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Italiani grandi esportatori… di lavoro

IL CAPITALISMO RAZZISTA – In Italia la delocalizzazione del lavoro è un fenomeno in costante crescita. Le imprese nostrane chiudono i battenti per riaprire in paesi dove il costo della manodopera è inferiore. Il terzo mondo è molto gettonato in quanto vi è un infimo grado di civiltà e una corruzione dilagante, perciò è anche più facile violare le leggi sui controlli. Si favorisce così un mercato di prodotti di pessima qualità, i cui standard sono talmente bassi da costituire un pericolo per l’incolumità della gente. Gli imprenditori danneggiano in questo modo sia il mercato della propria nazione che quello del paese che ospita l’industria o il lavoro delocalizzati. L’Istat nel marzo del 2008 ha pubblicato i risultati di un indagine che parla di una tendenza delle aziende italiane a “internazionalizzare” le proprie attività economiche. In altri termini significa trasferire una parte della produzione o dei servizi all’estero, nell’ottica di alleggerire il carico del costo del lavoro. Ora, in una più moderna concezione d’impresa, sarebbe più corretto definire il costo del lavoro come un onere che dia prestigio all’azienda in funzione della sua entità. Volkswagen ad esempio paga i suoi operai di più rispetto a Fiat, dunque da un’immagine di sé migliore sul mercato. Tant’è che oggi in Europa Volkswagen è leader nel settore automobili per questo e altri motivi, che hanno come principio cardine la centralità della persona, ossia il lavoratore. La valorizzazione del personale porta vantaggi non solo in termini di produttività, ma anche di qualità. Se per assurdo sull’etichetta di una merce fosse indicato il salario medio dei lavoratori che l’hanno prodotta, quando facciamo la spesa ci penseremmo due volte prima di mettere nel carrello un barattolo di pelati con scritto: “stipendio medio mensile 200 euro”. Questo capitalismo esacerbato, che mette al centro dell’azienda il profitto anziché l’uomo, si macchia del più bieco e nero dei razzismi per due motivi: il primo si fonda sullo sfruttamento degli immigrati, clandestini e non, che per disperazione si piegano al “caporalato”. Il secondo invece è basato sullo sfruttamento in loco delle popolazioni del terzo mondo. Siamo dunque di fronte a due fenomeni di profonda regressione civile, identificabili rispettivamente come una moderna tratta degli schiavi e un neocolonialismo industriale. A farne le spese naturalmente è, ancora una volta,  il sud del mondo!

SVILUPPO E LAVORO A CASA NOSTRA - L’indagine dell’Istat ha evidenziato che il 13 percento delle grandi e medie imprese ha spostato parte della propria attività fuori dall’Italia. Come si evince poi dalle conclusioni e dai grafici di pagina sette e otto, le stesse aziende non hanno alcuna difficoltà ad ammettere che si sono trasferite per abbattere il costo del lavoro. Il documento prende in esame il periodo tra il 2001 e il 2006, ma estende la sua proiezione fino al 2009 in relazione a quanto espresso dalle stesse imprese. Ciò che ne emerge è l’intenzione da parte del settore di continuare questa migrazione, con maggiore tendenza da parte dell’industria, mentre si registra un lieve calo per i servizi. Nel complesso il triennio 2007 2009 vede un incremento del 7 percento di emigrazione di attività economiche, che sommato al precedente 13 ci porta a un totale di 20. A mio avviso il trend negli ultimi anni è tutt’altro che in calo e, con buona pace di governo e Confindustria, la disoccupazione nel Bel Paese è destinata a crescere costantemente. Non si salvano neppure le aziende parastatali come Finmeccanica, che senza un piano industriale decide di chiudere stabilimenti storici dove lavorano migliaia di persone, aprendone altri all’estero. Ricerca e sviluppo sono ormai diventate parole di facciata per la Confindustria, dietro le quali si nascondono imprenditori con le pezze al culo che cercano di arricchirsi sulle spalle delle proprie aziende. In Italia la classe imprenditoriale è inadeguata ad affrontare la recessione perché troppo impegnata a evadere il fisco trasferendo i profitti, illeciti e non, nei famigerati paradisi fiscali; e intanto le aziende affondano!

Fonti:

http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20080318_00/testointegrale20080318.pdf

http://www.youtube.com/watch?v=gecIt4_qkRs

Nigel Farage, quello che i politici italiani non dicono

Posted novembre 23rd, 2011 by marcomachiavelli and filed in Economia, Politica

BRUXELLESNigel Farage, presidente del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia al Parlamento Europeo, il 18 novembre scorso ha vivacizzato il dibattito politico con le sue dichiarazioni al vetriolo. Il suo compendioso intervento nell’assemblea parlamentare a Bruxelles, oltre che un j’accuse si è rivelato essere una lucida disamina sulle condizioni dei due paesi europei attualmente sotto l’occhio dei riflettori. Stiamo parlando naturalmente di Grecia e Italia, entrambe sprofondate in una crisi politica ancor prima che economica, dalla quale non sono state in grado di riprendersi autonomamente. Secondo il deputato Farage dunque le democrazie di queste due nazioni sono state esautorate e soppiantate da “puppet governments”, ovvero governi fantoccio manovrati dalle istituzioni europee. A questo proposito il politico inglese si rivolge prima a Rehn, Commissario europeo per gli affari economici e monetari, tacciandolo di essere uno dei fautori della rimozione del presidente greco Papandreu; poi guardando verso il Presidente del Consiglio Van Rompuy, lo apostrofa come “assassino delle democrazie”. Aggiunge inoltre che Van Rompuy è un governante non legittimato dal voto, e che non si sarebbe mai dovuto arrogare il diritto di andare in Italia a dire “Questo non è il tempo per le elezioni, ma è il tempo delle azioni”. Individua così la falla del sistema Europa in un vuoto di rappresentanza, a causa del quale chi guida il continente non è soggetto al voto della popolazione, lasciando dunque l’indirizzo delle politiche comunitarie in balia degli stati membri più forti e delle ingerenze dei mercati. Conclude infine asserendo che i responsabili del commissariamento di Grecia e Italia dovrebbero venir licenziati dalle cariche apicali che ricoprono al Parlamento Europeo.

NON TUTTI HANNO L’ARDIRE - “Un ex commissario europeo, un architetto del disastro dell’Euro, un uomo che non era nemmeno membro del Parlamento”. Con queste parole l’impavido Nigel definisce il nostro neopresidente del Consiglio Mario Monti. Non sono di certo un afflato di stima, ma ci riportano alla nuda realtà dei fatti. Quando la stampa italiana all’unisono tesse le lodi dell’esimio professore (o parruccone, se preferite), queste ci ricordano infatti che nel Bel Paese è stata sospesa la democrazia affidando le redini del potere a un non eletto. Siamo dunque nelle mani di un tecnocrate, la cui priorità non è salvaguardare gli interessi del popolo italiano, ma quelli delle banche su cui è fondato il nostro sistema economico. Ancora una volta dunque il profitto di pochi enti privati surclassa le politiche di redistribuzione della ricchezza, provocando un aumento del divario fra una facoltosa elite e il resto della popolazione sempre più al verde. In altre parole Monti vuole continuare a sostenere un’economia basata sul debito. Un debito inestinguibile che da un lato ingrassa banchieri e cricche finanziarie, ma che dall’altro cancella il futuro delle nuove generazioni. La cultura del debito è destinata al declino, perché prima o poi si arriva a un punto di saturazione. Fino a quando l’Italia può andare avanti a finanziare grandi infrastrutture o missioni militari con l’emissione di titoli di Stato? A questo punto non ci resta che scegliere, o il default del paese, oppure una perentoria lotta contro le parassitiche caste che ammorbano la nostra economia. Un consiglio: non perdetevi l’intervento di Nigel Farage qui sotto, un autentico esempio di eloquenza e di difesa dei valori democratici.

Fonti:

http://www.youtube.com/watch?v=mEj5cxgmY9Q

Reggio Emilia, consiglio comunale contro la trasparenza

Posted novembre 19th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Politica

REGGIO EMILIAMartedì scorso in consiglio comunale è stata presentata l’ennesima mozione per ridurre i costi della politica locale. La maggioranza ha votato contro anche questa volta, confermando la volontà dell’amministrazione di non essere disposta a fare sacrifici. Le proposte del PD per risanare il bilancio sono infatti tutte a carico della collettività, come l’aumento dell’Irpef, una nuova tassa sui passi carrai oppure l’aggiunta di nuovi parcheggi a pagamento in zona ospedale. Lo sparuto gruppo di oppositori formato da Olivieri (Movimento 5 Stelle), Riva (indipendente dell’IdV), centro destra e a sorpresa D’Andrea (PD) ha votato invece a favore della suddetta proposta che chiedeva di tagliare i dirigenti comunali di nomina politica, di abbassare il numero di assessori e dei dirigenti delle partecipate e infine di abolire i gettoni di presenza per i consiglieri. Questo naturalmente in ottemperanza al precetto che il popolo si educa con l’esempio. Non si può cioè esigere sacrifici dalla gente senza rinunciare a qualcosa, fosse anche qualcosa di simbolico. Dalla giunta si attende oltretutto che installi l’apparecchiatura necessaria per trasmettere via internet le varie sedute di consiglio e commissioni, come deliberato in aula il sei dicembre 2010. Da quella data è passato quasi un anno, ma i politici di mestiere si sa, sono refrattari alla trasparenza; preferiscono bighellonare in gran segreto!

REGGIO, PARADIGMA DELLA POLITICA ITALIANA – Non disturbare il manovratore! Guai a violare con una webcam l’intimità di un consiglio comunale, dove vigono assenteismo e fancazzismo. Chiunque abbia assistito a una seduta di un consiglio ha potuto sicuramente osservare questo tipo di atteggiamenti. Gente che legge il giornale, al telefonino, che entra ed esce dalla sala (molti si presentano solo in occasioni di votazioni importanti), tutto insomma fuorché un gruppo di sapienti eletti che legiferano per il bene comune. Basta solo puntare su di loro l’obbiettivo di una telecamera per trasformarli in composti scolaretti, educati, ligi, ma tuttavia poco preparati per svolgere il compito assegnatogli. Viene da chiedersi a tal proposito se la democrazia rappresentativa sia funzionale al benessere generale della popolazione. Eleggere cioè persone a cui delegare qualsiasi decisione, senza mai interpellare il cittadino se non allo scadere del loro mandato. Suona un po’ vecchio in piena era digitale, ma la casta, com’è noto, mira all’autoconservazione e non ama la democrazia. I partiti di oggi infatti non sono nient’altro che comitati di affari, piccole o grandi cricche pronte a riciclarsi per qualsiasi evenienza. Possiamo così vedere un fascista diventare democristiano, un comunista liberista e altri camaleontici tentativi di assicurarsi una seggiola al cambio di legislatura. Se i cittadini si avvicinano alle istituzioni, la casta quantomeno è costretta a governare, invece di trastullarsi e di abusare del potere concessogli per scopi personali.

Fonti:

http://www.reggio5stelle.it/2011/11/16/il-pd-ha-paura-della-webcam-in-consiglio-comunale/

Spagna, ricetta anticrisi: banchieri al governo

Posted novembre 17th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Economia, Politica

SPAGNA - In occasione delle imminenti elezioni, nella penisola iberica parte il toto ministri. Il partito popolare capitanato da Mariano Rajoy, ha così fatto trapelare il nome del possibile futuro ministro dell’economia. Trattasi dell’egregio professor Gonzalez Paramo, membro del Comitato Esecutivo della Banca Centrale Europea. L’indiscrezione è stata diffusa dalla radio spagnola Abc, poi ripresa dal quotidiano on line dello stesso gruppo editoriale quasi sotto forma di consiglio. Il giornale, di spiccata matrice conservatrice, riporta infatti: “Il professore potrebbe essere il ministro dell’Economia che cercava il presidente del Pp per farsi carico della parte più complicata del compito con il quale avrà a che fare il suo governo”. I popolari, nonostante abbiano la vittoria in tasca, cercano in questo modo di accontentare le richieste che giungono dalla Banca centrale europea. Per quanto concerne la nomina dell’esimio professore non è arrivata alcuna smentita dal leader del partito, sulla cui squadra di governo mantiene un silenzio tombale. L’Abc inoltre ha rivelato che nei piani di Mariano Rajoy ci sarebbe l’intenzione di unire i ministeri di economia ed esteri. La sfida elettorale, che culminerà domenica con il voto, rappresenta tuttavia un passo indietro per la politica spagnola; le precedenti elezioni infatti si erano contraddistinte per una maggiore trasparenza, in virtù della quale i principali partiti concorrenti avevano presentato le rispettive squadre di governo, con duello finale in pubblico dibattito fra i candidati proprio al Ministero dell’Economia.

UN FILO ROSSO FRA GRECIA SPAGNA ITALIA – Ad accomunare le tre penisole europee più prospicienti all’Africa non sono solo le loro deboli economie, ma anche la scarsa autorevolezza dei loro politici a livello internazionale. L’indiscusso dominio di Germania e Francia ha indotto questi paesi ad assumere un ruolo di subalternità all’interno dell’Unione Europea. Se questi tre paesi sono diventati lo zimbello di tutto l’occidente lo devono sostanzialmente alle loro classi dirigenti. Queste infatti, tradendo le aspettative di chi le aveva elette, hanno affossato le rispettive economie nel baratro del debito. La Grecia non contenta, nel recente passato, ha persino investito in titoli finanziari “tossici” al fine di nascondere il proprio deficit. Non potendo però far fronte al crescente interesse di tali titoli è andata incontro a un tracollo finanziario da cui difficilmente potrà riprendersi. A farne le spese naturalmente è stato il popolo, colpito duramente dai tagli indiscriminati alla spesa pubblica e dalla perdita di posti di lavoro. Oggi la sua capitale è quotidianamente presa d’assalto da predoni e saccheggiatori, la Polizia non ha più le risorse per garantire la sicurezza ai cittadini e i piccoli risparmiatori si vedono congelare i loro depositi. Uno scenario apocalittico che potrebbe riflettersi anche in Italia se non ci opponiamo con una lotta serrata alla corruzione, alle mafie, ai conflitti d’interessi, all’evasione fiscale e ad altri problemi che erodono le finanze dello stato. Se il nuovo governo non parlerà di questi temi per una possibile ripresa dal deficit, scivoleremo quasi senza accorgerci verso il baratro della bancarotta.

Fonti:

http://www.linkiesta.it/spagna-si-vota-domenica-ma-la-bce-detta-il-nome-del-superministro

Mario Monti nuovo premier, speculatori più contenti

ROMA – Al termine di una lunga giornata di consultazioni, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alle ore 19:46 ha ufficialmente nominato Mario Monti presidente del consiglio. Il professore emerito ha accettato l’incarico con riserva, precisando che questa verrà sciolta solo dopo aver consultato le varie forze politiche per la formazione di una nuova squadra di governo. Al ritorno dal Quirinale Monti dichiara difronte ai cronisti che i suoi sforzi saranno volti a risanare l’economia nazionale salvaguardando l’equità sociale. Aggiunge inoltre che che l’emergenza dei conti pubblici ha bisogno di una risposta celere, liquidando così la stampa con una battuta: “Proprio perché non c’è tempo da perdere, vi saluto”. Pochi minuti dopo Napolitano dal Colle fa eco alle parole del suo prescelto: “Si tratta solo di dar vita a un governo che unisca forze politiche diverse in uno sforzo straordinario che l’attuale emergenza esige”. A chi gli chiede se una settimana sarà sufficiente al neo premier per formare un nuovo governo il Presidente risponde: “Ne sono fiducioso… Monti farà nei tempi più brevi che gli consentano di ascoltare, valutare e decidere se e venire qui, come mi auguro, a sciogliere la riserva”. La serata è poi continuata con un breve colloquio fra Monti e i presidenti di ambo le camere, dove presumibilmente si è organizzato il dibattito parlamentare dei prossimi giorni. Numerosi infine sono stati i vertici di partito, in cui ancora adesso si sta discutendo sulla linea da seguire domani a palazzo Giustiniani, dove il neo senatore a vita intende ricevere i leader delle varie fazioni.

RIFLESSIONI – Probabilmente un governo di tecnici non è la soluzione che l’esimio presidente dell’università Bocconi proporrà per risolvere i problemi dell’Italia. Sarebbe la panacea per i mali del paese, ma la priorità per questo economista è quella di risanare il bilancio dello Stato. Non è quindi quella di occuparsi del benessere di un popolo che a stento riuscirà a sopportare un’altra ondata di tagli alla spesa pubblica. Monti dovrà dunque “fare i conti” con una variabile impazzita, pronta a scombinare i suoi rigorosi piani di risanamento economico. La mobilitazione degli italiani negli ultimi tempi assume infatti i caratteri di una novità capace di destabilizzare il potere quando meno se lo aspetta. Se consideriamo gli ultimi referendum ad esempio ci accorgeremo di quanto i movimenti dal basso, senza l’appoggio di alcun partito, siano riusciti a smuovere le coscienze a suon di manifestazioni e banchetti informativi. In altre parole sono riusciti a convincere più del 50 per cento degli aventi diritto al voto a recarsi alle urne per dire no alla privatizzazione dell’acqua, all’energia nucleare e al legittimo impedimento. Un governo di tecnici avrebbe quantomeno risollevato le sorti della scuola, della sanità, della giustizia e non solo quelle dell’economia tanto care al parruccone bocconiano. Avremmo potuto avere pertanto un medico, un insegnante, un magistrato come ministri, ovvero persone competenti ed esperte, magari distintesi per merito sul campo. Ma forse questo è chiedere troppo a un premier la cui unica preoccupazione sembra essere quella di far quadrare i conti.

IL PERSONAGGIO - Mario Monti ha un profilo professionale di tutto rispetto, eppure molti giornalisti televisivi evitano di citarlo per intero. Soffrono di amnesia quando si dimenticano il suo ruolo di international advisor alla Goldman Sachs, oppure quello di presidente europeo della Commissione Trilaterale, oppure ancora quello di membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg. La prima è una banca d’affari, responsabile secondo Milano Finanza della recente speculazione sul debito italiano che ha portato alla vertiginosa impennata dello spread; le altre due sono delle organizzazioni dallo spiccato sapore massonico. Nulla di illecito s’intende, ma perché mettere a capo del governo un uomo legato così indissolubilmente alla finanza? Forse per assecondare richieste che vengono dagli speculatori ai quali è affidato parte del nostro debito? D’altronde è chiaro che se il valore delle nostre obbligazioni scende qualcuno verrà a bussare alla nostra porta per reclamare. Più del 50 per cento del nostro debito è infatti in balia del mercato internazionale, e chi lo ha acquistato, o chi ci specula,  ci chiede di risanare il bilancio pubblico. Ma allora la nostra politica economica risponde agli interessi del mercato e trascura quelli degli italiani, che certamente come presidente del consiglio ad interim si sarebbero meritati una personalità di maggior spessore etico. Con un uomo di Goldman Sachs forse ci salveremo dalla bancarotta, ma saremo costretti a tirare ancor di più la cinghia. Verso la catastrofe con ottimismo!

Fonti:

http://www.polisblog.it/post/12351/goldman-sachs-mario-monti-e-il-governo-dellitalia

http://www.byoblu.com/post/2011/11/10/Goldman-Sachs-innesca-la-crisi-e-poi-piazza-Mario-Monti-a-risolverkla.aspx

Calciopoli: Della Valle condannato

Posted novembre 11th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Giustizia

NAPOLI – Il nove novembre è arrivata la sentenza di primo grado del processo ordinario su Calciopoli; già emessa invece nell’autunno del 2008 quella col rito abbreviato, dove a pagare furono Antonio Giraudo e l’ex presidente dell’Aia Tullio Lanese. Questa volta tra i condannati illustri troviamo, oltre al famigerato Moggi, gli ex designatori arbitrali Bergamo e Pairetto, l’ex accompagnatore del Milan Meani e i presidenti di Lazio e Fiorentina, rispettivamente Lotito e Della Valle. Di quest’ultimo però non si è fatta menzione alcuna sui media tradizionali. Qualche accenno su internet, che come al solito si afferma come mezzo di informazione imparziale. Il noto imprenditore calzaturiero si è macchiato del reato di frode sportiva, beccandosi una pena di un anno e tre mesi più un’ammenda di 25 mila euro. Gli è stato inoltre imposto il divieto di recarsi allo stadio, ma questo diverrà esecutivo solo nel caso in cui la sentenza venga confermata in cassazione. Come da copione poi, i suoi legali hanno prontamente  annunciato di voler ricorrere in appello. Perciò, mentre a livello penale la situazione è in divenire, secondo il regolamento della Federcalcio invece le disposizioni sono chiare e ineludibili: se un tesserato viene condannato deve essere messo tempestivamente alla porta dalla società, anche se si tratta del primo grado di giudizio. Si deduce quindi che il patron della Fiorentina non potrà continuare a ricoprire la carica di presidente della società; ma i regolamenti interni, si sa, si applicano solo quando fanno comodo, altrimenti è meglio fingere che non esistano!

POLEMICHE – Dopotutto Diego Della Valle non è altro che il capo di un’azienda produttrice di scarpe. E dato che si vanta di questo suo status, non possiamo pretendere che splenda per virtù quali coerenza, credibilità e onestà. Al massimo possiamo dire che fa le scarpe agli italiani creduloni! Recentemente ha comprato diverse pagine di quotidiani nazionali dove ha voluto comunicarci il suo sdegno per quanto sta esprimendo la classe politica italiana negli ultimi tempi. Frasi come “Per uscire dalla crisi occorre serietà, competenza, buona reputazione…” rimarranno negli annali della retorica del nulla. Forse è stata una mossa per rinnovare la sua immagine, subito vanificata però dalla freschissima condanna. Ma il nostro audace capitalista è anche furbo, perché sta spostando il suo interesse dalle scarpe all’editoria, senza trascurare la finanza ovviamente. Sembra che il venerabile maestro Tanzi, che dal latte Parmalat voleva ricavare vagonate di miliardi, abbia fatto proseliti. Non c’è più in Italia un imprenditore che voglia occuparsi esclusivamente della propria azienda; pare che tutti siano diventati onniscienti e possano saltare da un settore all’altro con sublime naturalezza. Fra i più gettonati troviamo quello della stampa e delle televisioni (Berlusconi docet). Tant’è vero che Della Valle si è premurato di acquisire un piccolo pacchetto azionario di RCS uno dei più grandi gruppi editoriali italiani, nonché un altro del celeberrimo quotidiano francese Le Monde. Così almeno anche lui potrà tutelare i suoi interessi eliminando dalla circolazione mediatica notizie a lui sgradite. Sarà forse per questo che della sua condanna per frode quasi nessuno ne parla? Misteri del capitalismo!

Milano, ragazzino vittima del traffico

Posted novembre 7th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Cronaca e opinioni

MILANO – Il cinque novembre si è spenta sotto un tram la vita di Giacomo, ragazzino di dodici anni che stava rincasando dall’oratorio. Giacomo stava percorrendo in bicicletta via Solari, quando all’improvviso ha dovuto sterzare bruscamente verso il centro della carreggiata. In quel momento sopraggiungeva un tram che purtroppo non ha potuto frenare in tempo. Il ragazzino è stato indotto a spostarsi dall’apertura inconsulta della portiera di un veicolo, una Toyota Yaris, parcheggiato in divieto di sosta. Responsabile dell’improvvido gesto una ragazza, seduta sul sedile posteriore dell’auto dal lato del conducente. La macchina aveva probabilmente superato da poco il giovane ciclista, fermandosi poco più avanti. A questo punto la posizione della ragazza sotto il profilo penale sta per essere valutata dal pm Cristina Roveda, non sono da escludere eventuali responsabilità del conducente. Per loro l’accusa potrebbe essere quella di omicidio. Intanto il piccolo martire della strada è stato ricordato nell’omelia domenicale dal suo parroco e da altri sacerdoti, al cui cordoglio si è unita un’accorata partecipazione di abitanti del quartiere.

RISVOLTI - La vicenda non può che farci riflettere sull’inadeguatezza delle nostre strade a ospitare la circolazione di pedoni e ciclisti. Va tolto il privilegio all’automobile per rendere le strade più fruibili alle persone! come avviene nelle moderne metropoli europee. Ma l’Italia si sa, in fatto di civiltà è diventata il fanalino di coda del Vecchio Continente; tant’è vero che il codice della strada da noi non si rispetta, ma s’interpreta! Se il senso del pericolo non accompagna più da un pezzo gli automobilisti italiani dobbiamo ringraziare ancora una volta le nostre istituzioni, che credono di poter incentivare alla guida sicura con spot pubblicitari ridicoli. Non basta prendere come testimonial lo sportivo di turno e fargli dire di non bere prima di mettersi al volante. Ci vuole di più! dobbiamo esigere di più. E’ sufficiente guardare come approcciano al problema all’estero: pubblicità terrificanti, dove la dinamica di un incidente stradale viene sviscerata nella sua più bieca crudezza. Roba da far accapponare la pelle, fate pure una ricerca su Youtube se non ci credete. O più semplicemente date un occhiata ai video qui sotto.

http://www.youtube.com/watch?v=s5MzfsFx2rI&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=xOTIdUyN578

Genova, i colpevoli della tragedia

Posted novembre 6th, 2011 by marcomachiavelli and filed in Maltempo

Fingiamo di non sapere che parte della comunità scientifica italiana segnala continuamente problemi di compatibilità fra urbanizzazione e territorio. Fingiamo pure di non essere mai stati allertati dei possibili pericoli correlati ai cambiamenti climatici. Immaginiamo ora di essere un contadino ligure dell’ottocento che teme e rispetta la natura. Probabilmente il nostro buon senso ci avrebbe avvertiti riguardo agli effetti collaterali della cementificazione dell’alveo di un torrente. Tant’è vero che buona parte degli anziani genovesi viveva con sdegno la profanazione del Bisagno. Uso questo termine “profanazione” non a caso; ormai infatti, abbacinata dai bagliori del progresso, la nostra società ha smarrito ogni legame con la propria tradizione, ogni legame con la natura. Viviamo cioè scevri dal territorio e abbiamo disimparato a rispettarlo e a prendercene cura. Il mio non vuole essere un de profundis sulla terra malata, perché il nostro pianeta può benissimo fare a meno dell’umanità, ma è l’umanità a non poter fare a meno del pianeta. Non siamo altro che una delle tante specie animali che popolano il globo e non possiamo deturpare la natura a nostro piacimento. Lo capirebbe anche un bambino. E dato che i nostri governanti lo sanno, per non peccare di incoerenza, nei loro piani di governo del territorio dovrebbero specificare quante morti sono previste per ciascuno degli edifici di cui autorizzano la costruzione.

COLPEVOLI – I segnali ci sono stati per prevenire l’emergenza, si potevano evacuare le zone critiche e rendere inagibili palazzi e strade. Certo, non sarebbe stata una mossa né redditizia, né popolare per il comune, ma avrebbe evitato la morte di quelle persone. Dove non hanno la possibilità di lucrare gli amministratori pubblici non intervengono. Ma puntualmente sono molto solerti quando si tratta di sgomberare le zone limitrofe ai palazzi del potere o ai cantieri di opere pubbliche. Pensiamo al G8 di Genova, alle recenti manifestazioni di Roma, al cantiere del TAV e a tanti altri episodi, in cui si sono sperperati i quattrini dei contribuenti per evitare che il popolo esercitasse la democrazia. Eppure zone rosse, presidi militari, enormi dispiegamenti di forze dell’(dis)ordine non hanno sortito l’effetto desiderato: azzittire, intimorire e dissipare gli zelanti partigiani della democrazia. Forse sono una minoranza in questa italietta, ma fortunatamente non hanno rinunciato a portare avanti le loro istanze. Come per esempio l’esercizio del diritto costituzionale di libera manifestazione delle proprie idee. Oggigiorno sostenere pubblicamente i principi egualitari della costituzione è diventato sovversivo! A questo punto non ci resta che individuare i colpevoli di quella che può essere considerata a tutti gli effetti una strage di Stato. Ovviamente non possiamo che guardare ai piani alti della pubblica amministrazione, dal comune alla provincia, dalla regione al governo. Per loro in uno Stato egualitario si prefigurerebbero reati come omicidio e danneggiamento; chi ha ricoperto di cemento l’alveo del Bisagno poteva benissimo immaginare che il rio prima o poi si sarebbe riappropriato del maltolto. Se gli amministratori fossero denunciati soventemente per i loro misfatti, non azzarderebbero politiche così liberali nei confronti delle cricche di costruttori e altrettanto illiberali però, nei confronti dei cittadini condannati a perire per l’inadeguatezza e la negligenza di chi li governa. L’inettitudine al comando provoca disastri!

Fonti:

http://www.cadoinpiedi.it/2011/11/05/genova_la_tragedia_e_le_colpe.html#anchor

http://www.fanpage.it/maltempo-la-procura-di-genova-indaga-per-disastro-e-omicidio-colposo/

Crisi, la finanza ci lucra e gli Italiani soffrono

Posted novembre 3rd, 2011 by marcomachiavelli and filed in Economia

Mentre il governo in questi giorni discute sui tagli alla spesa sociale, qualcuno si arricchisce alle nostre spalle. Sono le corporazioni finanziarie, ovvero banche e società d’intermediazione immobiliare che, approfittando del potere concessogli dal legislatore, dettano legge in termini di politica interna. L’Italia ha recentemente risposto a un ultimatum degli speculatori con l’annuncio di provvedimenti retrogradi e a scapito, ancora una volta, della classi più deboli: innalzamento dell’età pensionabile, riduzione dei salari, licenziamento senza giusta causa e altre misure da voltastomaco. Berlusconi, tra l’altro, è stato così bravo da sintetizzare il tutto in una letterina spedita alacremente a Bruxelles il 26 ottobre, dove si specifica che il nostro paese è pronto a qualsiasi sacrificio pur di non perdere il treno dell’Europa. Tradotto significa che se vogliamo piazzare le nostre obbligazioni sul mercato, abbiamo bisogno che queste aumentino di valore. E per farlo non c’è altra soluzione che comprimere la spesa pubblica. A questo punto però l’italiano medio s’impoverisce e il debito nazionale aumenta, mentre la possibilità di estinguerlo si allontana inesorabilmente. Un circolo vizioso insomma, dal quale pare difficile uscire. Vendere nuovo debito sui mercati esteri significa infatti cedere ulteriore sovranità nazionale ad altri stati, nonché offrire il fianco alle speculazioni finanziarie del malaffare. Nel primo caso siamo assoggettati a un neocolonialismo industriale; emblematico a tal proposito il caso della Francia, detentrice di 300 miliardi del nostro debito, che spingeva qualche tempo fa per costruire centrali nucleari nel Bel Paese. Nel secondo invece dobbiamo adeguare la nostra politica economica alle oscillazioni di mercato, orchestrate dai fondi speculativi. Come si accennava all’inizio dell’articolo questi fondi non sono altro che una decina fra banche e società d’intermediazione immobiliare, che si divertono a creare ricchezza sulla base di scommesse dal sapore delinquenziale. Dirk Mueller, broker alla borsa di Francoforte, le definisce pertanto alla stregua di scommesse sui cavalli. Si scommette cioè sulla capacità di una nazione di ripagare il proprio debito. Mettiamo per esempio che l’Italia diventi insolvente e dichiari default (cosa assai probabile), dietro le quinte avremmo a quel punto uno o due di quei fantomatici fondi che si intascano così un bel gruzzoletto. Gli speculatori hanno infatti principalmente due modi per guadagnare. Il primo consiste nel giocare sull’oscillazione dei prezzi dei titoli di stato: li svalutano inducendo i detentori a liberarsene, dopodiché li acquistano per carta straccia e aspettano che il valore salga; infine li vendono intascandosi il plusvalore. L’altro invece si basa sull’acquisto di un’assicurazione sulle obbligazioni, il famigerato CDS: credit default swap. Chi acquista questo prodotto derivato, ha dunque tutto l’interesse che il valore delle obbligazioni crolli per riscuotere il premio. E’ come se comprassi un’assicurazione sulla casa del mio vicino; dato che non è mia, ho tutto l’interesse che questa venga distrutta da un incendio! A questo punto vien da chiedersi se le politiche di un governo siano orientate a soddisfare i bisogni dei cittadini o piuttosto quelli degli speculatori. Lascio ai lettori l’ardua sentenza; certo è che, in paesi dove si è deciso di non concedere aiuti statali alle banche private in bancarotta (come è appena accaduto in Islanda), si respira una fresca aria di rinnovata democrazia.

Fonti:

Report 30/10/2011 – Effetto valanga

http://www.mediapolitika.com/wordpress/archives/15702