinato ancora a crescere. Tuttavia nei dati comunemente presi in considerazione non figura la zavorra della cifra nera: ecco spiegato che cos’è.

A Natale molleremo in regalo ai nostri nipotini un po’ di debito in più: btp e obbligazioni, invece di giocattoli e dolci. L’Italia ha finalmente raggiunto il traguardo dei 2000 miliardi, potremo dunque smetterla di recitare l’antifona dei “quasi” 2000 miliardi: ora sono proprio 2000. Una cifra ragguardevole che ci mette in coda soltanto alla Grecia nella speciale classifica dei paesi europei più indebitati (*). Monti non è riuscito a frenare la corsa inarrestabile del debito, nonostante l’ingente applicazione di tagli alla spesa pubblica, dalla sanità agli stanziamenti per gli enti locali. Negli ultimi tempi, grazie anche all’innalzamento della pressione fiscale, il bilancio dello Stato ha sempre chiuso in avanzo primario, purtroppo però non siamo mai riusciti a ripagare per intero gli interessi sul debito. E così ogni anno l’economia italiana è stata sempre più schiacciata dallo spread e dall’estenuante impegno di piazzare i nostri titoli sul mercato. E la crescita che fine ha fatto? Orfani della cosiddetta “fase due” del governo, quella ipoteticamente portatrice di sviluppo economico, ora ci troviamo a fronteggiare la crisi soltanto con qualche chilo di debito in più sul groppone.

Eppure qualche misura per risparmiare senza aumentare di troppo le tasse la si sarebbe trovata comunque. Sono anni ormai che comitati cittadini di ogni genere suggeriscono a una classe dirigente con orecchie da mercante dove andare a incidere col bisturi. Qualche esempio? Rinunciare all’acquisto di cacciabombardieri, di treni ad alta velocità, a progetti al limite dell’assurdo come il ponte sullo Stretto di Messina o al Corridoio 5 in Val di Susa, alle “missioni di pace” internazionali etc. Oppure a quella zavorra che azzoppa la nostra economia che si potrebbe chiamare, mutuando l’espressione dagli studi in ambito giuridico del magistrato Piercamillo Davigo, la cifra nera del debito. Ieri il programma televisivo Report ha fornito un ottimo esempio di quello che si può a tutti gli effetti considerare un debito sommerso. Si tratta dei contratti che Eni ha stipulato con la russa Gazprom per l’acquisto di gas naturale. Un accordo commerciale che prevede l’acquisto forfettario di gas anche se l’Italia non ne avrà bisogno. E il costo di questo surplus, dato che il maggiore azionista di Eni è lo Stato, dove pensate verrà scaricato? Ma sulle bollette naturalmente! Non si chiamerà debito, però è salato lo stesso.

* Il riferimento è al rapporto debito/pil e non a cifre assolute, dove tra l’altro l’Italia primeggia.

Ilva, sequestro o non sequestro? Ecco il punto della situazione

Un dilemma apparentemente burocratico che coinvolge governo e procura, ma che in realtà riguarda la salute dei cittadini e lo sviluppo industriale del Paese.

L’informazione si sta arrovellando sul problema del sequestro dell’Ilva da una strana prospettiva. C’è chi lo definisce uno scontro tra procura e governo: la prima sequestra, il secondo dissequestra. La prima dice che bisogna anzitutto tutelare la salute dei cittadini (leggi qui le agghiaccianti parole dell’ordinanza di sequestro), appellandosi alla Costituzione, il secondo vuole preservare salute e lavoro. La procura applica la legge, la politica cerca di soddisfare sommariamente le richieste della procura con un decreto lampo. Ma per riaprire, afferma il gip Patrizia Todisco, occorre adempiere a una serie di prescrizioni stilate da esperti, per le quali sono previsti tempi lunghi. Il governo, tuttavia, non demorde e cerca di modificare il dispositivo del giudice per consentire la riapertura. È a questo punto che la procura tarantina si vedrebbe costretta dalla legge a sollevare un conflitto di attribuzione. Un atto dovuto dato che la politica, col decreto lampo, ha cercato di oltrepassare i limiti che la Costituzione le impone; recependo solo in parte le citate prescrizioni, tale provvedimento tenderebbe a sostituirsi alle emanazioni della giustizia, prevaricando la funzione della procura il cui verdetto è chiaro: non si lavora se non in sicurezza.

Al governo, in questo frangente, è stato affidato il lavoro sporco. L’Ilva per l’attuale esecutivo – per quanto in carica ancora non si sa – rappresenta una leva per ottenere consenso parlamentare. Mi spiego, il patron dell’acciaieria, Emilo Riva, ha finanziato – e forse finanzia – diverse formazioni politiche di destra e di sinistra; tra il 2006 e il 2007 ha spiccato assegni a Forza Italia per 245.000 euro e alla persona di Bersani per 98.000 euro. Nulla da eccepire a livello legale, le somme sono state regolarmente registrate in Parlamento, ma la generosità di Riva non ha proprio un fine meramente patriottico. Perciò, quando il ministro Clini firma un decreto che accontenta gli animi dell’imprenditore d’acciaio, sta più o meno scientemente sottoscrivendo un armistizio con i partiti, che daranno più volentieri fiducia al governo se l’Ilva rimane aperta. Ovviamente questo tipo di tacito accordo soffre della precarietà del motto latino “verba volant”, perciò, qualora si rompessero gli equilibri su cui poggia, ciascuna delle parti potrebbe infrangere il patto. E infatti Berlusconi in questi giorni ha sfiduciato – sempre e solo a parole – Monti e il suo governo. Ora non resta che aspettare le mosse della procura di Taranto pronta a rivolgersi alla Consulta in caso di dissequestro.

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Grecia, contro la povertà: vendita cibo scaduto per due soldi

Posted dicembre 12th, 2012 by marcomachiavelli and filed in carestie e miseria, Delinquenza politica, Economia, Ingiustizia sociale

Cresce il numero dei poveri nel paese ellenico chiuso nella morsa fra debito e povertà. Mentre il governo pensa a commercializzare il cibo scaduto, i creditori internazionali chiedono nuovi tagli alla spesa pubblica.

La Grecia è povera e aumentano i nuovi poveri. Sono circa un terzo della popolazione secondo lo studio statistico dell’istituto ellenico Elstat, che prende tuttavia in esame l’anno 2009. In tre anni la situazione non è certo migliorata, e anzi ci sono stati tagli alla spesa pubblica di grossa entità. Il governo ora ha pensato di riparare con quella che sembra più una trovata pubblicitaria che un’efficace rimedio: vendere i cibi scaduti, scontati del 66%, che altrimenti sarebbero finiti in discarica. A parte la stranezza di quel 66 – perché non un bel 65 tondo, on un 70 – e l’atavico fascismo di imporre un prezzo o una regola – perché non lasciare libertà di decidere lo sconto o di donare, dato che si tratta di merce fuori mercato –, si deduce che la volontà dell’esecutivo sia quella di guadagnarci qualcosa anche su queste piccole vendite. Ovvero, di inglobare nel mercato una fetta di popolazione che viveva nell’indigenza e non versava devotamente le tasse. Ciò significa nuovo gettito per lo Stato, a fronte di un mancato guadagno su merci che diversamente sarebbero andate distrutte.

Il nuovo presunto gettito servirà, non tanto a una nuova iniezione di soldi nella spesa pubblica – sanità, cultura, benessere – quanto a ripagare i creditori internazionali che quotidianamente speculano sulle spalle dei cittadini greci meno abbienti. Si dirà, ma i Greci hanno il più alto tasso di corruzione d’Europa (seguiti a ruota dall’Italia peraltro); peccato che il danno causato alle finanze elleniche sia opera di poche migliaia di persone su un paese che ne conta 11 milioni. E a pagare sono e saranno come al solito gli ultimi, non la classe dirigente bancarottiera e corrotta. Se l’obbiettivo dei creditori – troika: Ue, Bce, Fmi – è quello di rientrare dei prestiti, che applichino almeno dei tassi d’interesse agevolato e che prestino i soldi direttamente allo Stato invece che alle banche private loro consociate. Sulla Grecia, porto di mare ad uso e consumo delle grandi potenze mondiali, sta calando un crepuscolo che porterà lo Stato a vendere ai magnati della finanza il proprio patrimonio artistico e naturale. È già stato scritto, è già avvenuto, e la spirale cleptomane dei beni ellenici non è destinata a esaurirsi a breve.

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Ballarò mente sullo stipendio degli eletti del Movimento 5 Stelle

Posted dicembre 10th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Giornalettismo & disinformazione

Nel servizio di Ballarò si afferma che i futuri parlamentari 5 Stelle verseranno una quota del loro stipendio al Movimento: una menzogna spudorata, confezionata in maniera grossolana, ennesima cartuccia esplosa dalla macchina del fango.

Quest’articolo è dedicato a tutti coloro che pensano che Ballarò sia una trasmissione democratica, votata al socialismo e, financo, al comunismo. A tutti i benpensanti che credono nella lealtà della sinistra e che le regole del galateo coincidano con quelle della democrazia. Nella puntata dello scorso 4 dicembre è andato in onda il servizio “Le tavole di Grillo”, in cui si ironizzava sul presunto dispotismo del fondatore del Movimento 5 Stelle. L’autore del filmato, il giornalista Enzo Miglino, ha mostrato uno stralcio del documento che i militanti 5 Stelle hanno dovuto obbligatoriamente sottoscrivere per potersi candidare nelle liste da presentare alle prossime elezioni politiche. Si tratta del “Codice di comportamento degli eletti in Parlamento”, da cui è stata estrapolata la frase “L’indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili”, omettendo di giungere fino al punto dove si legge: “il residuo dovrà essere restituito allo Stato insieme all’assegno di solidarietà”. Al posto dell’omissis il giornalista ha concluso arbitrariamente che il residuo dovrà essere versato nelle casse del Movimento.

Una menzogna in piena regola, per di più abborracciata da mani rozze. L’astuzia non ha certo aiutato il povero giornalista, quando, proprio mentre pronunciava le parole “il resto va dato al Movimento”, il fermo immagine indugiava sul testo originale. Insomma un tentativo grossolano di disinformare che non ha certo mancato di suscitare reazioni: “ll Movimento Cinque Stelle Campania chiede la rettifica di quanto affermato dal giornalista Enzo Miglino nell’illustrare il Codice di comportamento degli eletti in Parlamento”. È quanto è stato notificato alla redazione di Ballarò in seguito alla messa in onda del servizio in questione. In realtà, in Rai, non è la prima volta che si manipolano notizie per nascondere la verità; celebre fu il tentativo da parte del Tg1 di spacciare la prescrizione di David Mills per una piena assoluzione. Mills, lo ricordiamo, è stato il consulente Fininvest condannato dal tribunale di Milano a 4 anni e 6 mesi – fino al secondo grado – per aver ricevuto 600.000 dollari versati sul suo conto da Silvio Berlusconi per testimoniare due volte il falso nell’ambito di due processi in cui il Cavaliere era imputato. Rai: di tutto, di più.

Video:

Ballarò: la menzogna sulla quota di indennità al MoVimento

Al Tg1 Mills assolto due volte

Trattativa Stato-mafia, “Distruggete le telefonate di Napolitano”

È questo l’agghiacciante dispositivo della Consulta. Le telefonate del Presidente della Repubblica non possono essere intercettate. Una sentenza anti-storica, anti-costituzionale e antidemocratica: vediamo perché.

Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, ha vissuto nell’ultimo anno attimi di vivido terrore. Fino a martedì, quando la Corte costituzionale ha disposto la distruzione delle sue intercettazioni con Nicola Mancino, imputato nel processo sulla trattativa fra Stato e mafia. In accordo con quanto espresso da giuristi indipendenti, e con un precedente storico che riguarda l’ex presidente Scalfaro, non esistono norme che impediscano di intercettare le telefonate del capo di Stato (*), soprattutto se costui non è sottoposto a indagine. Nel nostro caso Napolitano conversava al telefono con Mancino che presumibilmente gli chiedeva, da privato cittadino, un indebito intervento sugli organi di coordinamento della magistratura. Il fine sarebbe stato quello di evitare un confronto in aula con un teste – l’ex ministro Martelli – che avrebbe compromesso ulteriormente la sua posizione da imputato. Quest’ipotesi è stata in parte confermata dall’ex consigliere giuridico del Colle Loris D’Ambrosio, recentemente deceduto, in un’intervista al Fatto Quotidiano, dove ammetteva che Mancino subissava di telefonate il Quirinale per chiedere aiuto.

Ad allertare il Colle fu un’intervista del procuratore palermitano Di Matteo al quotidiano Repubblica, datata 22 giugno 2012, in cui veniva segnalata l’esistenza delle intercettazioni Napolitano-Mancino. Poco dopo l’avvocatura dello Stato venne incaricata di sollevare il conflitto di attribuzione, al fine di cancellare ogni possibile traccia delle conversazioni telefoniche. Questa settimana l’amaro verdetto della consulta: “Non spettava alla Procura di Palermo valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica” captate nell’ambito dell’inchiesta. I pm di Palermo, di conseguenza, dovevano “chiedere al giudice l’immediata distruzione” di tali intercettazioni, “ai sensi dell’articolo 271, terzo comma, cpp e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”. Due principi vengono qui perentoriamente affermati: il primo è che il presidente della Repubblica gode di privilegi di fronte alla legge, il secondo riguarda l’ennesimo tentativo istituzionale di ostacolare l’accertamento della verità in merito alle responsabilità della stagione stragista ’92-’93.

* Fonte: Zagrebelsky e Cordero affondano il ricorso di Napolitano contro i pm di Palermo.

 

Equitalia, fatturato in crescita fra pignoramenti e ingiunzioni

Posted dicembre 5th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Discriminazioni, Economia, Ingiustizia sociale

I dati parlano di un impennata dei crediti recuperati da Equitalia. Mano ferma e impassibile quella dell’agenzia privata a capitale pubblico, inflessibile anche coi meno abbienti: ecco i dati.

Equitalia S.p.A., ente di diritto privato a capitale pubblico – metà dell’Inps e metà dell’Agenzia delle Entrate –, riscuote successo. Non certo fra la plebe composta per lo più di contribuenti certosini – cittadini, piccole e medie imprese – che, se non pagano, è perché non ce la fanno; secondo il principio di un vecchio adagio infatti i ladri, o evasori, non possono mai superare il numero degli onesti, altrimenti lo Stato naufragherebbe dritto verso la bancarotta. Il successo di Equitalia S.p.A. viene accolto dunque da governo, che deve comunque remunerare l’agenzia per i suoi servigi, e salotti buoni dell’imprenditoria, verso cui non viene esercitata la stessa pressione esattoriale riservata agli ultimi. Una disparità di trattamento talvolta registrata nero su bianco, come dimostrato dalla puntata della trasmissione Report del 06-11-2011. In quell’occasione l’ex ministro Brunetta si era visto sospendere un’ingiunzione di Equitalia, mostratasi deferente nei confronti del politico. Ancor prima in verità, nell’aprile del 2010, Report pubblicava stralci di una direttiva Equitalia che ordinava di “non sollecitare i pagamenti” nei casi di “morosità rilevanti”, con particolare riferimento a partiti, imprese e Vip.

La notizia, ripresa nell’immediato anche dal Fatto Quotidiano, ci ha consegnato inevitabilmente un’immagine sporca dell’agenzia privata di riscossione, nata sotto il governo Berlusconi III. Alla luce di questo profilo, i dati del fatturato Equitalia suonano come una mannaia che si abbatte quasi esclusivamente sulle teste dei meno abbienti: 3 miliardi e 800 di recupero coattivo nel 2005, fino ad arrivare ai circa 9 miliardi incassati nel 2010 con un rialzo del 130% (*). Si segnala inoltre un aumento di pignoramenti presso terzi arrivati a circa 133 mila; i preavvisi di fermo (su auto e moto) raggiungono ormai quota 1 milione e 600 mila, mentre i fermi veri e propri ammontano a circa 600 mila. Ulteriore addendo è quello relativo alle iscrizioni di ipoteca su case, capannoni e terreni (anticamera della vendita all’asta), pari a circa 150.000, mentre i pignoramenti immobiliari azionati da Equitalia ammontano a circa 12.000, contro gli 8.700 del 2007(**). Insomma un bollettino di guerra che avrebbe potuto risparmiare qualche vittima se la riscossione fosse rimasta in mano agli enti territoriali. Comuni, province e regioni dispongono già infatti di uffici preposti e, vivendo a più stretto contatto con le realtà locali, potrebbero dispensare, oltre alle tanto odiate cartelle esattoriali, anche un po’ più di umanità.

* Dati elaborati da Cgia Mestre

** Fonte: Fiscal-focus.info

Palestina riconosciuta Stato. L’Onu diviso fra delusi e contenti

Posted dicembre 4th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Guerra e imperialismo

La Palestina entra a far parte dell’Onu in qualità di “Stato osservatore non membro”: un riconoscimento che non piace né agli Usa né a Israele, ma ancor più contrari sono gli stessi palestinesi sottoposti a un governo non più riconosciuto dal popolo.

Se la Palestina che siederà ai prossimi consessi delle Nazioni Unite sarà ancora quella di Abu Mazen, allora il termine del conflitto israelo-palestinese è rimandato sine die. Ammesso che l’elezione dell’attuale presidente, in carica dal 2005, sia avvenuta regolarmente – cosa assai improbabile, dato che si trattava della prima votazione ufficiale per i palestinesi delusi dai trascorsi con Arafat –, egli è più un interlocutore per Israele e l’occidente che per il suo popolo. Hamas ha soppiantato in parlamento il vecchio partito conservatore di Al-Fatah che cerca di non sparire attraverso il suo esponente più importante. Abu Mazen, appunto, che, nonostante il suo mandato sia arci-scaduto nel 2009, continua imperterrito a occupare lo scranno più alto dell’Autorità Nazionale Palestinese. Lo scorso 29 novembre le Nazioni Unite hanno ufficialmente riconosciuto la Palestina come “Stato osservatore non membro”, degno dunque di sedere nell’Assemblea generale senza tuttavia facoltà di voto. Un riconoscimento a metà, un “foglio rosa” per affiancare i paesi membri, depositari esclusivi di democrazia,  e carpirne le regole di civiltà.

Secondo Usa e Israele la risoluzione Onu 67/19 non favorirà la pace, bensì un ulteriore inasprimento dei conflitti a Gaza e in Cisgiordania. Paradossalmente tale posizione è condivisa da buona parte dei palestinesi che si sentono presi in giro dalle manfrine delle Nazioni Unite: riconoscere lo Stato palestinese in sede internazionale significa interfacciarsi col governo che ha vinto le elezioni e non con un presidente illegittimo che ha superato i limiti del suo mandato. Sebbene Hamas nel 2006 abbia ottenuto la maggioranza in parlamento e insediato il proprio esecutivo, nessuno vuole interloquire con i suoi esponenti. Anzi, sono osteggiati da Ue, Usa e Israele che vedono la prima forza politica della Palestina soltanto come un’organizzazione terroristica. Se la posizione di Tel Aviv resta irremovibile, l’Europa, quantomeno, potrebbe assumere il ruolo di mediatore per la risoluzione di un conflitto che miete vittime da più di mezzo secolo. Chissà che il premier Monti, dopo l’incontro colle autorità della Lega Araba – molto legate ad Hamas –, non decida di spendersi per la causa palestinese: fanta-politica?