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Carcere per ex cassiere Margherita: tesoriere? L’usi poi lo getti

Posted giugno 24th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Giustizia, Lobby e malaffare, Politica

Il senato ha approvato l’arresto di Luigi Lusi, ex cassiere della Margherita di Rutelli. I suoi colleghi di scorribande hanno deciso di immolarlo per espiare le proprie colpe, ma questo non basta a cancellare vent’anni di intrallazzi e latrocini.

A vent’anni da Tangentopoli nulla è cambiato. Anzi si può dire, in accordo con gli osservatori più attenti, che la corruzione e i reati affini dilaghino più di prima. All’epoca fu l’ingegner Mario Chiesa, amministratore del Pio Albergo Trivulzio, a scatenare il ciclone che travolse la politica, questa volta è il più modesto avvocato Luigi Lusi reo (non si è mai dichiarato innocente o estraneo ai fatti) di aver smistato sotto comando i fondi della Margherita alle varie correnti del partito. Allora come oggi si riversano tutte le responsabilità su un unico uomo, il più improbabile. Come se un umile cassiere possa fare il bello e il cattivo tempo all’insaputa del segretario di un partito e del suo entourage. Siamo alle comiche: Rutellone come il più protervo Craxi cerca di lavarsene le mani, ma anche i sassi sanno che ne è invischiato fino al collo. Il fu Bettino allora ebbe a dire che non si può far di tutta l’erba un fascio addossando all’intera classe politica le colpe di qualche mariuolo. E il mariuolo Mario Chiesa, sentendosi tradito dai suoi complici, sentenziò con le sue confessioni la fine dei partiti della prima repubblica.

Ora siamo in attesa che il cassiere Lusi porti a compimento quel che già fece Chiesa. I nomi sono già trapelati dalle sue deposizioni: si parla di Renzi, Letta (Enrico), Rosy Bindi, Rutelli (ma va’?), Fioroni e Franceschini. Comunque è meglio aspettarsi delle belle sorprese, perché se la pseudo-sinistra affonda non può che tirarsi con sé la sua compagine di destra. I due schieramenti sono al tavolo della stessa bisca clandestina, l’uno conosce i segreti dell’altro e si sostengono reciprocamente, se crollano crollano insieme. Fa sorridere che in senato a prendere le difese di Lusi siano stati proprio gli acerrimi nemici del Pdl, mentre il Pd lo ha abbandonato. Maurizio Gasparri ha infatti espresso la propria solidarietà per Lusi che, a suo avviso, è stato utilizzato come capro espiatorio dai compagni di partito. Tuttavia è lecito aspettarsi dei colpi di scena e vedere se il parlamento partorirà qualche leggina per salvare il povero tesoriere, evitando così che sotto i colpi delle sue confessioni cada brutalmente la seconda repubblica.

McDonald’s confessa: panini della pubblicità ritoccati. Un finto anelito di trasparenza

McDonald’s ci mostra con un filmato come vengono ritoccati i panini per la pubblicità. Il colosso mondiale del fast-food tenta di spacciarsi per un’azienda trasparente e attenta alle esigenze dei consumatori.

McDonald’s vuole rifarsi i connotati. La multinazionale del fast-food (o junk-food, se preferite) ha da poco pubblicato un filmato su internet che ha del ridicolo: un’avvenente manager della compagnia risponde con sorriso smagliante a una cliente insoddisfatta del look dei panini del negozio, considerato troppo diverso da quello della pubblicità. Cortesia e disponibilità non sembrano mancare all’interno dell’azienda che da decenni inquina la cucina mondiale con il suo squisito cibo spazzatura. Certo, sedersi ai loro tavoli è una scelta individuale, ma lo sarebbe anche quello di non venir bersagliati quotidianamente dalla loro pervasiva propaganda. Chi non conosce l’orecchiabile motivetto di McDonald’s è probabilmente un alieno o un selvaggio. I suoi panini sono più famosi di calciatori e starlette. Ora però sono davvero alla frutta. Ci svelano i retroscena della pubblicità mostrandoci come ritoccano un panino prima che appaia in video. Fanno passare il messaggio che sono un’azienda trasparente che non nasconde scheletri nell’armadio.

Tuttavia non hanno capito che la fiction pubblicitaria non può a lungo sopperire alla scarsa qualità dei prodotti. Gli spot e la cartellonistica ingannevoli sono tipici di un mercato di prodotti omologati, dove le imprese si danno battaglia per offrire un’immagine migliore degli altri. Non un prodotto, bensì la sua proiezione nell’immaginario collettivo e poco importa se non risponde al vero. La competitività tanto conclamata dalla Confindustria e dall’Organizzazione Mondiale del Commercio si basa di fatto su una gara di maquillage. Ma per tornare a McDonald’s, forse sarebbe il caso di mostrare altri retroscena: ad esempio quelli delle cucine, oppure quelli degli allevamenti che forniscono la materia prima, oppure ancora le fabbriche di trasformazione delle carni. Per non parlare poi dei terribili effetti sulla salute causati dal mix esplosivo di bevande zuccherate, panini ipercalorici e patatine fritte. Fatti troppo scomodi per diventare oggetto di un spot, meglio un’avvenente manager bionda coi tacchi a spillo.

Video:

Behind the scenes at a McDonald’s photo shoot

Dal Colle omertà sulla trattativa: mafia e Stato si assomigliano

Napolitano si rifiuta di parlare della missiva spedita per redarguire le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia. Se questo è un presidente della repubblica…

Dall’unità d’Italia le istituzioni non hanno mai brillato per trasparenza, men che meno oggi. La notizia di ieri sulle raccomandazioni epistolari inviate dal Quirinale al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito è passata in sordina. Nella missiva si chiedevano informazioni riguardo alle indagini sulla trattativa Stato-mafia delle tre procure italiane più antipatiche alla casta: Palermo, Messina, Firenze. La lettera è dei primi mesi di quest’anno ed è stata sollecitata dalle continue pressioni di Nicola Mancino, ministro dell’interno all’epoca delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Mancino infatti, dopo essere stato sentito dai magistrati di Palermo, ha bombardato di messaggi la Presidenza della Repubblica lamentando di essere stato lasciato solo ad affrontare il processo; secondo le intercettazioni dell’inchiesta palermitana, avrebbe addirittura chiamato il procuratore del capoluogo siciliano Francesco Messineo per evitare un confronto in tribunale coll’ex guardasigilli Claudio Martelli.

Sconcerta il fatto che alla lettera del Quirinale abbia fatto seguito un controllo del pg Esposito sull’operato della procura di Messina, anch’essa scomoda per aver alzato il tiro delle indagini. Curiosamente, poco dopo, un’altra intercettazione immortala Mancino mentre ringrazia Esposito per la sua iniziativa considerata “un segnale forte in difesa dei politici”. L’intera vicenda non fa altro che gettare un’ulteriore onta sull’operato della giustizia italiana. E questo a dispetto degli odierni comunicati del Colle che parlano di legittimo esercizio delle funzioni di Napolitano in merito alla lettera inviata al pg Esposito. Normale amministrazione, vorrebbero farci credere, ma non sembra tanto normale che un ex parlamentare chiami il suo amico capo di Stato per togliersi dalle calcagna dei magistrati. Sono cose da basso impero, non certo da moderna democrazia. Oltretutto contribuiscono a svilire e a disincentivare il lavoro dei magistrati onesti che vogliono far luce sul periodo stragista dei primi anni novanta.

Europa, l’Italia s’impicca per salvare la Spagna: Farage ruggisce

L’Italia si appresta a staccare un assegno da 20 miliardi per salvare la Spagna. Quale tipo di logica si nasconde dietro questa manovra? L’eurodeputato Farage ci fornisce una possibile spiegazione.

Siglato l’accordo fra Europa e Spagna col quale l’Unione s’impegna a finanziare il sistema bancario iberico per ben 100 miliardi di euro. Si tratta di un fondo creato ad hoc dai vari stati membri che sarà conferito al governo iberico per favorire la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà. Finora nulla di strano, dato che la Spagna potrà rivalersi sulle banche a cui verrà concesso il prestito applicando tassi di interesse superiori a quelli imposti dall’Ue. L’Italia contribuisce erogando il 20 percento di quei cento miliardi e qui iniziano le note dolenti: il Bel Paese per finanziare il fondo salva-Spagna dovrà indebitarsi presso creditori privati (indovinate chi sono), i quali esigeranno tassi d’interesse ben più salati di quelli che il nostro erario percepirà quando la Spagna onorerà il suo debito. In altre parole siamo di fronte a un’operazione finanziaria capestra che ci lascerà in braghe di tela affossando ulteriormente la nostra già tanto vituperata economia.

Tuttavia i grandi gruppi bancari gioiscono di questo immane marasma, poiché, in qualità di creditori, si accingono a incassare un cospicuo gruzzolo d’interessi. E poi chi ci garantisce che in Spagna non si ripeta quello che è successo in Italia, quando la Bce prestò scandalosamente all’un percento 270 miliardi ai furbetti di Intesa San Paolo, Unicredit ed epigoni, senza porre la condizione di reinvestirli almeno in parte nell’economia reale? Nel suo complesso la politica anticrisi dell’Europa, più che al sostegno della società civile, pare improntata al soddisfacimento delle esigenze del mondo finanziario che vuole evitare il collasso a ogni costo. Peccato però che banche e fondi speculativi siano anche fra i maggiori artefici della attuale depressione economica. Farage nel suo intervento al Parlamento Europeo di Strasburgo ha inteso sottolineare questo continuo barcamenarsi per salvare la finanza a scapito del popolo. È parso un gigante, eppure ha fatto semplicemente quello che ogni politico dovrebbe fare, cioè ergersi a difesa della base democratica.

Video:

Nigel Farage al Parlamento Europeo di Strasburgo – 13/06/2012

Crac Croce Rossa: Privatizzarla? Una falsa soluzione che uccide

Posted giugno 13th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Delinquenza politica, Lobby e malaffare

Mentre tutti viviamo le strazianti inefficienze del sistema sanitario nazionale, la Croce Rossa sta per essere privatizzata attraverso un decreto. Cui prodest?

È al vaglio del commissario straordinario Francesco Rocca il decreto con cui si intende privatizzare una colonna portante della sanità italiana quale è la Croce Rossa. Oltreoceano Obama sta remando verso una nazionalizzazione – parola che solo in Italia evoca lo spettro del golpe rosso – del servizio sanitario, ma come al solito noi ci ispiriamo al nuovo continente solo per fagocitare le peggiori ciofeche. Tuttavia quando lo Stato si accolla giganteschi deficit di aziende fallite per malagestione sono tutti pronti a incensare la cassa integrazione e istituti analoghi, lo stesso avviene quando rileva la proprietà di certe imprese che han lasciato col culo a terra frotte di lavoratori. Dunque, è un problema se la Croce Rossa è in rosso? Se è vero che si profila un suo sdoppiamento in un’associazione pubblica e un’altra privata, non si capisce perché questo fatto dovrebbe condurre a una portentosa ripresa economica. Forse occorrerebbe semplicemente razionalizzare gestione e risorse e cacciare le mele marce dal direttivo.

Se negli States hanno nazionalizzato, seppure transitoriamente, le banche d’affari – strumento simbolo del liberismo più sfrenato – non vedo perché noi non possiamo chiedere una presenza più forte dello Stato – inteso come organo più rappresentativo della società civile – all’interno del mercato. La storia che il mercato si autoregola è un falso mito del liberismo. Il mercato mira al profitto senza guardare in faccia le persone e si autoregolerà solamente quando ci sarà una classe imprenditoriale con dei sani principi morali. Nell’attesa possiamo cercare di proteggere dalle grinfie dei “conquistadores” finanziari i beni comuni ed eleggere una classe politica che respinga gli assalti dei predoni. Per quanto ancora dovremo sopportare servizi sociali, sanitari, scolastici, idrici, appaltati a dei privati che monopolizzano di fatto il settore dequalificandone il lavoro? Esempi: in ospedale convivono personale statale e personale privato (sottopagato e con meno diritti), idem per la scuola (sostegno appaltato a cooperative, etc.), e ci si casca anche in altri settori.

Sono almeno sei lustri che con vari espedienti stanno cercando di convincerci che “privato” è bello: oggi gli ospedali si chiamano “aziende ospedaliere”, le usl “aziende sanitarie locali”, la didattica scolastica è diventata “piano di offerta formativa” (pof), gli esami di recupero “debiti”, e così via. Possibile, inoltre, che in Italia dobbiamo sorbirci una lottizzazione selvaggia del territorio che si traduce spesso in concessioni demaniali con canoni ridicoli (spiagge, boschi, sorgenti). Tutto questo è il frutto di un piano ben congegnato, messo in atto da una classe elitaria di snob parassiti che hanno l’ardire di farsi chiamare industriali o onorevoli. Come dice Marco Bersani, cofondatore del comitato referendario per l’acqua pubblica, attenzione! perché il contrario di pubblico non è privato, ma segreto. Un’ente di diritto privato quali sono le S.p.A. non hanno obblighi di trasparenza verso i cittadini. Può quindi succedere alla chetichella che Enel S.p.A. un domani decida inoppugnabilmente di aumentare a dismisura la bolletta, o di cedere la società alla Cocacola. Ma ve l’immaginate i tralicci a forma di lattina… Purtroppo questa non è distopia, tant’è che nel sud del mondo questo progetto corre già in fase avanzata mostrandone il degrado: molti governi hanno già svenduto pezzi di sovranità nazionale alle multinazionali. Noi invece, nel nostro piccolo, li abbiamo regalati – citando un’espressione tanto cara a un noto comico-qualunquista di Genova – a degli imprenditori “colle pezze al culo”.

Salerno, il sindaco del Pd De Luca non si dissocia dai teppisti

Posted giugno 11th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni, Delinquenza politica, Politica

Continua il silenzio di De Luca sui fatti che accaddero tre anni fa, quando un gruppo di teppisti inneggianti al sindaco impedirono lo svolgersi del congresso provinciale dei Giovani Democratici di Salerno.

Il 14 luglio 2009 un drappello di invasati sequestrò per ore alcuni esponenti dei Giovani Democratici (Gd) di Salerno che si accingevano a celebrare il loro congresso provinciale. L’appuntamento non era stato pubblicizzato se non fra i partecipanti che avrebbero dovuto eleggere un loro rappresentante, ciononostante davanti alla sede del congresso si è riunito un gruppo di persone che ha bloccato i lavori dell’assemblea, impedendo ai delegati di entrare e di uscire. L’impasse è stato superato grazie all’intervento della forze dell’ordine prontamente allertate da Michele Grimaldi, all’epoca segretario regionale dei Gd, che fu uno dei primi ad essere attaccato. Gli aguzzini presero di mira persino un giornalista de “Il Mattino” giunto in loco per seguire l’evento; l’aggressione di quest’ultimo è stata fortunatamente ripresa dalle telecamere di due emittenti locali, e ora i filmati sono a disposizione della Digos e della magistratura che ha da poco concluso le indagini.

Quattordici i rinviati a giudizio, alcuni dei quali sono stati assunti dalle municipalizzate del comune di Salerno sia prima che dopo il barbaro agguato. Nessun coinvolgimento invece per il sindaco De Luca, su cui pende però una spada di Damocle: considerato che i protagonisti della vicenda urlavano frasi come “Qua comanda De Luca, andatevene o vi uccidiamo di mazzate”, sarebbe stato quantomeno opportuno condannare il gesto e dissociarsene nella maniera più assoluta. Tuttavia De Luca ha preferito tacere per tre lunghi anni, salvo uscirsene recentemente con parole di sdegno nei confronti dei Gd salernitani. Come se non bastasse il giorno delle violenze era presente l’addetto al cerimoniale del comune di Salerno che, pur non essendo indagato, mette in dubbio la totale estraneità ai fatti del sindaco. Coincidenze o no, sembra strano che pure l’inizio del processo sia slittato a causa di un impedimento di uno dei legali degli imputati, che curiosamente è anche consigliere comunale della maggioranza di De Luca.

Forse è il caso per il sindaco che si crede un principe di parlare se sa qualcosa, perché se fosse successivamente chiamato a rispondere in sede giudiziale la sua reputazione verrebbe irrimediabilmente compromessa. Qualora avesse anche solo messo la pulce nell’orecchio a un gruppuscolo di briganti per ostacolare un’innocua assemblea democratica, le conseguenze non sarebbero poi così gravi. E d’altronde perché non chiamarsene fuori squarciando un velo di omertà che troppo spesso avvolge una Campania oppressa dal pervasivo strapotere della camorra. La riforma della politica deve necessariamente passare attraverso il buon esempio, non possiamo più permetterci di avere politici che alla stregua di De Luca nicchiano su fatti di cronaca di tale nefandezza. Prendere una posizione chiara e decisa rassicurerebbe i salernitani onesti che vedono in De Luca un amministratore virtuoso. Ma il sindaco di Salerno si sa, è “uomo d’onore” e ad atti di responsabilità preferisce la facile denigrazione in perfetto stile mafioso, come quando si permise di insultare pubblicamente Beppe Grillo.

Fonti:

Botte ai giovani democratici: “Qui comanda De Luca”, ma il processo non inizia

Tav, una diligenza da assaltare: svelati i nomi dei banditi

Posted giugno 10th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Ambiente, Delinquenza politica, L'industria della morte

La Torino-Lione è una ferrovia dai costi esorbitanti, ma il comitato pro-Tav è trasversale a tutti i partiti: chi sono i reconditi fautori di quest’opera faraonica?

Smascherati i “banditi” che vogliono appropriarsi dell’affare “alta velocità” Torino-Lione. Gli attori in campo sono molteplici, si parla della casta politica, della Confindustria, della mafia, ma a farla da padrone sono le banche. A confermare tale sospetto sono state le ultime perentorie dichiarazioni sul tema del ministro dello Sviluppo Corrado Passera: “La Torino-Lione resta un’opera d’importanza strategica”. Nella dialettica politica, tuttavia, manca sempre la figura che beneficia delle disposizioni in atto; proviamo ora a completare l’affermazione dell’ex (?!) banchiere Passera aggiungendo il nome del probabile e fortunato beneficiario: “La Torino-Lione resta un’opera d’importanza strategica per le banche“. L’ipotesi non è peregrina dato che gli istituti di credito hanno appena ricevuto dalla Bce ingenti somme a tassi d’interesse ridicoli da reinvestire in titoli di Stato dal rendimento assai più alto. Poiché il Tav andrebbe finanziato per quasi la totalità da noi contribuenti, lo Stato sarà costretto a vendere obbligazioni alle banche.

A quel punto i creditori dovranno solo sperare nella lievitazione dei costi in modo che lo Stato s’indebiti ulteriormente nei loro confronti. E a sentire pareri autorevoli in merito – come quello del magistrato Ferdinando Imposimato che ha per lustri investigato sull’aumento esponenziale dei costi dei cantieri dell’alta velocità – non si può certo stare tranquilli. La speranza che col nuovo governo il progetto venisse abbandonato si è subito infranta: il Tav s’ha da fare, malgrado 360 esponenti del mondo accademico italiano abbiano firmato un appello per chiedere a Monti e a Napolitano di fermare questo scellerato progetto. All’iniziativa si è unito idealmente Andrea Merlone, capo-ricercatore al Cnr di Torino, che ha spiegato quanto sia inutile costruire una linea per l’alta velocità quando poi le merci per ragioni di sicurezza non dovrebbero superare i 90 chilometri orari. Nemmeno l’Europa ha dato precise indicazioni sul da farsi, visto che chiedeva per la realizzazione del corridoio 5 (Kiev-Lisbona) collegamenti intermodali e non per forza l’alta velocità. Intanto in una Val di Susa militarizzata la resistenza del movimento Notav continua.

Fonti:

Finanzieremo le banche, all’infinito: ecco spiegata la Tav

Olivetti I-Jet chiude: l’ennesimo sfacelo delle privatizzazioni

Continua lo smembramento di Olivetti ad opera della privatizzata Telecom Italia: in liquidazione l’azienda italiana leader nel settore della tecnologia ink-jet.

ARNAD (AOSTA) – Olivetti I-Jet sta per chiudere i battenti. L’azienda fa parte del gruppo Telecom Italia e si occupa di nanotecnologie per la stampa da oltre trent’anni. Si è affermata nel settore come una delle aziende più all’avanguardia e da molti è considerata pioniera a livello planetario: “È l’unica azienda europea (e una delle quattro al mondo) a gestire un processo termico di produzione ink-jet – getto d’inchiostro, nda – a ciclo completo insieme allo sviluppo di tutti i componenti correlati, dagli inchiostri fino alle testine”. I motivi ufficiali che hanno spinto Telecom a mandarla in liquidazione vertono principalmente sulla crisi che sta attraversando il mercato dei fax e l’impossibilità di trovare applicazioni diverse di questa tecnologia in tempi brevi. Eppure il comparto aziendale di ricerca e sviluppo stava cercando sbocchi in altri ambiti compatibili, come la stampa su plastica, su piastrelle e per la diagnostica medicale, con contatti con diverse imprese. L’Olivetti I-Jet avrebbe ancora potuto risollevarsi, considerata anche la sua importanza strategica per l’industria italiana dell’high tech.

Giusto  per contestualizzare: l’Italia vive un ritardo drammatico che riguarda l’adeguamento tecnologico della pubblica amministrazione. Buona parte dei documenti vengono ancora stampati su carta e verosimilmente questa pratica non potrà essere del tutto eliminata. Perciò la tecnologia della stampa non è da licenziare in tronco, ma andrebbe ridisegnata su nuove esigenze; e poi parliamoci chiaro, siamo il paese che invece di inoltrare una mail al proprio collega d’ufficio la stampiamo e gliela portiamo a mano. Ora, nell’attesa di una digitalizzazione generale, andremo probabilmente a utilizzare tecnologia straniera per fornirci di cartucce e simili. Cui prodest? Inopinabilmente a Telecom Italia che con un sol colpo si libera di una spesa viva, che però portava prestigio e risorse inestimabili. Tuttavia i vertici Telecom non hanno dimostrato analogo zelo nel tagliare gli stipendi d’oro dei top manager che si sono avvicendati a capo dell’azienda, circostanza che avrebbe potuto dare un po’ di respiro all’Olivetti I-Jet. Da quando Telecom Italia è stata privatizzata ha badato di più a gonfiare certe retribuzioni che allo sviluppo della compagnia; d’altronde un’azienda privata non è tenuta a perseguire alcuna finalità sociale (ivi compresa quella di sostenere la ricerca) ed è libera di licenziare quando le risorse scarseggiano.

Fonte:

Un altro pezzetto di #Olivetti che se ne va