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Ilva: disposto il sequestro, ma gli operai assediano la fabbrica

Disposto il sequestro dello stabilimento, mentre gli operai protestano per le vie di Taranto. Arresti domiciliari per otto dirigenti, tra cui il patron dell’Ilva Emilio Riva.

TARANTO – Giovedì scorso il gip di Taranto Patrizia Todisco ha disposto il sequestro dello stabilimento dell’Ilva senza facoltà d’uso. Un provvedimento d’urgenza dettato dalla prorompente pericolosità emersa dalle perizie dell’equipe composta dai professori Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere. Si legge nella perizia: “… L’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte“. Gli alti dirigenti dell’azienda siderurgica sono stati accusati di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose. Otto le misure di custodia cautelare agli arresti domiciliari ordinate dal gip Todisco; tra i nomi di spicco figurano il patron dell’Ilva Emilio Riva e suo figlio, nonché presidente uscente dello stabilimento ed ex consigliere delegato, Nicola Riva.

I lavoratori hanno bloccato le principali arterie della città di Taranto per protestare contro il sequestro dello stabilimento. Presso la prefettura tarantina si è poi aperto un tavolo di confronto fra le autorità e una rappresentanza sindacale. In seguito alla trattativa il corteo dell’Ilva ha deciso di occupare il ponte girevole di Taranto dopo aver mal digerito le vane rassicurazioni del prefetto Claudio Sammartino. Anche il governo dalla voce del ministro dello sviluppo Passera fa sapere che sono al vaglio diverse soluzioni per risolvere i problemi che hanno portato al sequestro della struttura. Ad allarmare i lavoratori, oltre alla prospettiva della disoccupazione, sono anche i proclami tardivi di riqualificazione dell’impianto industriale. La dirigenza dell’Ilva insieme alla classe politica locale e nazionale non ha mai avviato un serio piano di adeguamento alle norme ambientali. Secondo il rapporto stilato dai medici nominati dal gip ogni anno le emissioni dell’Ilva causano 90 morti solo nella popolazione tarantina. Disarmanti le parole del gip nell’ordinanza di sequestro: “… Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”.

Formigoni Errani Vendola e il puzzo del compromesso morale

Posted luglio 28th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Giustizia

I tre governatori indagati si professano innocenti. I vertici di partito non fiatano e comincia a esalare “il puzzo del compromesso morale”.

Ce ne sarebbe abbastanza per costruirci sopra un’intera campagna elettorale, eppure tutto tace. Formigoni plurindagato raggiunto dall’ennesimo avviso di garanzia potrebbe essere brutalmente attaccato dalla sinistra. Errani o Vendola, anch’essi indagati, potrebbero venir trucidati dai colpi della stampa di destra. Eppure tutto tace. Possibile che nessuno voglia vincere le imminenti elezioni del 2013? La vittoria è lì servita su un piatto d’argento, ma nessuno la riscuote. Dalla recente cronaca giudiziaria si evince come non mai l’adesione di destra e sinistra a un armistizio politico. Il Pd evita di criticare Formigoni perché il suo governatore dell’Emilia è stato accusato di aver elargito indebitamente denaro. Entrambi hanno superato i due mandati al governo delle rispettive regioni, nonostante una legge nazionale lo vieti. Lombardia ed Emilia hanno deciso di non “recepire” la norma e nulla fa presagire che le loro intenzioni cambino. Vendola dal canto suo può solo continuare a millantare una politica diversa dai suoi predecessori, ma i suoi cavalli di battaglia si sono sciolti nella risacca come un castello di sabbia.

L’acquedotto pugliese, il più grande d’Europa, è rimasto in mano a una S.p.A. anche dopo il risultato referendario pro ripubblicizzazione. Le sue promesse di ritornare a una gestione pubblica gli hanno procurato voti preziosi per la sua elezione. Per di più la sua giunta ha stanziato ingenti capitali per la fondazione del defunto Don Verzé (sic), affinché costruisse un polo clinico per la cura del cancro. Non un ospedale pubblico, bensì uno privato facente capo al San Raffaele che di lì a poco sarebbe stato commissariato per un buco di bilancio stratosferico. Sotto questo profilo i tre governatori si assomigliano non poco. Se le ipotesi di reato verranno confermate dai magistrati proverebbero ancora una volta che le prassi corruttive sono consuetudine sia a destra che a sinistra. Ma soprattutto che di fronte a scandali di tale portata fra gli interessati vige un patto di non belligeranza. Borsellino lo chiamava compromesso morale e diceva che il suo puzzo si contrapponeva al fresco profumo della libertà. Oggi sono disposti a tutto pur di evitare il naufragio elettorale. Non importa poi se un radicale di sinistra ammicca con un democristiano ciellino.

Trattativa, Dell’Utri: “Ingroia è pazzo” e il magistrato si dimette

Dell’Utri offende il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia. Il magistrato decide di dimettersi, fra i motivi c’è quello di non esporre la procura a pressioni e polemiche.

Le dichiarazioni di Dell’Utri alla vigilia della richiesta del suo rinvio a giudizio pesano come un macigno. “Se c’è un pazzo – alla procura di Palermo, nda – è proprio Ingroia” ha affermato il fondatore di Forza Italia fra gli ambulacri del tribunale siciliano. Già da tempo il sostituto procuratore Antonio Ingroia meditava di dimettersi, non appena però fosse riuscito a concludere definitivamente le indagini sulla trattativa Stato-mafia. L’offesa di Dell’Utri alla sua persona è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il magistrato infatti dopo aver ottenuto una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del senatore del Pdl è stato bersagliato dalla stampa asservita alla corte di Arcore. A nulla sono valsi i tentativi dei colleghi di convincere Ingroia a fare un passo indietro, che dal canto suo risponde: “Lascio la procura per rasserenare il clima”. Il magistrato ha voluto inoltre precisare che l’inchiesta rimarrà nelle mani di validi inquirenti che hanno collaborato con lui al difficile compito di ricostruire una verità scomoda.

Una verità che certamente i dodici indagati di questa inchiesta preferirebbero non rivelare. Escludendo mafiosi conclamati come Riina e Provenzano sulla cui riluttanza a collaborare non v’è dubbio, tra gli altri probabili imputati – alcuni dei quali ricoprono ancora cariche apicali – aleggia una spaventosa omertà. Insieme ai media corrotti anche la Presidenza della Repubblica ha cercato di mettere i bastoni fra le ruote alla procura palermitana, sollevando un conflitto di attribuzione dall’evidente sapore intimidatorio. Oltre che per Dell’Utri sono state ravvisate responsabilità nei confronti degli alti ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni e degli esponenti politici Calogero Mannino e Nicola Mancino. Solo a quest’ultimo viene contestato il reato di falsa testimonianza, mentre per gli altri si tratta di attentato a corpo politico dello Stato. Il fatto che le dimissioni di Ingroia siano state indotte anche da pressioni politiche o interne alla magistratura rimane tuttavia più che un dubbio.

Un ombrello di nome Fiscal Compact: il parlamento centra il buco

Posted luglio 23rd, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Economia, Ingiustizia sociale

A chi giova approvare così di fretta e furia un trattato incentrato sulle regole di bilancio dello stato? Più che a tamponare la crisi sembra un modo per tirare l’acqua al mulino della finanza.

Il Fiscal Compact è stato approvato in sordina ieri dal parlamento, e, mentre in Germania si interpella la corte costituzionale per verificarne la legittimità, in Italia si procede a piè sospinto. Non solo, si evita persino di parlarne troppo, onde evitare che qualcuno possa incuriosirsi e sollevare polemiche. Insieme a questo trattato che prevede indiscriminate rinununcie di spesa è stato avvallato un’altro provvedimento europeo per la stabilità finanziaria. Si chiama Mes (o Esm in inglese) e sta per Meccanismo Europeo di Stabilità. Si tratta della creazione di un fondo che i disinformatori mediatici definiscono “salva-stati”; in realtà i miliardi da stanziare serviranno a iniettare per l’ennesima volta liquidità nelle banche innescando il solito giro perverso, dove a guadagnarci saranno i soliti comitati d’affari. Gli stessi che esercitano una costante pressione sulle istituzioni europee affinché i titoli di stato presenti sul mercato non si trasformino in cartastraccia. Questa è anche la preoccupazione di sua eccellenza Mario Monti che quando si tratta di far calare la mannaia opta sempre per il welfare. Guai a toccare i privilegi della casta o debellare fenomeni criminali come la corruzione che dissanguano quotidianamente il pubblico erario.

Altrettanto zelo non si è visto tuttavia quando l’Europa ci ha chiesto di ratificare la convenzione anti-corruzione di Strasburgo, che ormai da più di un decennio apetta di valicare le Alpi. Il governo istituzionale, capitanato dal banchiere lobbista, aveva  l’imbarazzo della scelta: moniti dall’Europa ne sono arrivati a iosa, tra l’altro la Commissione europea ha avviato diverse procedure d’infrazione per le quali paghiamo multe salate. Una su tutte quella per l’abusivismo di Rete Quattro, le cui frequenze sarebbero dovute andare a Europa Sette che aveva i requisiti per trasmettere. Per non parlare poi delle violazioni in tema di rifiuti, per quelle ormai non c’è più speranza. Ovviamente l’omino della finanza ha fatto una scelta coerente col suo cursus honorum infischiandosene dell’italiano medio. Prima vengono i gioielli di famiglia, poi il popolino. Chi ha la pancia piena di obbligazioni italiane può tirare un sospiro di solievo; ma i cittadini? Per loro è previsto un tuor de force sul modello greco che a detta di molti economisti indipendenti potrebbe portarci sulla strada di una nuova grande depressione (Stiglitz). Insomma sul grande ombrello che sta per inchiappettarci c’è scritto “Fiscal compact”.

Taglio provincie, inizia il gioco della sedia e degli emendamenti

Posted luglio 23rd, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Delinquenza politica, Sprechi di Stato

Meno Provincie nel provvedimento presentato dal governo. Un ridimensionamento destinato a suscitare malcontento fra i lacchè dei partiti.

Monti ha deciso di dare un taglio alla politica del superfluo, delle 110 provincie odierne ne rimarranno solo una quarantina con una decina di metropoli che allargheranno i loro confini. Un tentativo lodevole da parte di un premier che, tuttavia, ha solo minacciato una lotta senza quartiere contro le baronie che hanno lottizzato l’Italia. Una storia che si ripete da più di duemila anni quando ai tempi del primo triumvirato le gens più influenti di Roma si spartivano le provincie della repubblica. Seppur con qualche differenza le provincie di allora sono come quelle odierne, cioè un luogo dove sistemare parenti e amici. Ma anche una merce di scambio per sdebitarsi o per soddisfare velleità politiche di qualche personalità facoltosa. Ieri era il caso del ricco Marco Licinio Crasso, ora quello di tanti più modesti presidenti di provincia e accoliti.

L’abolizione delle provincie è un’antifona che ciclicamente viene rispolverata da tutti i partiti della seconda repubblica, salvo poi presentare candidati per le elezioni delle stesse. Le regioni sarebbero benissimo in grado di svolgere le esigue funzioni rimaste alle provincie, ormai ridotte a mere istituzioni di facciata. Il “vorrei ma non posso” dei partiti si spiega solo col fatto che nei consigli provinciali siedono troppi amici che non gradirebbero rimanere senza impiego. L’unica formazione politica a non aver presentato candidati alle ultime elezioni provinciali si chiama Movimento Cinque Stelle, che coerentemente col suo programma chiede l’abolizione dell’inutile ente. A questo giro qualcuno rimarrà inevitabilmente senza sedia (Monti dixit), a meno che non inizi la solita manfrina degli emendamenti per salvarne qualcuna.

Napolitano terrorizzato dalla pubblicazione delle sue telefonate

Il Presidente della Repubblica blocca i lavori della procura di Palermo che stava per mettere agli atti dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia le sue telefonate con Mancino. Episodio che stride con la giornata di oggi in cui si celebra il ventennale della scomparsa del giudice Paolo Borsellino.

Cosa può spingere un vegliardo ottuagenario prossimo a ritirarsi a vita privata a scaldarsi tanto? L’anzianità dovrebb’essere l’età della serenità e della saggezza, e invece al sol pensier che la procura di Palermo renda noto il contenuto di un paio di sue telefonate Napolitano perde le staffe. Scompone il suo decoro istituzionale fatto di ridicoli moniti e assurdi tentativi di moralizzazione, insinuando il dubbio che i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia abbiano abusato del loro potere inficiando le prerogative dell’Inquilino del Quirinale. Lo fa impegnando inutilmente un’altra istituzione come l’Avvocatura dello Stato per accusare prepotentemente Messineo e Ingroia (apostrofato ieri come pazzo da Dell’Utri), che a detta di insigni giuristi hanno operato nel pieno rispetto della legge. Nel decreto con cui ha incaricato l’Avvocatura il “Presidentissimo” chiede addirittura che le succitate intercettazioni vengano distrutte, ma il procuratore di Palermo Messineo ribatte che ciò può essere fatto solo davanti al gip e non su iniziativa degli inquirenti.

Insomma una querelle degna della corte del Re Sole, dove Napolitano recita la parte del monarca che vuole a tutti i costi il potere assoluto per silenziare l’ordinario e onesto lavoro di una certa procura. Per di più qui si sta parlando di intercettazioni indirette, nel senso che il telefono sotto controllo non era quello del Capo di Stato, bensì quello di un comune cittadino – seppur molto influente – come Nicola Mancino. Se poi l’ex ministro dell’Interno telefona anche al Presidente della Repubblica è ovvio che nelle intercettazioni ci finiscono entrambi. La vicenda invero si staglia in un panorama più complesso in cui Mancino e Napolitano si affannerebbero per salvare le rispettive reputazioni: Mancino ai tempi della strage di via D’Amelio faceva parte dell’esecutivo e probabilmente era a conoscenza della trattativa (e chissà mai che non verrà asseverato che ne fosse un fautore). Quella stessa trattativa che Paolo Borsellino non avrebbe mai accettato, motivo per cui è stato ammazzato. Loro si affannano, e noi oggi nel giorno del ventennale della sua morte commemoriamo la figura di un giudice che si è immolato per servire noi tutti. 19 luglio 1992 – 19 luglio 2012, ancora nessun colpevole.

Milano, ritirata cittadinanza onoraria a Dalai Lama: Cina gioisce

Vergognoso episodio in cui il comune di Milano si dimostra essere assoggettato ai diktat che arrivano dalla Cina: il Dalai Lama Tenzin Gyatso non diventerà cittadino onorario di Milano.
Ci risiamo. Lo scorso giugno la giunta del comune di Milano si rimangia la parola data: in occasione della sua visita nel capoluogo meneghino il Dalai Lama Tenzin Gyatso avrebbe dovuto ricevere la cittadinanza onoraria, ma in extremis l’esecutivo presenta un decreto che dispone una celebrazione analoga senza il conferimento del titolo onorifico. Il sospetto che siano arrivate pressioni dall’ambasciata cinese rimane irrilevante di fronte a un istituzione democratica che si piega a logiche di convenienza diplomatica. Il coraggio che si è chiesto al nuovo sindaco Pisapia è stato subito disatteso da questa gaffe miserabile. Un gesto esemplare sarebbe servito per dare un segnale di discontinuità con la solita politica degli inciuci e della deferenza ai poteri forti. Persino il governatore Formigoni ha trovato parole solidali per Pisapia, affermando che per fare politica occorre scendere a compromessi. Insomma quando ci sono di mezzo gli affari destra e sinistra vanno sempre a braccetto.
Pare infatti che alcuni diplomatici di Pechino abbiano minacciato il ritiro della Cina dall’Esposizione Universale Milano 2015. E poiché comune e regione partecipano alla società che gestisce l’evento, l’abbandono da parte dei cinesi sarebbe stato un duro colpo per l’economia dell’organizzazione. L’unica voce levatasi a favore della cittadinanza di Tenzin Gyatso è stata quella di Mattia Calise, giovane consigliere del Movimento Cinque Stelle, che ha ribadito la posizione del suo gruppo deciso a non accettare i diktat della Cina. Ma il suo intervento si è spento nell’indifferenza del resto dell’assemblea consiliare. Milano non ha saputo contrastare l’egemonia politico-economica di un governo che reprime nel sangue i moti di protesta tibetani e viola la libertà individuale del suo popolo. Curioso il fatto che nel 2007, durante una precedente visita del Dalai Lama in Italia, l’Ulivo milanese rimproverò all’allora sindaco Moratti di non aver organizzato alcun incontro ufficiale. A Pdl e Pd(-l) evidentemente piace fare gli onori di casa solo in presenza di dittatori del calibro di Gheddafi e Mubarak.
Video:
Calise Mattia consiglio comunale del 21 06 2012: pro cittadinanza onoraria al Dalai Lama

Dal G8 alla Valsusa: breve reportage sulla repressione poliziesca (VIDEO)

Le stesse voci dei protagonisti rivelano la devianza di uno Stato che è avvezzo a silenziare il dissenso col discredito, colla forza e con qualsiasi altro mezzo utile mantenere lo status quo. I nuovi gerarchi come i vecchi, il popolo non ha potere: dissentire è un crimine.
Testo (guarda il filmato cliccando qui o sull’immagine sopra):
«Questo breve intervento, intitolato “Boicottaggi di Stato: la doppia morale dei nuovi conservatori”, si apre con un indovinello: chi è stato a pronunciare il seguente discorso?
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”
Ebbene, a dispensare questi nefasti consigli non è stato un criminale psicopatico, bensì un ex presidente emerito della repubblica, considerato dai pennivendoli di regime un esimio statista. Il suo nome è Francesco Cossiga, un moderato per definizione, con qualche nostalgia squadrista. Queste dichiarazioni risalgono al 2008 quando cresceva nel Paese l’onda di protesta studentesca, innescata dagli indiscriminati tagli alla scuola pubblica ad opera congiunta dei ministri Tremonti e Gelmini. I referenti messi in campo dal governo in quell’occasione per allestire un tavolo di confronto con gli studenti furono i poliziotti: scelta alquanto deprecabile, ma estremamente emblematica del perverso rapporto fra politica e cittadinanza. I politici oggigiorno si sentono dei piccoli principi rinascimentali e, talvolta, impiegano la polizia alla stregua di una propria milizia personale; Cossiga non ne ha fatto mistero, usandola per reprimere nel sangue il dissenso studentesco.
Le forze dell’ordine sono l’ultimo baluardo per la casta e presidiano assiduamente i palazzi del potere, siano essi luoghi istituzionali o mere espressioni dell’oligarchia finanziaria: nel mese di maggio di quest’anno a Francoforte si sono radunati giovani da tutta Europa per contestare pacificamente le politiche fiscali della Bce. Nonostante gli spostamenti del corteo fossero stati adeguatamente segnalati alle autorità competenti, la polizia con chiaro intento intimidatorio ha impedito la libera circolazione ai manifestanti bloccandone alcuni alle porte della città, altri a debita distanza dalla banca, altri ancora sono stati invece arrestati per presunti reati bagatellari. “Non disturbare il manovratore” sembra il monito che proviene dai colpi dei manganelli degli agenti che, a più riprese, non si limitano a difendere le plumbee sedi istituzionali, ma affondano persino attacchi scatenando tafferugli che per deontologia dovrebbero contribuire a evitare.
L’uso politico delle forze dell’ordine è di matrice autoritaria è serve a nascondere un problema: l’autismo e l’autoreferenzialità di una classe dirigente che non vuole e non può ascoltare le umane istanze di un popolo che chiede equità e giustizia. Serve a celare la grave crisi di rappresentanza che ammorba il Paese e ne rallenta il progresso. Non serve invece sciorinare la pomposa retorica delle distinzioni, dicendo che la componente buona della polizia è maggioritaria: se il partito dei poliziotti fedeli e ligi al dovere non alza la voce è come se non esistesse. La gente scende in piazza spinta dalle esigenze di una vita immiserita da anni di politiche truffaldine, ma ad accoglierla non ci sono più i partiti, bensì schiere di agenti in tenuta antisommossa.
Gli scenari fin qui evocati non possono che riportarci ai tragici fatti del G8 di Genova del 2001. Il tema è tornato recentemente d’attualità dopo l’uscita al cinema del film “Diaz”. Tralasciando che è un film di notevole valore storico, dato che si basa sulla ricostruzione probatoria del processo che ha portato alla condanna di diversi membri delle forze dell’ordine, la realtà che ha portato alla luce dovrebbe occupare la ribalta mediatica e politica: un plotone di esecuzione che irrompe in una scuola adibita a ostello, e, dopo la chiusura dei lavori al G8, pesta a sangue uomini e donne inermi. Non contenti i carnefici seviziano alcune vittime nel carcere di Bolzaneto, senza che nessun ministro l’indomani riferisse in parlamento. Non credo che questo sia un insabbiamento, ma che diversamente denoti la distanza tra politica e cittadini, che sono considerati tuttalpiù un’appendice scomoda della società utile solo in caso di elezioni. E la facilità con cui talvolta la magistratura dispone arresti nei confronti di manifestanti incensurati conferma questa tesi: nel settembre del 2011 ad esempio sono state arrestate in Val di Susa un’infermiera (madre di tre figli) e una studentessa di medicina che si trovavano in una baita nei pressi del cantiere di Chiomonte per garantire un minimo di assistenza medica ai Notav.
Nello zaino di una delle due donne sono stati rinvenuti lacci emostatici, disinfettanti e garze sterili: insomma il perfetto kit  da terrorista incallito. Risulta difficile comprendere le ragioni di tal provvedimento disposto dalla procura di Torino di cui Gian Carlo Caselli è il capo. Soprattutto se si considera che le due donne sono state trattenute in carcere per settimane per un ipotesi di reato alquanto bislacca: concorso morale in aggressione a pubblico ufficiale. Tradotto significa che siccome si trovavano dalla parte dei Notav e non da quella della polizia – ma va’? – sono state accusate di tifare per i valsusini. Sembra il teatro dell’assurdo, dove alla stregua della poetica orwelliana il solo trovarsi in un luogo bandito è causa di deportazione. Ma evidentemente per Caselli e colleghi tutto rientra nella normalità; tuttavia agli occhi dei più potrebbe apparire strano che il parlamento neghi l’arresto di Nicola Cosentino (concorso esterno in associazione camorrista) e di Alberto Tedesco (associazione a delinquere) per reati ben più gravi. Molti la vivono come un’ingiustizia che innesca una riflessione generale sull’uso che viene fatto delle carceri italiane: non un luogo dove ci finiscono tutti i delinquenti, ma solo alcuni, quelli sfigati, e spesso utilizzato anche come potente deterrente per chi si oppone al potere politico. Quanti mandanti a volto coperto di stragi e omicidi conta la storia italiana dal dopoguerra a oggi? Quanti i truffatori dello Stato? E infine quanti i capri espiatori?
Proviamo ora più nel concreto ad analizzare il comportamento e il funzionamento delle forze dell’ordine, per esempio considerando l’annosa questione dei permessi di soggiorno. I dibattiti che si celebrano attorno al tema immigrazione sono generalmente caratterizzati da argomenti funzionali alla retorica politica, e non alla risoluzione dei problemi. Quando si parla di determinazione della cittadinanza mediante il principio dello ius soli o dello ius sanguinis si pone l’accento su una questione marginale. Per rendersene conto basterebbe accompagnare in questura un immigrato che deve chiedere o rinnovare un permesso di soggiorno. Sorvolando sui paradossi legislativi secondo cui un extracomunitario dovrebbe mettere piede in Italia solo dopo aver già trovato un lavoro in regola (legge Bossi-Fini), chi approda nel nostro paese trova diversi ostacoli per regolarizzare la propria posizione. A dispetto della scarsità dei controlli sullo sfruttamento della manodopera clandestina imperante in tutta la Penisola, uno straniero deve cimentarsi con un iter burocratico snervante, composto per altro dalla richiesta di documenti superflui e tra loro equivalenti, come ad esempio il CUD, il Modello Unico e una dichiarazione del datore di lavoro che certifichi la presenza dell’immigrato sul posto di lavoro.
Tuttavia la critica non verte sulla legittimità di tale richiesta, quanto sull’inefficacia della stessa dovuta alla mancata predisposizione e/o implementazione di sportelli che accolgano e aiutino gli stranieri, regolari e non, a compilare cotanta risma mettendoli in pari con la legge. Ma la Bossi-Fini sappiamo che classifica gli irregolari come delinquenti e ne dispone l’arresto, congestionando le già precarie condizioni delle patrie galere. In barba al principio costituzionale di uguaglianza si può concludere che lo Stato italiano discrimina gli extracomunitari per il solo fatto di non essere nati all’interno del recinto dell’Unione Europea. Questo punto evidenzia una palese contraddizione che pesa come un macigno sulla credibilità della nostra politica estera: l’Italia ripudia l’immigrazione e al contempo ne beneficia, reclutando manovalanza clandestina che contribuisce ad abbassare i livelli medi dei salari.
Una doppia morale che si evince anche in altri ambiti istituzionali caratterizzando la storia della repubblica italiana fin dai suoi albori. Un doppio gioco che si staglia anche nell’ampio panorama delle opere pubbliche, non sempre ideate per rispondere alle esigenze della collettività. I comitati che si oppongono a infrastrutture inutili e dannose vengono spesso dipinti dalla stampa di regime come dei barbari retrogradi con probabili infiltrazioni terroristiche ed eversive. Eppure basterebbe recarsi in loco per rendersi conto che la realtà è un’altra: il più delle volte si tratta di cittadini ben informati sulla propria vertenza, che hanno tentato di comunicare con le istituzioni senza tuttavia ricevere alcuna risposta. Purtroppo questi gruppi non possiedono i mezzi per potersi difendere da attacchi strumentali, cadendo inesorabilmente sotto l’immane potenza di fuoco mediatica dispiegata dagli organi governativi. Così i Notav diventano blackbloc, i Nogronda Noglobal, gli studenti terroristi etc.
La mistificazione è un’arma bianca di distrazione di massa, la più diffusa nelle redazioni giornalistiche. La si usa soprattutto per nascondere delle verità scomode figlie di scelte scellerate di una politica degna del più bieco assolutismo. È il caso dell’omicidio Aldrovandi a cui non viene dato per nulla risalto da una stampa asservita alla casta, nonostante i poliziotti che parteciparono al massacro del ragazzo siano stati recentemente condannati in via definitiva. Un opportuno risalto mediatico della notizia avrebbe potuto quantomeno indurre il capo della Polizia a licenziare i responsabili del reato che invece sono stati semplicemente trasferiti. Una prassi molto simile a quella usata dal clero quando spedisce i sacerdoti pedofili ad annunciare la parola di Dio lontano dai luoghi dove hanno consumato le molestie. Un altro caso eclatante di mistificazione mediatica è rappresentato dalle notizie che circolano intorno a Nicola Mancino riguardo alla trattativa fra Stato e Mafia. Le sue incessanti pressioni sul Quirinale per poter ottenere un trattamento speciale dalla procura di Palermo sono passate in secondo piano in favore di una improbabile ipotesi di conflittualità fra le procure che si occupano della trattativa. Alcuni giornali per l’occasione si sono trasformati in dei veri e propri uffici stampa della Presidenza della Repubblica, sottolineando l’importanza di un coordinamento globale delle indagini tanto auspicato da Napolitano.
Sebbene la fiducia nell’attuale classe politica e nei suoi editori maggiordomi stia inesorabilmente crollando, occorre comunque equipaggiarsi al meglio contro le balle di regime. Nei periodi di declino infatti – o di basso impero – i governi e i loro cortigiani non risparmiano tiri mancini pur di rimanere attaccati allo scettro. Infine, ogni tanto, per evitare di abboccare a simili amenità, non guasterebbe farsi una capatina in quei luoghi tanto demonizzati dai mass media; magari nella selvaggia Val di Susa infestata dai sordidi pirati Notav o in qualche altro presidio contro le barbarie odierne. Ci si accorgerebbe toccando con mano di avere di fronte persone normali, e non pericolosi briganti».