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Quando Fede sputò a Ricca (VIDEO – clicca sulla fonte in calce): foto-ricordo di un untore

Posted marzo 29th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni

Il video risale all’aprile del 2007. Piero Ricca insieme agli amici di “Qui Milano Libera” si apposta all’uscita di un convegno per fare qualche domanda all’ormai ex-direttore del Tg4. Fede risponde con apparente calma, ma poco dopo inizia una manfrina che disvela la sua vera essenza. Non sapendo come ribattere nel merito delle accuse mossegli da Ricca e soci, Fede decide di minacciare personalmente alcuni membri del gruppo. L’apice del dissidio è stato però lo sputo indirizzato a Ricca, che palesa una profonda repulsione di Fede verso persone e fatti che mettono a nudo il suo malcelato status di squadrista-servitore del regime berlusconiano. Le scene immortalate nel filmato non rendono tuttavia giustizia a un uomo che ha saputo utilizzare la saliva per scopi certamente più alti. Fede infatti ha sempre avuto una certa predisposizione a leccare il culo del proprio padrone fino a trasformare cogli anni questa sua attitudine in un vero e proprio mestiere. A Mediaset si era ritagliato il ruolo di araldo di Arcore, sciorinando dal suo Tg intingoli di saliva – spacciati per notizie – per il deretano del sultanino.

COME GLI ARTISTI DI CORTE – A Fede va tuttavia riconosciuto un merito. Nella storia i monarchi hanno sempre amato circondarsi di artisti e letterati al fine di commissionargli opere che pontificassero la propria persona e il proprio regno. Tutto ciò che era inviso al potere veniva fatto sparire, in modo che non rimanesse traccia di fatti e opinioni scomode o divergenti dalle verità considerate ufficiali. Per certi versi quest’usanza è in voga ancora ai giorni nostri, ma la censura attualmente non ha vita facile. Oggi, a censurare, rischi di ottenere l’effetto opposto e quindi si opera in maniera più subdola, magari diffamando o criminalizzando le voci del dissenso. Specialmente se hai a disposizione una potenza di fuoco mediatico da fare invidia all’esercito americano. Ecco, Emilio Fede, a sua insaputa ovviamente, è riuscito ad attualizzare il ruolo di poeta-scrivano di corte, capace di suggestionare – come dice Ricca nel video – “il segmento meno evoluto della platea televisiva, uno zoccolo duro da un milione di voti”. Purtroppo, però, non si può cantar vittoria nemmeno dopo il suo recentissimo licenziamento, perché, di piccoli Emilio Fede, è ancora pieno il mondo.

Fonti:

[Qui Milano Libera] Emilio Fede

L’oncologo Berrino a La7: “I bambini mangiano merda”

Se prima c’era un sospetto, ora ne abbiamo la certezza. Secondo il prof. Berrino, infatti, le ipotesi sulle cause della cosiddetta sindrome metabolica sono state confermate solo dalle ricerche degli ultimi dieci anni – non che prima ne fossimo completamente all’oscuro – individuando nei cibi spazzatura (conosciuti meglio come junk food) la maggioranza dei fattori patogeni. Bibite zuccherate e una trasformazione degli alimenti degenerata sono le principali cause di sovrappeso e obesità, che costituiscono il terreno fertile per l’insorgenza di malattie ben più serie – cancro, cirrosi epatica, Alzheimer, ipertensione etc. – veri e propri salassi per il sistema sanitario nazionale. Durante la trasmissione “Le Invasioni Barbariche”, andata in onda lo scorso febbraio, Berrino ha lanciato strali contro l’industria alimentare tacciandola di offrire “merda” ai consumatori, senza peraltro fornire valide alternative più salutari. Berrino si è scagliato inoltre contro la pubblicità ingannevole che condiziona le abitudini alimentare della gente, sottolineando come queste malattie non colpiscano solo gli italiani, ma anche gli immigrati che prendono a esempio i nostri modelli.

TASSARE LA MERDA  – Una delle possibili soluzioni di contrasto al consumo dei cibi spazzatura potrebbe essere l’aumento delle tasse sugli stessi, una sorta di accisa come per alcolici e tabacchi. Qualunque comune mortale ci arriverebbe! Berrino propone di partire dalle “grandi porcherie”, prendendo ad esempio le bevande zuccherate; una tale provvedimento, sostiene il medico epidemiologo, indurrebbe la gente a bere più acqua e a risparmiare sulla spesa, migliorando così i livelli di salute generale della popolazione con un sostanziale sgravio alle casse della sanità pubblica. Berrino asserisce che se non invertiamo la tendenza ci saranno sempre più malati da curare e che, quindi, il servizio sanitario nazionale è destinato a fallire. Tuttavia il professore precisa che se i proventi di una eventuale tassa non venissero destinati a incentivare la produzione di cibi più sani, un simile balzello non servirebbe proprio a un bel niente. A mio avviso, viviamo in un mondo al contrario, dove, a causa di un capitalismo deviato, gli alimenti raffinati costano più di quelli meno lavorati (integrali) e la pubblicità spaccia per naturale ciò che non lo è, alterando beffardamente le normali dinamiche di mercato.

Fonti:

Sconvolgente professor Berrino a “Le Invasioni Barbariche”, i cibi spazzatura

Genova, catechismo all’asilo: a pagarlo sono i cittadini

GENOVA – Il comune di Genova finanzia il catechismo all’asilo. Capita così che il dirigente del “Settore Progettazione e Coordinamento Sistema Pedagogico”, tale dottor (ing. gran mascalzon. di gran croc. visconte) Casalgrandi Clemino, affidi la titolarità di un progetto educativo a delle coperative sociali cattoliche con una determina ad hoc. Lo stanziamento previsto – a detrimento dell’erario comunale – è di euro 42.442,67, esclusa I.V.A al 4%, ma nessuno vieta a Casalgrandi di utilizzare l’intera somma messagli a disposizione, pari a euro 120.000. Un latrocinio bello e buono consumato ai danni dei genovesi, beffati da un’amministrazione forte con i deboli e debole con i forti. Se da un lato infatti il comune chiude i rubinetti dei sussidi o dei finanziamenti alle scuole – la cui fatiscenza morale e materiale grida vendetta – dall’altro trova i soldi per sovvenzionare l’insegnamento della religione cattolica negli asili comunali. Il provvedimento dispone inoltre che sia l’Autorità Ecclesiastica Diocesana – che a Genova altri non è che il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani – a selezionare gli pseudo-docenti incaricati di indottrinare le candide coscienze dei pargoli genovesi.

CHIESA ALLA CANNA DEL GAS – La Chiesa è in crisi. Una crisi profonda che passa principalmente da un vertiginoso calo di popolarità. I segnali di questo declino sono sotto gli occhi di tutti: penuria di nuove leve sacerdotali, scandali sessuali, palesi incongruenze fra messaggio evangelico e ricchezza del Vaticano – si stima che il 40% del patrimonio immobiliare italiano sia nelle mani del clero – dogmatismo anacronistico e una spregiudicata ingerenza nella politica degli stati a maggioranza cattolica. Nel Vangelo Gesù invitava i suoi discepoli a servire sia Dio che l’autorità civile e a non trascurare nessuna delle due, che tuttavia distingueva nettamente; mai sarebbe andato a pensare che un giorno i suoi ministri si sarebbero arrogati i poteri dei re con tanto di nazione, esercito, banche, esercizi commerciali, intelligence e musei a pagamento. Per non parlare poi delle affinità con politici del calibro di Andreotti, Craxi, Berlusconi, Casini, Formigoni o della pedofilia perpetrata e mai denunciata, oppure ancora dell’oscura figura di Marcinkus, arcivescovo banchiere e massone dedito a frequentazioni mafiose. Insomma ce n’è per tutti i gusti… Pace e bene a tutti!

Fonti:

Il Comune di Genova finanzia i laboratori di pedagogia religiosa

Giovane riprende colloquio col prete che lo violentava (VIDEO – clicca sulla fonte in calce)

ACIREALE – “Lasciate che i pargoli vengano a me…” Matteo 19, 14. L’incipit è volutamente blasfemo per dare maggiore enfasi a una vicenda terribilmente esecrabile. Un’inchiesta della squadra di Milena Gabanelli svela i subdoli abusi sessuali subiti qualche anno fa da un ragazzino che, da adulto, ha trovato il coraggio di denunciare il proprio carnefice. Trattasi di un eminente monsignore siciliano temuto e rispettato, ma che oggi, alla luce dei fatti emersi, è stato sospeso dall’esercizio delle funzioni sacerdotali. Su di lui pendono le indagini avviate dalla procura di Catania, nel frattempo chissà se l’università cattolica, presso cui l’alto prelato insegna pedagogia, prenderà provvedimenti in merito. A inchiodare il potente monsignore è stato un filmato girato dal ragazzo vittima degli abusi, che, con una telecamera nascosta, ha registrato una conversazione avuta di recente col prete pedofilo. Il giovane, inoltre, ha ripreso un incontro con il vescovo di Ragusa Paolo Urso, suo padrino di battesimo, che con aria comprensibilmente preoccupata cerca di sapere quante persone sono al corrente dell’accaduto.

I BAMBINI CHE CHIEDONO DI ESSERE STUPRATI – Come avviene in casi simili, sembra difficile che i colleghi dell’esimio sacerdote non fossero al corrente delle sua deplorevole condotta. Così, anche questa storia, ci consegna un’immagine della chiesa che cerca di costruire un muro di omertà attorno ai sempre meno sporadici episodi di pedofilia che si consumano al suo interno. Un atteggiamento reticente non molto dissimile da quello degli affiliati a un clan mafioso, che palesa una certa renitenza della chiesa – anche nelle sue alte sfere – a collaborare con le autorità giuridiche per accertare i fatti. Un altro aspetto angosciante, sul quale vale la pena riflettere, è il modo con cui questi sedicenti discepoli di Cristo adescano i bambini. Ascoltando le parole del monsignore pedofilo, si desume il classico tentativo del maniaco sessuale incallito di manipolare la vittima. Il prete infatti afferma rivolgendosi al ragazzo: “Forse non ricordi, ma io quasi mai ho preso l’iniziativa… io avvertivo il tuo bisogno di essere abbracciato… – ti ho violentato, nda – perché mi sembrava di compiacerti”. La violenza si può manifestare in molteplici forme, ma questa è senza dubbio una delle più vili e meschine.

Fonti:

Il monsignore e il ragazzino

Articolo 18, licenziamenti facili e assunzioni impossibili: Fornero si dia una svegliata

Posted marzo 22nd, 2012 by marcomachiavelli and filed in Discriminazioni, Ingiustizia sociale, Maltempo

L’articolo 18 è un baluardo per i lavoratori dipendenti, che costituiscono l’ossatura del gettito fiscale italiano. Il dibattito politico negli ultimi mesi si è concentrato sull’abolizione o modifica del suddetto articolo, sottovalutando erroneamente l’indispensabile apporto del lavoro subordinato e parasubordinato alle casse erariali. Non si può ambire al progresso accanendosi sulle tutele che il proletariato ha strappato con unghie e denti in anni di lotte impari contro un sistema imprenditoriale dispotico. Dovrebbe essere chiaro oggigiorno che se si vuole migliorare la produttività bisogna aumentare le tutele dei lavoratori e contemporaneamente ottimizzare i controlli nelle aziende. Il messaggio equivoco che sta passando a livello mediatico è che i lavoratori sono dei furbi opportunisti che, approfittando di supposti privilegi, non perdono occasione per starsene a casa in malattia o in ferie. Purtroppo questo è un ribaltamento della realtà, dove appunto gli imprenditori spremono come limoni i propri dipendenti, sottoponendoli costantemente a meschini ricatti. La classe operaia vive una moderna schiavitù in cui è intrappolata dalla penuria di lavoro che affligge lo Stivale. Se sei ostracizzato sul posto di lavoro non puoi andartene a cuor leggero, perché sai che difficilmente potrai trovare un altro impiego; allora rimani e mandi giù bocconi amari, dato che se alzi la testa rischi di essere licenziato, specialmente se fai parte di una piccola azienda.

QUALCUNO SVEGLI LA FORNERO – Ecco, qui nasce il vero problema: la riforma del lavoro in gestazione non mira a rilanciare l’economia del Paese, perché se così fosse, si focalizzerebbe sulla lotta al precariato, sulla tutela dei lavoratori della piccola e media impresa – che rappresentano la categoria professionale più diffusa – sul potenziamento dell’azione dell’ispettorato del lavoro. Da anni circolano dati secondo cui il numero di ispettori sarebbe talmente esiguo che ogni azienda italiana potrebbe al massimo ricevere un controllo ogni 30 anni. Un contesto da Far West, dove lo Stato è assente e gli sceriffi-imprenditori sono la legge; è evidente che il rapporto di forze va a scapito degli operai che non hanno più alcun potere di contrattazione. L’articolo 18 è un’arma di distrazione di massa, poiché distoglie l’attenzione dalla reale condizione dei lavoratori, che, non sono difficili da licenziare – come il governo vuol far credere – ma difficili da assumere. Le nuove forme – delinquenziali – di lavoro atipico, infatti, attanagliano intere generazioni che sono intrappolate in contratti schiavizzanti di natura sadica. Ma la cosa peggiore che la Fornero ignora è che questi contratti servono a mascherare un lavoro di tipo subordinato che richiederebbe un’assunzione in piena regola. Non si può pretendere di introdurre nuove norme per agevolare le assunzioni “regolari” quando il problema è che non si rispettano nemmeno quelle vigenti. Chiunque abbia peregrinato in cerca di un’occupazione sa per certo, ad esempio, che dopo due rinnovi di un contratto subordinato a termine la ditta è costretta a regolarizzare la tua posizione mettendoti a tempo indeterminato; in realtà la consuetudine è che il titolare ti lascia a casa un mesetto salvo poi riassumerti con formula determinata, gettandoti così in una manfrina che cancella ogni diritto accumulato. L’Italia, nostro malgrado, è affetta da una terribile sindrome bipolare, dove i governanti – un po’ per convenienza, un po’ per inettitudine – leggono una realtà parecchio distante da quella che viene percepita e vissuta dalla stragrande maggioranza della popolazione e, in special modo, da orde di giovani sospesi nel limbo del precariato.

Nude contro la schiavitù delle donne in Iran

Posted marzo 21st, 2012 by marcomachiavelli and filed in Discriminazioni, Riscatto civile

Nude, sfoggiano insieme alle loro grazie una serie di slogan che denunciano la violenza subita dalle donne in Iran (guarda qui il filmato). Sono rifugiate o semplicemente fuggiasche, alcune sono ferventi sostenitrici dei diritti delle donne, altre sono scappate dall’azione repressiva del loro paese. Tutte, comunque, hanno trovato il coraggio di denunciare la repressione del governo iraniano, ben conscie del fatto che difficilmente potranno rientrare in patria in tempi brevi. Vivono una condizione di esilio forzato, che tuttavia non gli impedisce di aiutare le loro connazionali con un’opera assai azzardata – ma quantomai azzeccata – di denuncia. Le audaci attiviste, infatti, sulla scia del recente calendario “senza veli”, hanno dato nuovo impulso alla loro battaglia ribadendo un secco “No!” alla politica dell’Iran. Tra le varie torture somministrate alle donne, nel video si ricordano la lapidazione, l’obbligo nella vita coniugale di concedersi incondizionatamente al marito, l’esclusione dalla vita politica e sociale del paese, alla quale solo gli uomini possono partecipare. Il nudo in questo caso diventa mero catalizzatore di attenzione su una problematica universale che manifesta le sue mille sfaccettature a seconda del paese in cui emerge.

MISOGINIA DIFFUSA – C’è un’interessante analogia tra le sottoculture del mondo islamico e del mondo occidentale. In entrambe la donna è costretta a personificare stereotipi che derivano o da una capziosa interpretazione della religione o dal maschilismo della donna-oggetto – triste conoscenza del panorama sociale e mediatico italiano. Se da una parte però la violenza viene consumata alla luce del sole – si pensi alla lapidazione – dall’altra la sedicente società evoluta la spaccia per un valore, inducendo giovani donne ad adeguarsi al modello di giochino erotico maschile o a quello di serva della gleba allevatrice di figli. L’Italia purtroppo in questo ha un triste primato, perché, a differenza di altri paesi europei dove il gentil sesso gode di maggiori tutele, non c’è stata ancora una seria e convinta emancipazione culturale delle donne, troppo spesso soggiogate anche dalla sottile azione repressiva della chiesa, che teme terribilmente una possibile uguaglianza fra i sessi. In Italia sono mancati, dunque, il peso e la possibile spinta di una controriforma che dessero al popolo lo slancio necessario per costruirsi una moralità civile scevra da ogni possibile condizionamento clericale.

Fonti:

Nude contro la condizione delle donne in Iran

Dell’Utri salvato dalla Cassazione: festeggiamenti ad Arcore

ROMA – La cassazione annulla la sentenza d’appello che condannava il senatore Dell’Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, respingendo al contempo la richiesta di un inasprimento della pena avanzata dalla procura generale di Palermo. Suscita scalpore il fatto che la corte fosse presieduta da un certo Aldo Grassi, noto compagno di merende del giudice “ammazza-sentenze” Corrado Carnevale – quello che, per intenderci, ha cancellato svariati verdetti che condannavano mafiosi, per vizi di forma. Ironia della sorte, il ruolo di zelante difensore del senatore in coppola è stato interpretato dal procuratore generale della Corte suprema, che con una patetica sviolinata ai giudici – definiti di “grandissimo e indiscusso profilo professionale” – ha chiesto che venisse annullata la sentenza di secondo grado. Raccontata così sembrerebbe una farsa, eppure il pg Francesco Iacoviello ha vestito di fatto i panni dell’avvocato di Dell’Utri, facendo presagire una sentenza favorevole per l’imputato già in fase di udienza.

UN ONESTO MAFIOSO IN BORGHESE – Tuttavia la decisione della V sezione della Cassazione non può cancellare l’onta mafiosa che incombe sul più stretto collaboratore di Berlusconi. L’impianto probatorio dei processi di primo e secondo grado svela una serie di inquietanti elementi che attestano gli stretti rapporti che Dell’Utri intesseva con la mafia. Lo stesso (dis)onorevole non ha mai smentito tali circostanze, facendosene talvolta un vanto (come dimostra questo video al minuto 2:30); insomma, per Dell’Utri, intrattenersi con mafiosi di grande calibro era una consuetudine neanche tanto sconveniente. Ma veniamo al nocciolo della questione: serve davvero una sentenza per sapere se questa persona ha una credibilità e un’attitudine tali da poter rappresentare con dignità il popolo italiano in parlamento? Quest’uomo non rinnega affatto i suoi legami con criminali mafiosi e molto probabilmente non finirà mai in carcere grazie alla sospetta clemenza della Cassazione. A seguito della sua condanna in appello Dell’Utri dichiarò: “Mangano è stato un eroe, non ha mai risposto alle domande dei giudici che volevano sapere di me e di Berlusconi”. Secondo molti questo è stato un avvertimento lanciato proprio a Berlusconi, che tradotto suonerebbe così: “Caro Silvio se finisco in galera non starò zitto come Mangano, ma ti sputtanerò quanto basta per farti marcire nella più angusta delle prigioni”; da quel momento il cavaliere si dev’essere prodigato per far ottenere al suo amico Marcello un verdetto favorevole, come poi è avvenuto di fatto ieri al Palazzo di Giustizia. Forse, in queste ore, ad Arcore stanno stappando bottiglie di spumante a profusione…

Fonti:

La Pax Dell’Utri

Lega Nord, 168 milioni da “Roma ladrona” e tangenti per Boni

Secondo quanto scritto da Paolo Bracalini nel libro “Partiti S.p.A.” il finanziamento pubblico ricevuto nell’ultimo ventennio dalla Lega Nord si aggirerebbe intorno ai 170 milioni di euro. Un profluvio di denaro che è andato a rimpinguare le casse del partito e dei suoi organi editoriali (la Padania e Radio Padania), in barba al referendum del ’93 che aboliva il finanziamento pubblico ai partiti, ma soprattutto in palese contraddizione con quello che il Carroccio va blaterando dai suoi primi vagiti, ovvero la viscerale avversione verso Roma e l’unità nazionale. Ora, trascurando le istintive riflessioni sull’incostituzionalità di un partito che recita nel suo statuto la secessione di una fantomatica padania, vien da chiedersi come mai le camicie verdi non rinuncino al denaro proveniente da Roma in virtù, magari, di un’indipendenza economica ancor prima che politica. Troppo facile sputare nel piatto dove si mangia da quasi cinque lustri, senza però fare le debite rinunce.

UNA VERGOGNA PER L’ITALIA – Diciamolo apertamente, la Lega nasce inequivocabilmente da un’enorme presa per il culo del suo elettorato – come spiega eloquentemente il “legaiolo” Borghezio ad una riunione di neo-fascisti francesi, dove esorta i “camerati” transalpini a proporsi come movimento territoriale per tornare al potere – e, come se non bastasse, vilipende in continuazione, la dignità umana di meridionali e stranieri, talvolta macchiandosi di crimini di stampo razzista, che vanno dalla banda armata (le famose ronde per la pulizia etnica) alle violenze private ai danni degli immigrati (tristemente nota la condanna di Borghezio per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni extracomunitari che dormivano sotto un ponte del fiume Dora a Torino); per non parlare poi delle condanne di Bossi (finanziamento illecito, istigazione a delinquere e vilipendio alla bandiera italiana) o di quelle di Maroni (resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale durante la perquisizione della Polizia nella sede leghista di via Bellerio a Milano, per aver morsicato la gamba di un agente, dopo esser caduto a terra). Ma in questi giorni la sede di via Bellerio è attraversata da ben altri e più recenti scandali: il più prominente è quello legato al presidente del consiglio regionale del Pirellone, tal Davide Boni, indagato a Milano per corruzione nell’ambito di una nuova tangentopoli meneghina, di cui, guarda caso, il quotidiano del Carroccio si dimentica di far menzione, nonostante la notizia imperversi sui media nazionali. Con che faccia questi dilettanti verdognoli della politica si presentano in parlamento? Ma soprattutto, quale incalcolabile danno arrecano alla reputazione del nostro paese ogniqualvolta vanno a sproloquiare in sedi istituzionali estere?

Fonti:

LEGA, CHIAGNE E FOTTE! LE CASSE DEL CARROCCIO SONO PIENE DI SOLDI: 237 MILIONI

Aldo Busi: “Lucio Dalla una checca indegna di attenzione”

Aldo Busi non ama Lucio Dalla, né la sua musica. Ma soprattutto non ama quello che Dalla (nomen omen?) ha rappresentato durante la sua carriera. Busi parte infatti dall’analisi di una suadente dicotomia che caratterizza universalmente tutti i personaggi alla Lucio Dalla: se l’arte e la vita non si incontrano in un abbraccio passionale e sincero, né l’una, né l’altra sono degne del benché minimo valore. Nella fattispecie il cantante bolognese non merita menzione, secondo Busi, in quanto ha condotto una vita all’insegna dell’ipocrisia più sfrenata, mal celando un “nonnulla sessuale” per evitare di inimicarsi le signorie delle altissime sfere. Un’omosessualità castigata, in nome, forse, di una banale tranquillità dalla quale rifugiarsi in languide e laide sveltine fugaci e notturne, lontano da occhi indiscreti. Peraltro nell’atteggiamento di Dalla viene ravvisato un esiziale disprezzo verso chi rivendica la propria uguaglianza di fronte all’omofobia istituzionale dell’occidente intero, checché ne dicano paesi liberali dove il matrimonio – altro istituto insulsamente bigotto – fra omosessuali viene ufficialmente riconosciuto, ma dove, al contempo, risorgono ideologie xenofobe (forse mai sopitesi del tutto) degne del più sanguinario dei razzismi. Busi, nella blanda filippica, prosegue citando frequentazioni ambigue di Dalla con l’Opus Dei e con un fantomatico angelo custode – allegoria della sua labile fede o di chissà quale amato virgulto – che certo lo avvicinano formalmente agli ambienti clericali, conferendogli, tuttavia, maggior dignità umana di quanto non faccia l’oblungo stuolo di prefiche che lo compiangono a reti unificate.

COERENZA E OBLIO – La riflessione si fa più profonda quando l’anticonformista bresciano per antonomasia cita Joseph Hansen, secondo cui, “un Dostoevskij che non accenna alla sua epilessia o alla sua dipendenza dal gioco” non può andare molto lontano, spostando il discorso su un campo minato per i comprimari dell’arte; e cioè cavalcare la cresta dell’onda rinunciando a vivere. E ancora, quando l’arte diventa uno scudo dietro al quale nascondere la propria essenza non si può assurgere all’encomio della storia e all’immortalità del proprio ego e della propria opera. La coerenza tra vita vissuta e l’opera propalata alla berlina pubblica è sintomo – in presenza di autentico talento – oltre che di coraggio, di una straordinaria potenza espressiva e qualitativa. Parlare cioè di ciò che si conosce da vicino, come il proprio vissuto, da uno slancio enfatico e semantico straordinario; a differenza, invece, delle dissertazioni astratte che sfiorano l’ottuso vuoto pneumatico dell’autoreferenzialità (di cui è figlio un certo giornalismo pseudointellettuale totalmente distaccato dalla realtà). D’altronde, in qualunque ambito, parlare di corporeità o di umane pulsioni se coaudiuvato da proprietà di linguaggio e qualità dei contenuti dovrebb’essere ormai collaudata consuetudine nei tempi moderni (?!) in cui viviamo; talvolta però sembra qualcosa di rivoluzionario, come essere piombati in evi oscuri, dal macabro sapore censorio, squisitamente clericale.

Fonti:

Su Lucio Dalla e sugli scomparsi ad arte già in vita

Vaticano, omertà come quella mafiosa: chiesa nostra

Posted marzo 4th, 2012 by marcomachiavelli and filed in Senza categoria

Nel Vangelo si legge: “È più facile che un cammello passi per la cruna d’un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli”. Una regola che nel corso dei secoli si è opacizzata, fino a eclissarsi definitivamente, a tal punto che il Vaticano, oltre ad essere uno stato sovrano con tanto di bureau ed esercito, possiede una larga fetta – circa il 40 percento – dell’intero patrimonio immobiliare italiano. Come se non bastasse, in impudente oltraggio alla propria morale, la chiesa si è dislocata in tutto il mondo con le sue città-stato (diocesi) costellate da tanti piccoli satelliti (parrocchie) per meglio radicarsi nei territori occupati. Una campagna coloniale degna dei migliori generali romani imperiali, che, a differenza di un’occupazione militare, assume i contorni di una missione umanitaria, atta a diffondere il verbo del signore. In realtà, come poi si è scoperto talune sedi – molto spesso situate in paesi dall’elevato tasso di degrado civile (leggasi terzo mondo) – fungono da rifugio per sacerdoti birbanti che hanno tradito i loro voti, talvolta violando anche le leggi dello stato dove risiedono. Esiste, a tal proposito, un infinito elenco di preti che, dopo aver abusato di glabri corpicini infantili – ma anche di adolescenti – per sollazzarsi le pudenda, sono stati trasferiti, ad esempio, in Brasile per evitare che l’arcano atto “impuro” venisse svelato all’opinione pubblica.

ANCHE I PRETI HANNO PENE – Per chi non l’avesse visto, circola su Youtube un documentario intitolato “Sex Crimes and the Vatican” – mandato in onda a suo tempo dalla Bbc e ovviamente censurato dalla quasi totalità delle emittenti italiane – in cui vengono messi alla berlina diversi preti accusati di pedofilia, i più dei quali a piede libero a seguito – nei casi più gravi – di qualche anno di detenzione. Come testimoniato dal reportage, la tendenza del Vaticano di fronte agli stupri di minori è quella di occultare gli avvenimenti esiliando – in realtà trattasi di una vacanza spesata – i maniaci in qualche posto sperduto, dove la povertà del luogo offre a costoro nuove possibilità di reiterare le loro perversioni. Quindi ricchezza e pedofilia non fanno altro che gettare un’onta infamante su quella ristretta frangia di persone oneste che popolano la chiesa. Ma c’è di più, perché, mentre queste due connotazioni possono anche essere considerate veniali (non dalle vittime s’intenda!) ne spunta un’altra che è annoverabile tra i peccati capitali, e per giunta – in accordo coll’Alighieri – ne è il peggiore: il tradimento. Tant’è vero che la chiesa sono secoli che prende in giro i propri fedeli con l’obbiettivo, nascosto ai suoi più umili funzionari, di fare incetta di consensi e donazioni a proprio favore. Chissà se Gesù, quando incaricò Pietro di fondare la sua chiesa, si sarebbe mai immaginato uno stato con banche, esercito, immobili, misogini, pedofili, affaristi e chi più ne ha più ne metta! Pace e bene a tutti!

Grecia, Theodorakis: “la crisi è una truffa contro i poveri”

Argomenti e toni agghiaccianti quelli contenuti nella lettera aperta di Mikis Theodorakis. L’ex-partigiano e compositore lancia gravi accuse verso paesi come la Germania Francia e Stati Uniti, colpevoli secondo lui di aver abusato dell’estrema tolleranza del popolo greco. In particolare queste nazioni hanno corrotto politici affinché la Grecia comprasse costantemente materiale bellico dalle loro imprese. La tedesca Siemens manteneva addirittura un ramo aziendale che si occupava di corrompere i parlamentari ellenici, allo scopo di ottenere leggi su misura per meglio piazzare i propri prodotti sul mercato greco. Il quadro che ne esce dopo aver letto le prime righe è sconcertante: un paese senza il benché minimo straccio di sovranità nazionale, totalmente in balia degli umori delle superpotenze mondiali e depauperato delle sue più preziose risorse. In altri termini, una vera e propria colonia alla quale non rimangono altro che insormontabili debiti e la miseria di un popolo in braghe di tela. Come principale responsabile dell’attuale catastrofica condizione, Theodorakis individua George Papandreou, degno rappresentante del degrado politico e morale della classe dirigente odierna. La principale colpa attribuitagli è stata quella di accomodare le voluttà delle banche, quando il governo nel 2009 chiedeva ingenti prestiti per evitare il fallimento.

LE MIGNATTE - Il resto è storia, nel senso che i tassi di interesse del 5 percento si sono rivelati insostenibili per le casse greche, Papandreu si è dimesso e i cittadini ellenici perdono pezzi di wellfare ogni giorno che passa. L’agguerrito (ex?)partigiano rincara la dose affermando che il primo ministro nel 2009, durante un incontro con Strauss Kahn – direttore pro tempore del Fmi – avrebbe scientemente pianificato il tracollo finanziario ellenico. Il motivo sarebbe stato quello di portare una nazione ormai insolvente sotto l’angusta egida delle due istituzioni finanziarie internazionali più usuraie al mondo, Fmi e Bce, per l’appunto. L’arzillo vegliardo, infine, – ben conscio della svendita di beni comuni a cui la Grecia va incontro – esorta il suo popolo a riunirsi in un enorme Fronte di Resistenza e Solidarietà per scacciare la troika (Fmi, Bce, banche) dal paese. D’altronde, a chi non farebbero gola monumenti del calibro dell’Acropolis, Delfi, Olympia, Epidauro, etc.; per non parlare poi di porti, aeroporti, autostrade, elettricità, acqua, ricchezze minerali, isole… Un vero e proprio assalto alla diligenza che, se non verrà fermato, getterà la nazione verso la più piena miseria etica e materiale. Di poco fa la notizia che il parlamento ellenico ha calato nuovamente la mannaia dell’austerità decurtando le pensioni. Quale sarà il prossimo paese fra i Pigs – acronimo di Portogallo, Italia, Grecia, Spagna – a finire nel mirino della troika succiasangue?

Fonti:

All’opinione pubblica internazionale: la verità sulla Grecia