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Repubblica protegge gli intoccabili della trattativa Stato-mafia

Repubblica continua nella strenua difesa del capo dello Stato che, secondo i suoi stessi consiglieri, si è prodigato per salvare il suo amico Mancino dal processo sulla trattativa. Ma la posizione di Napolitano si fa sempre più compromessa.

È datata 24 agosto l’ultima arringa difensiva del quotidiano la Repubblica a supporto del capo dello Stato. La pietra dello scandalo è ancora una volta il tentativo – fortunatamente rivelatosi vano – da parte di Napolitano di influenzare la magistratura per salvare il suo amico Mancino. Questa volta l’editoriale assolutorio reca la firma di Ezio Mauro, direttore del giornale romano, che con beffarda ragionevolezza cerca di ridimensionare le polemiche riguardanti le telefonate fra Mancino e il Colle. L’intero mondo della carta stampata si schiera dalla parte di Repubblica sostenendo che la procura di Palermo, che indaga sulla trattativa, abbia leso delle presunte prerogative – quali non si sa – della Presidenza della Repubblica attraverso le intercettazioni telefoniche dove compare Napolitano. In altre termini s’intende che il capo dello Stato gode di una particolare immunità che impedisce agli inquirenti di ascoltare le sue conversazioni telefoniche. Peccato che questa tesi non trovi riscontri legislativi, né ve ne sono nella costituzione, risulta pertanto inopportuno il conflitto di attribuzione sollevato dal Colle.

Poche le voci fuori dal coro fra cui Di Pietro in parlamento, il Fatto fra i giornali e sul web Beppe Grillo: il loro appoggio va ai magistrati che intercettando la voce di Napolitano hanno agito nel pieno rispetto della legge; tanto più che il telefono sotto controllo non era il suo ma quello di Mancino. Ciononostante gli inquirenti palermitani sono stati crivellati da una violenta campagna mediatica ancora aperta, la cui ultima sferzata è arrivata da Giuliano Ferrara: “… I magistrati di Palermo dicono minchiate, puttanate – e con particolare riferimento a Ingroia afferma – Sono dei fottuti carrieristi che cercano la ribalta mediatica per ottenere un posto in politica”. Tuttavia l’aspetto cruciale dell’intera vicenda rimane il fatto che il Quirinale abbia impegnato tre organi dello Stato – una procura, l’Avvocatura e la consulta – per una questione campata in aria. Una mossa che contribuisce a gettare ulteriori ombre sulla trattativa fra Stato e mafia che ha portato alla morte del giudice Paolo Borsellino. Napolitano ha dunque fatto una scelta di campo proteggendo sotto la propria egida chi sa e non vuole fornire lumi su quella terribile stagione stragista.

Ilva-killer: il procuratore “Nessuna novità s’inquina da 30 anni”

Secondo il procuratore di Taranto Franco Sebastio i giornali scoprono l’acqua calda. Già nel 1982 infatti il magistrato fece condannare i vertici Ilva/Italsider per le polveri killer.

La storia è una ruota che gira, l’Ilva ne è un esempio. Trent’anni fa lo stesso procuratore che oggi indaga sulle emissioni nocive a Taranto, tal Franco Sebastio, fece condannare l’allora direttore dello stabilimento siderurgico Sergio Noce. Erano altri tempi e l’Ilva si chiamava ancora Italsider, ma la sostanza non cambia: ieri come oggi le emissioni dell’acciaieria causano morti e malattie. Secondo le perizie del tribunale solo negli ultimi 13 anni i decessi attribuibili direttamente alle esalazioni nocive sarebbero 346, mentre i ricoveri circa 1500. Si tratta comunque di numeri destinati ad aumentare, dato che stiamo parlando di patologie che si possono manifestare anche dopo molti anni. Calcolando un certo numero di casi non censiti e le malformazioni dei feti, si può concludere che sarà difficile ripagare i danni di un tale disastro. In aggiunta il procuratore Sebastio riferisce che, in qualità di cittadino, non crede più ai proclami fatti dalla politica in merito alla bonifica dello stabilimento. E come lui la gente si aspetta che questa volta alle parole seguano i fatti.

Già, perché negli anni successivi alle prime condanne degli anni 80 vennero annunciati una serie di interventi di risanamento che in parte rimasero solo sulla carta. Quando si spensero i riflettori dopo l’azione della magistratura tutto tornò come prima, o forse peggio. Da qui si capisce lo scetticismo del procuratore Sebastio che chiede immantinente concretezza alla classe politica odierna. Intanto procede l’iter giudiziario, dove il Tribunale del riesame ha da poco depositato le motivazioni della sentenza che conferma le disposizioni della gip Patrizia Todisco. L’Ilva si è dunque vista respingere la propria istanza di ricorso che chiedeva la continuazione delle attività nell’impianto. Il collegio del Riesame peraltro ribadisce che i vertici aziendali hanno agito con coscienza nell’inosservanza della legge, provocando un grave pericolo per la salute e la vita di un numero indeterminato di persone. Non si esclude inoltre un coinvolgimento nelle indagini di cariche istituzionali per omissione di controllo. Sono invece già fissate a ottobre le date delle udienze di due importanti processi per la morte di 30 operai uccisi dal cancro, gli imputati sono 29 dirigenti avvicendatisi in 30 anni alla guida dell’acciaieria.

Trattativa Stato-mafia, morte o esilio per renitenti: tre i caduti

Due i magistrati antimafia: Barillaro privato della scorta muore in uno strano incidente, Ingroia “esodato” vola in Guatemala. Uno il testimone scomodo: D’ambrosio, consigliere del Colle, scomparso a causa di un infarto. Tre indizi in odor di prova.

Un filo rosso unisce i vissuti di tre uomini diversi che hanno trovato nella ricerca della verità un fronte comune per contrastare la perenne collusione fra Stato e mafia. La fine di luglio ha segnato indelebilmente la storia di questo paese: mercoledì 25 muore il giudice Barillaro, uomo chiave della lotta contro la mafia. Attualmente ricopriva il ruolo di gip al tribunale di Firenze, dove ancora si sta indagando sulla famigerata quanto appurata trattativa fra Stato e mafia. Come consigliere applicato alla corte d’assise d’appello di Caltanisetta, ha redatto la sentenza nel processo Borsellino ter sulla strage di via D’Amelio e la sentenza nel processo a Totò Riina e altri per l’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone. Di recente si era occupato del traffico illecito di capitali fra Italia e Cina, un flusso di denaro di circa 4,5 miliardi che scorreva negli argini sicuri della criminalità organizzata. Barillaro parlava così di Borsellino: “Ora tutti lo osannano, ma a quei tempi era stato lasciato solo”. Il Viminale gli aveva da poco tolta la scorta, nonostante la succeduta lettera di minacce che inneggiava alla sua morte.

Il 25 luglio è anche il giorno in cui Antonio Ingroia lascia l’incarico di sostituto procuratore di Palermo per trasferirsi in Guatemala. Il magistrato titolare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia andrà a combattere il narcotraffico nella piccola repubblica centroamericana per conto delle Nazioni Unite. Una notizia surreale dato che si tratta di una delle indagini più importanti capitate fra le mani del pm palermitano. Tanto più che lo stesso Ingroia dice di andarsene con l’amaro in bocca: da qui si capisce tutto il dispiacere di un pm che non può restare a vedere l’esito di quanto ha costruito in istruttoria. Infine il 26 luglio muore d’infarto il magistrato Loris D’Ambrosio, consigliere del Quirinale ed ex collaboratore del giudice Giovanni Falcone. D’Ambrosio aveva recentemente rilasciato al Fatto Quotidiano un’intervista dove ammetteva di aver aiutato Mancino, per conto di Napolitano, a ottenere un trattamento favorevole coi giudici. Mancino è infatti indagato per falsa testimonianza nell’ambito del processo di Palermo sulla trattativa. Insomma, l’unico che al Colle era disposto a parlare ci ha improvvisamente lasciato. Se qualcosa non cambia, della trattativa non rimarrà che un ricordo.

Legge elettorale, partiti: concertazione per evitare la scomparsa

Posted agosto 2nd, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Politica

Si susseguono in questi giorni le dichiarazioni dei parlamentari in merito a una riforma del “porcellum”. Coll’avvicinarsi delle elezioni politiche del 2013 i partiti cercano una convergenza per evitare un’emorragia elettorale.

Negli ultimi giorni un coacervo di opinioni copre le pagine dei giornali. Oggetto di critica è la legge elettorale. Oltre ai leader di partito si è epresso a riguardo anche il presidente della Repubblica Napolitano. Tutti sembrano essere d’accordo su un punto: la legge elettorale va cambiata. Qui nascono però le divergenze, qualcuno vuole il sistema proporzionale, qualcuno il maggioritario e qualcuno quello misto. I vari sondaggi commissionati anche dagli stessi partiti ci consegnano un quadro politico che non rispecchia più l’attuale composizione del parlamento. Uno di questi, apparso in aprile sul Corriere, dava al 2% la fiducia degli italiani nei partiti e quella verso il parlamento superava di poco il 10%. Nei numerosi incontri succedutisi dopo la caduta del governo Berlusconi fra Alfano, Bersani e Casini (Abc), si è discusso di nuove possibili alleanze e di come suggellarle attraverso una congeniale modifica del sistema elettorale. Fuori dai giochi sono rimasti la Lega, l’Idv e Fli che si oppongono all’idea dell’ennesimo rimpasto politico. Cominciano così a delinearsi i ruoli all’interno della battaglia politica che porterà alle elezioni del 2013.

Mentre tutti si affannano per evitare un’emmorragia di voti, ecco che spunta il Movimento 5 Stelle pronto a sparigliare le carte. Abc si difende con l’idea di una grande coalizione che sostenga un governo di unità nazionale, perché “non si esauriscono in un anno le ragioni che hanno insediato Monti a Palazzo Chigi“. In altre parole significa che abbiamo ancora bisogno di un legislatore vicario che ci aiuti a tornare sul binario del rigore della spesa. Tuttavia il deficit dell’erario non può tanto rientrare con una riduzione della spesa pubblica, quanto con l’introduzione di norme che blocchino gli sperperi e incentivino le elargizioni sulla base del merito. Una delle convenzioni che l’Europa ci aveva chiesto di ratificare più di 10 anni fa era quella anticorruzione, ma la classe dirigente fa orecchie da mercante. Oggi in parlamento ci si accalca per presentare proposte di riforma del “porcellum”, come se improvvisamente si trattasse di cancellare una vergogna. Eppure lo stesso Calderoli, autore della “porcata” – ipse dixit –, ha ammesso ieri dalle colonne di Repubblica che quella legge fu cucita su misura delle esigenze di Berlusconi, Fini e Casini. Proprio quelli che ora vogliono cambiarla, certo che la paura gioca brutti scherzi.