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Don Verzé è morto

MILANO – Don Luigi Maria Verzé è morto questa mattina, 31 dicembre, alle ore 7:30 presso l’unità coronarica del suo ospedale. Ricoverato d’urgenza nella notte il presbitero si è spento a causa dell’aggravarsi di una crisi cardiaca all’età di 91 anni. La sua dipartita è coincisa con un giorno cruciale per le sorti del suo ospedale. Oggi alle 12 infatti scadeva il termine per poter presentare un’offerta d’acquisto che superasse di almeno 50 milioni quella precedente di 250. Il San Raffaele raggiunto dalle indagini della procura di Milano è stato messo all’asta per evitare il fallimento. Probabilmente verrà acquisito dalla cordata Ior Malacalza, che già in tempi non sospetti si era mossa per prendere le redini dell’istituto sanitario. Il sacerdote, destituito dalla curia milanese, era presidente onorario della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor, la quale deteneva il controllo dell’ospedale e partecipava a una serie di altre società che con la religione avevano ben poco in comune. Di qui nasce il suo duplice epiteto di sacerdote imprenditore, dal sapore vagamente spregiativo e comunque non consono all’abito talare. Le sue società offshore erano proprietarie di immobili e si occupavano di produzioni agroalimentari in Brasile. L’inchiesta giudiziaria sul crack finanziario della clinica ha inferto un colpo fatale al cuore del povero chierico, già sofferente per la perdita del suo più stretto amico e collaboratore Mario Cal suicidatosi il 18 luglio scorso.

IL PRETACCHIONE AMICO DI BERLUSCONI – Il presbite presbitero affetto da un incurabile avidità non ha mai disdegnato in vita d’intessere rapporti con personalità di dubbia onestà. In primis Berlusconi, con cui ha lottato per dirottare il traffico degli aerei di Linate lontano da Milano 2 e dalla sua clinica privata. Don Verzé, Scrooge per gli amici, ha smunto fino all’osso la sua creatura portandola sull’orlo della bancarotta e mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. Il San Raffaele non era per lui solo un ristoro per gli ammalati, ma una slot machine da cui attingere a piene mani. Fatture gonfiate e bustarelle erano all’ordine del giorno e costituivano per il pretacchione un ricco bottino per poter fare acquisti faraonici. Il suo facoltoso ufficio con Jacuzzi e poltrone in pelle umana strideva come una perla nell’ovile all’interno di una struttura sporca e abbandonata a se stessa. Sì, perché se il San Raffaele funzionava bene non era certo per merito del duo Cal Verzè, ma della dedizione e dello zelo con cui i suoi operatori accoglievano e curavano i pazienti. Una squadra di professionisti che non aveva nulla da spartire con la cloaca delinquenziale di affaristi che gravitava intorno alla struttura. Don Verzé è stato un losco figuro che ha agito sempre al limite della legalità beccandosi pure qualche condanna che ne ha irrimediabilmente rovinato la reputazione. Disconosciuto persino dalla curia che gli ha proibito di esercitare il Sacro ministero. Che Dio abbia pietà della sua anima!

Fonti:

http://www.cadoinpiedi.it/2011/12/31/e_morto_a_milano_don_luigi_verze.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Maria_Verz%C3%A9

Sterminio proletario, il 2011 si chiude con 1100 caduti sul lavoro

Posted dicembre 30th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Ingiustizia sociale

I NUMERI – Nel 2011 secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna di Carlo Soricelli, un operaio in pensione, i morti sul lavoro hanno superato quota 1100. Questi dati non collimano tuttavia con quelli ufficiali che verranno diramati a breve dall’Inail. La differenza è data dal fatto che l’ente pubblico non prende in considerazione le persone decedute che lavoravano in nero o che erano già in pensione. Nel 2010 invece l’Inal ha registrato un calo dei decessi fermatisi a 980. Un dato, ci ha tenuto a precisare con un comunicato pubblico, che per la prima volta dal dopoguerra non varca la soglia del migliaio e che evidenzia il frutto del lavoro di prevenzione svolto dall’istituto. Eppure senza considerare la consistente fetta degli irregolari le stime ufficiali non possono che risultare fallaci e incomplete. Negli ultimi anni inoltre in materia di sicurezza sul lavoro il legislatore si è comportato in maniera controversa: dapprima con l’approvazione del testo unico per la sicurezza sul lavoro (Dlgs 81/08) ha cercato di garantire maggiori tutele, ma successivamente con il Dlgs 106/09 (decreto correttivo detto “salva manager”) ha alleggerito la responsabilità penale di imprenditori e dirigenti. Basti pensare che per l’omicidio colposo la pena va dai due ai sette anni, ma molto spesso i datori di lavoro grazie a stuoli di insigni avvocati riescono a rimanere impuniti o ad avvalersi della prescrizione. Emblematico a tal proposito il caso Thyssenkrupp  il cui processo rischia di dissolversi nella prescrizione lasciando a piede libero i responsabili dell’eccidio.

TRAGICA FATALITÀ O ASSASSINIO - Quanto investono istituzioni e imprese nella sicurezza sul posto di lavoro? Non a sufficienza, visto che in Italia muoiono circa tre persone ogni giorno; e quanti sono i feriti? e gli uomini e le donne rimasti invalidi? Ma il degrado morale e civile del Bel Paese non si ferma neppure davanti ai bambini e ai ragazzi. In Italia la maggioranza degli istituti scolastici infatti non è grado di resistere a un terremoto. Nonostante esistano norme che garantiscono la sicurezza, la classe dirigente spesso e volentieri tende a infischiarsene. Non sarà dunque una leggina o una riforma del settore a fornire maggiori tutele alle persone. Se scuole e luoghi di lavoro non rispettano le regole minime di sicurezza il problema è culturale; se la Casa dello Studente a L’aquila si sbriciola o se alla Saras Raffinerie Sarde muoiono tre operai, poco importa, perché l’indomani l’opinione pubblica se ne dimentica e le famiglie delle vittime rimangono le sole a chiedere giustizia. Capita così che milioni di persone s’infiammino per un gol dell’Inter e che nessuno vada però a chiedere a Moratti di mettere in sicurezza le raffinerie Saras. La famiglia Moratti inoltre spende di più per stipendiare il portiere dell’Inter che per tutelare l’incolumità dei suoi operai. Un comportamento assai impudente, immorale e disumano, ma tuttavia tollerato e lecito. Finché gli italiani accetteranno passivamente il giogo padronale, la dignità dell’essere umano rimarrà lettera morta sulla nostra Carta Costituzionale.

Fonti:

http://www.beppegrillo.it/2011/12/millecento_morti_sul_lavoro_nel_2011/index.html?s=n2011-12-25

Genocidio carceri, a Monza continua la macabra mattanza

Posted dicembre 24th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Ingiustizia sociale

MONZA – Domenica pomeriggio all’interno di una cella della casa circondariale di via San Quirico si è consumata l’ennesima tragedia. La vittima, un italiano sulla quarantina, ha fatalmente inalato del gas dalla bomboletta che usava per cucinare. I soccorsi della Croce Rossa di Brugherio, giunti tempestivamente sul posto, non hanno potuto far nulla per rianimare il detenuto che, approfittando dell’assenza dei compagni, si è avvelenato col butano. Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria Sappe, commentando a caldo la notizia ha evidenziato quelli che a suo parere sono le falle del sistema. Capece sostiene che bisognerebbe proibire ai galeotti di disporre dei fornelletti e che occorrono maggiori stanziamenti governativi per potenziare l’organico degli istituti penitenziari. Un’aspra critica dunque al legislatore che a lungo ha cercato di attenuare gli effetti dell’emergenza a suon d’indulti, evitando colpevolmente di risolverla alla radice. Il segretario tuttavia vuole puntualizzare che chi ha lavorato a stretto contatto coi detenuti ha svolto un lodevole lavoro; nel solo 2010 infatti sono stati sventati 1 137 tentativi di suicidio e un numero maggiore di interventi sono serviti a fermare atti di autolesionismo che avrebbero potuto procurare lesioni gravi. Ci tiene inoltre a precisare che il sovraffollamento delle carceri è un problema diffuso, nell’istituto di Monza per esempio il 30 novembre scorso erano recluse 705 persone a fronte di una disponibilità di circa 400 posti letto. Capece conclude infine con parole dal triste sapore perentorio: “Il suicidio in carcere è sempre, oltre che una tragedia personale, una sconfitta per lo Stato”.

UN’ECATOMBE ANNUNCIATA – Monza, Busto Arsizio, Cagliari, Napoli sono solo alcune delle città dove in questo avvento bigotto e consumistico si sono spente diverse vite di prigionieri. Un rapido susseguirsi di morti che avrebbe meritato la ribalta mediatica accendendo finalmente i riflettori su quello che a tutti gli effetti può essere definito un genocidio di Stato. Se il legislatore non si occupa di questo problema significa che per i cittadini italiani il rispetto della dignità umana non è una priorità, ma un accessorio morale da esibire in convivi natalizi fra parenti e amici e di cui disfarsi non appena fa comodo. Non esiste un piano di rientro da questa emergenza e non ne esisterà uno finché non cambierà la classe dirigente. Le soluzioni esistono già e sono di facile applicazione, ma l’esecutivo non le prende in considerazione perché è fortemente soggiogato dal parlamento. I soldi per migliorare le condizioni dei carcerati ci sono, ma vengono scialacquati altrove per sostenere un vetusto modello di sviluppo dietro il quale si nasconde l’arrivismo delle lobby. Questo parlamento non può contrastare il malaffare di imprenditoria e finanza di cui è sostanzialmente diretta emanazione. Non c’è dunque nessuno nella compagine parlamentare a difendere seriamente la dignità dei reclusi, stipati alla stregua di bestie in bugigattoli dimenticati da dio. Uno dei paradossi tipici dell’Italia è che dietro le sbarre ci finiscono quasi esclusivamente poveracci, mentre i cosiddetti colletti bianchi, nonostante il danno cagionato dai loro reati sia esponenzialmente più elevato, la fanno quasi sempre franca. Derubricando e depenalizzando alcuni reati di lieve entità si svuoterebbero rapidamente i penitenziari, ma a fronte di questo esodo di scippatori e clandestini bisognerebbe sbattere in gattabuia qualche gangster in più del mondo della finanza e della pubblica amministrazione.

Fonti:

http://www.ilcittadinomb.it/stories/Cronaca/255714_detenuto_si_toglie_la_vita_in_carcere_il_dramma_dei_detenuti_di_monza/

http://corriereimmigrazione.blogspot.com/2011/02/pavia-detenuto-rumeno-si-uccide.html

Roma e Busto Arsizio, uno sciopera e l’altro muore

Posted dicembre 16th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni

DUE CASI – Il primo riguarda il signor Gaetano Ferrieri che dal 4 giugno 2011 sta dignitosamente protestando davanti a Montecitorio, osservando uno sciopero della fame che lo debilita sempre di più. I motivi che lo hanno portato a presidiare notte e giorno il parlamento sono molti, ma si possono licenziosamente sintetizzare con questo motto: “Partiti, giù le mani dalla repubblica! Restituiamo potere al popolo per riformare il paese”. Gaetano con la sua iniziativa non vuole impietosire nessuno, tant’è vero che risulta difficile reperire notizie relative alla sua storia personale. Non cerca neppure la fama, ma di promuovere umilmente una rivoluzione delle coscienze dei cittadini italiani. Si è fatto perciò carico dell’indignazione nazionale attraverso un gesto di gandiana memoria, mettendo così a repentaglio il bene più prezioso che ha, e cioè la sua vita. Se vi recate a Roma passate a salutarlo, non temete, non chiede soldi, ma solo solidarietà morale. Una pacca sulla spalla e la promessa di divulgare la sua protesta fra i vostri conoscenti, sono gesti sufficienti a rincuorarlo, che lo spronano a continuare. Gaetano è magro e stanco, le sue guance sono scavate dalla fame, è ghiotto d’acqua, integratori solubili e ha come inseparabile amico una brandina che lo culla quando è esausto.

Il secondo concerne invece una morte avvenuta ieri, o forse prima, nella casa circondariale di Busto Arsizio. Sì, perché quando muori in carcere ai tuoi famigliari non vengono comunicate con precisione la data e le circostanze del decesso. C’è sempre un alone di mistero che le circonda, ombre difficili da dissipare. Il ragazzo di 25 anni si sarebbe suicidato all’interno della sua cella a poche settimane dal suo rilascio, perché, secondo la Polizia Penitenziaria, avrebbe provato a sballarsi inalando del gas dalla bombola che usava per cucinare. Dato che il ragazzo era un marocchino dedito alla droga, molto probabilmente non verrà aperta alcuna procedura all’interno del carcere per accertare eventuali responsabilità del personale penitenziario. È lecito a questo punto aspettarsi sorprese dall’autopsia, come spesso succede in situazioni analoghe; non ultima quella del povero Stefano Cucchi, le cui foto circolano da parecchio su internet a testimonianza del martirio subito in carcere per mano degli agenti. Nonostante la morte del giovane magrebino sia stata frettolosamente attribuita a un suicidio, non si possono tuttavia escludere altre ipotesi come l’omicidio, la negligenza delle guardie oppure la penuria di addetti. Tutti problemi che purtroppo affliggono quotidianamente le carceri italiane e che esasperano le conflittualità fra detenuti e personale penitenziario.

ASSUEFAZIONE DA TV SPAZZATURA – Purtroppo le due succitate notizie non sono destinate a suscitare scalpore; ma non per lo scarso valore del loro contenuto, bensì per l’attitudine dell’italiano medio a considerare queste tematiche noiose, sideralmente distanti, abituato com’è a bersi le stupidaggini contrabbandate per informazione dai telegiornali di regime. Molte persone schiaffandosi davanti al televisore senza il minimo spirito critico sono pronte a recepire qualsiasi messaggio provenga dal piccolo schermo, trasformandosi in veri e propri automi depauperati dell’intelletto. Altri invece, incurabili guardoni, sono in cerca della facile erezione davanti a Striscia la Notizia o a programmi simili, noncuranti della vita che gli scivola delicatamente via dalle mani. L’opinione pubblica è pronta a infiammarsi se sospendono una fiction popolare come Don Matteo, ma non è capace di alzare un dito per chiedere il rispetto della dignità umana. Forse in questo caso ha ragione Kafka, quando nel suo più celebre racconto parla dell’alienazione dell’individuo, incapace nella società moderna di emanciparsi e di costruirsi un’idiosincrasia. Tuttavia in questo marasma sociale, in questa senescente coscienza collettiva in cui ci troviamo invischiati, c’è chi dice “No!” È giunto il tempo di uscire dalle caverne e di manifestare in piazza il nostro dissenso.

Fonti:

http://it-it.facebook.com/gaetano.ferrieri

http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=221235

Sperpero di soldi pubblici: Passera benedice il Tav

IL PARADIGMA DELLA MODERNITÀ – Il Tav (treno ad alta velocità) è in realtà un treno ad alta capacità. Non serve cioè al trasporto di persone, ma a quello di merci. La recessione ha causato un drastico calo del traffico di merci, che nella migliore delle ipotesi si stabilizzerà sui livelli attuali. Per giunta la direttrice dei traffici internazionali si sta spostando latitudinalmente da nord a sud. Non si capisce, dunque, per quale motivo il nuovo governo sostenga il progetto di una linea ferroviaria, che si estende longitudinalmente per trasportare merci la cui domanda è in costante calo. A dire il vero, un motivo si potrebbe individuare nel conflitto d’interesse che macchia inesorabilmente anche il nuovo esecutivo. Data l’enormità dello stanziamento statale quest’opera funge da greppia per una pluralità di organismi politici, economici e criminali. Dietro le imprese appaltatrici si nascondono infatti partiti, banche e mafia. Un lauto banchetto, insomma, che può essere rovesciato solo da personalità politiche con integerrima moralità. Purtroppo questo non è il caso dell’attuale governo, troppo impegnato d’altronde a continuare, sulla scia dell’ex ministro Tremonti, nell’opera di riduzione della spesa pubblica. Tuttavia i 22 miliardi necessari alla realizzazione dell’infrastruttura, se risparmiati, consentirebbero a Monti e alla sua squadra di mettere le mani su di un bel “tesoretto”. Ma Passera, a capo del dicastero dello sviluppo economico e dei trasporti, ha già dichiarato che il Tav, o meglio, il Tac si farà. A suffragio di questa sua affermazione ha poi aggiunto: “Credo che il nostro Paese se non saprà mantenere e attirare grandi aziende sul nostro suolo avrà grandi problemi”. Se il Tav per questa classe dirigente rappresenta il paradigma della modernità l’Italia è destinata a perdersi nel gorgo della recessione.

CONTINUA L’OCCUPAZIONE – La triste storia dell’occupazione da parte della Polizia dei territori della Valsusa continua a mietere le sue vittime. L’8 dicembre infatti due ragazzi sono stati colpiti al volto da dei lacrimogeni sparati vigliaccamente ad altezza uomo; il più giovane dei due, minorenne, versa in pessime condizioni all’ospedale della valle. Una trentina in tutto i feriti tra le file dei No Tav che, ancora una volta, hanno condotto una battaglia impari contro le forze dell’ordine. Il duplice obbiettivo dei manifestanti è stato quello di impegnare la Polizia su più fronti, dando così dimostrazione della propria accresciuta forza. Se da un lato un cordone pacifico è riuscito a bloccare entrambe le carreggiate dell’autostrada Torino Bardonecchia, dall’altro una nutrita torma è riuscita ad abbattere le barricate del cantiere nei pressi di Chiomonte. Gli agenti hanno successivamente bloccato i sentieri che attraverso il bosco conducevano all’interno dell’area protetta, innescando così nuovi scontri con la folla. Durante i tafferugli è divampato un piccolo incendio sulle cui cause, però, è in corso un rimpallo di responsabilità. La mobilitazione valsusina, tuttavia, non è stata organizzata il giorno dell’Immacolata per puro caso. L’8 dicembre del 2005, infatti, il Movimento No Tav si sbarazzò del cantiere che le autorità avevano installato con la forza e con l’inganno a Venaus. Da allora questa ricorrenza inorgoglisce i cuori degli attivisti che, grazie alla loro opera di divulgazione, stanno progressivamente facendo proseliti fra la gente. Chiunque venga a conoscenza delle ragioni della loro protesta non può non convenire sull’inutilità dell’opera, che, a fronte di poche manciate di posti di lavoro, arrecherà un detrimento sia ambientale che economico all’intero paese. Sventrare le montagne quando non serve non è certo un buon viatico per lo sviluppo. Non sarebbe forse meglio provvedere al miglioramento del servizio ferroviario in meridione, che è alquanto scadente, per non dire inesistente?

Fonti:

http://www.corriere.it/politica/11_dicembre_09/manovra-passera-azienda_f11eada0-225b-11e1-90ea-cfb435819ac4.shtml

http://www.corriere.it/cronache/11_dicembre_08/manifestazione-tav_9a31761a-2181-11e1-97f3-fb4c853f7d5d.shtml

Pensioni: l’Italia è un paese per vecchi

UNA CHIMERA – La pensione per chi maturerà i requisiti a partire dal primo gennaio 2012 sta diventando un miraggio. Il proletariato sale quotidianamente sulla giostra del lavoro cercando invano di acchiappare la coda sospesa in aria. Se la prendi vai in pensione, ma quando allunghi la mano non riesci ad afferrarla perché continua a salire. Il giostraio manovrando una carrucola ti adesca con sapiente cinismo convincendoti che prima o poi la prenderai, così decidi di fare un altro giro. Col tempo ti accorgi però che a prendere la coda sono sempre gli stessi. Sono pochi e stanno in sella a maestosi cavalli, mentre tu sei sull’auto di topolino. Loro sono anni che fanno il “giro di regalo”, e tu sono anni che paghi anche per loro. I soldi che mantengono la giostra sono i tuoi, e anche se, dopo 40 anni, ti viene il voltastomaco e chiedi di scendere, dalla cabina di comando ti senti rispondere: “Ancora qualche giro!”. Quando ieri ho letto il testo della manovra, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ho pensato che le lacrime del ministro Fornero fossero sincere e giustificate. Nel decreto alla voce pensioni (art. 24, comma 4 e 6) si può leggere che dal primo gennaio prossimo occorreranno minimo 42 anni e un mese per iniziare a riscuotere la pensione. Nel malaugurato caso in cui non si raggiungesse tale anzianità di servizio, bisognerà aspettare fino ai 63 anni per le donne e fino ai 66 per gli uomini. Sono numeri destinati a salire fino al 2018, quando probabilmente verrà abolita la neonata pensione anticipata e sarà reso obbligatorio il raggiungimento dei due requisiti di età e di anzianità professionale. Qualche accenno alle fasce speciali privilegiate? Neanche per sogno, le lacrime e il sangue saranno solo quelli versati dai ceti mediobassi.

IL POPOLO DORME – La notizia di quella che è a tutti gli effetti una riforma epocale delle pensioni è passata quasi inosservata fra la gente. Nonostante i “pensionandi” si vedano la tanto agognata e sudata prebenda sfuggire dalle mani e  i giovani si deprimano per non poter nemmeno immaginare di riceverla, all’orizzonte non si intravede nemmeno uno spiraglio di rivolta collettiva. Sempre e solo sparuti gruppi individualisti che premono per singole istanze senza il minimo sguardo sinottico che aiuterebbe le loro cause. Non ci servono dei moti, ma il moto, o meglio, il terremoto. Un terremoto, s’intenda, civile che indichi con gentile fermezza qual è la via d’uscita del parlamento ai tanto agiati politici che adoperano le due Camere per le loro scorribande. Mi duole inoltre constatare che nel d.l. attualmente in discussione a Montecitorio non siano state inserite norme di contrasto ai morbi che erodono le finanze dello Stato: corruzione, evasione fiscale, conflitto d’interesse. Inoltre sarebbe più equo (parola assai cara a Monti) andare a spillare quattrini ai concessionari di Stato, che con canoni ridicoli mettono le mani sui beni pubblici avvalendosi beffardamente di agevolazioni fiscali sugli introiti. È un banchetto questo al quale i cittadini non sono stati invitati, costretti ad accontentarsi di un frugale cascame che hanno oltretutto pagato profumatamente. Come non sposare a tal proposito la mordace campagna del giornalista Travaglio, recentemente scagliatosi contro il conflitto d’interesse del nuovo governo, che, a giudicare dalla nomenklatura, sembra connivente coi poteri forti tanto quanto il precedente. Ipse dixit: “Verso la catastrofe con ottimismo”, Beppe Grillo.

Fonti:

http://www.leggioggi.it/wp-content/uploads/2011/12/manovra_Governo_Monti.pdf

Fiorello, satira da don Abbondio

ASCOLTI RECORD – Fiorello si è confermato, dopo la sua terza serata, assoluto dominatore del lunedì sera. La scorsa puntata ha infatti surclassato i record delle precedenti, raggiungendo picchi di ascolto vicini al 50 percento. Quasi un telespettatore su due lo stava guardando. Un risultato che sbaraglia la concorrenza e che lo incorona re indiscusso del varietà italiano, genere che recentemente aveva perso il gradimento di un tempo. Il conduttore è riuscito, secondo la critica, ad attirare un pubblico transgenerazionale che riconosce in Fiorello la capacità di far divertire grandi e piccini. Canzoni e artisti del passato, l’ultimo Tony Benett leggendario crooner italo-americano, si intervallano agli idoli del momento in un magico connubio incorniciato nel prestigioso Teatro 5 di Cinecittà, già regno di Federico Fellini. “Il più grande spettacolo dopo il weekend” ottiene l’esorbitante media di quasi 12 milioni di spettatori, che lo eleggono come la trasmissione di prima serata più vista dal 2006 ad oggi. La Rai ringrazia per i proventi pubblicitari che garantiscono un po’ di respiro all’azienda, ultimamente arenatasi per cattive scelte manageriali.

QUELL’ARIA DA BRAVO RAGAZZO – C’è chi come Celentano ha dichiarato che nelle scarpe di Fiorello ci starebbe un po’ stretto. Ma la lista potrebbe continuare con altri nomi celebri come ad esempio Dario Fo, Sabina e Corrado Guzzanti, Paolo Rossi, Daniele Luttazzi, Beppe Grillo, per non parlare del compianto Giorgio Gaber, a cui negli ultimi anni della sua vita sono state chiuse le porte della televisione. Tutti artisti che sono stati emarginati dal piccolo schermo, perché non si sono mai arresi all’idea di una comicità ammansita. Hanno puntato in alto rifacendosi all’autentico spirito balzano della satira. L’irriverenza, lo sberleffo, il gridare “il re è nudo!”, la canzonatura delle pubbliche virtù e dei vizi privati, questi sono i pregi di chi fa comicità, in conformità con l’arte giullaresca tanto cara e tanto promossa dal premio Nobel Dario Fo. Siamo ai tempi della più nera censura, dove un testo, prima di approdare su di un importante proscenio, dev’essere precedentemente approvato dal direttore di rete di turno, solitamente un referente dei potentati culturali ed economici italiani. Il vecchio adagio “panem et circenses” è attuale oggi come nell’antica Roma, dove il poeta Giovenale descriveva l’usanza, da parte degli imperatori, di assicurasi il consenso popolare distribuendo gratuitamente il grano e organizzando fastosi spettacoli. Se la satira non graffia e non dileggia i padroni, meglio una comicità banale che una sua appassita imitazione.